Ines Benaglio Castellani-Fantoni. alias Memini.
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La Marchesa d'Arcello.
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1895. Editrice Galli di Chiesa e Guindani, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Riassumere un volume di 722 pagine non  impresa n agevole n utile, anche se la tela del romanzo non  eccessivamente complicata. Basti sapere che si tratta di un misterioso adulterio compiuto, quasi inconsciamente, dalla marchesa Bianca dArcello: ne nasce un bambino, Alberto Stranieri, da cui la madre deve staccarsi e che poi crede morto. Il marito conosce la colpa della moglie, ma, piuttosto che muovergliene rimprovero, preferisce morire di crepacuore. Prima di morire per, egli le rivela che Alberto non  morto, che egli stesso ha provveduto al suo avvenire, e le fa promettere che non mai ed in nessuna circostanza ella lo riconoscer come figlio onde non ne venga macchia allonore del casato. Linfelice madre giura pur di vedere assicurata la sorte del figlio e di poterlo accostare, se non altro, come unamica. Il marchese Bruno muore. Bianca veglia da lungi sul figlio naturale e da presso sul figlio legittimo, Febo. Ma una specie di fatalit la persegue, Il figlio legittimo si invaghisce della figlia del fattore, Zoraide, ed ella, Bianca, deve acconsentire al matrimonio, perch il padre di Zoraide conosce il segreto della sua esistenza e vocerebbe ai quattro venti il suo disonore. Ed il figlio naturale, invaghitosi della duchessa Grazia, subisce lonta di un rifiuto, perch nato da genitori ignoti, ed  ucciso in un duello che egli stesso ha provocato a qualunque costo. Lultimo colpo  troppo forte per la madre: ella ha ucciso col proprio adulterio il marito, ma questi col giuramento strappatole le uccide il figlio e uccide lei stessa. Omai sono pari, e Bianca, ricevuto il terribile annunzio della morte di Alberto, cade pesantemente, come una quercia recisa alla base.
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L'AUTRICE.
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Ines Castellani Fantoni Benaglio (Pavia, 1849  Azzate, 1897)  stata una scrittrice italiana, meglio nota con lo pseudonimo di Memini.
Nata a Pavia da una famiglia nobile, discendente del poeta Giovanni Fantoni, visse a Firenze e a Milano. Esord come scrittrice nel 1880, con Estella e Nemorino. Scrisse numerosi romanzi, che attirarono lattenzione di Neera, con la quale ebbe un rapporto di amicizia.
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LA MARCHESA D'ARCELLO.
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1.
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Nella pace serena del tramonto, il suono dell'organo si spandeva ampio e grandioso. Le sue vibrazioni echeggiano gravi, accentuandosi ad ogni ravvivarsi della brezza e, nell'acquetarsi repentino di questa, sembravano smarrirsi per l'aria, come uno sciame di farfalle che si dileguassero a volo.
Due uomini, avviati per la strada maestra d'una ricca campagna lombarda, si soffermarono ascoltando.
Vestivano entrambi l'abito del contadino agiato, e si somigliavano abbastanza per tradire immediatamente, nei loro aspetti, i legami della pi stretta parentela. Erano infatti padre e figlio.
Il pi giovane fece un lieve cenno nella direzione d'onde giungeva il suono, e interrog collo sguardo il compagno.
Il vecchio alz le spalle e rispose laconicamente:
Don Bruno.
Ah! fece l'altro.
E si rimisero per via.
Camminavano spediti, il vecchio non meno del giovane. La somiglianza fra quei due era, come accade talvolta, pi apparente che reale. Nel figlio, pi grasso e meno bruno, la volgarit energica della fisonomia assumeva qualcosa di pi complicato e di meno rustico. Le labbra, appena ombreggiate da una lanugine bianca, erano d'una finezza violacea. Il vecchio palesava subito l'esser suo nell'apparenza; impossibile non ravvisare in lui un fattore benestante. L'elemento campagnuolo non faceva difetto nel giovane, ma si univa a qualcosa d'indefinibile, che rendeva difficile sul conto suo, un primo giudizio induttivo.
Da quanto in qua? chiese il giovane, dopo un momento.
Dacch  tornato dal collegio. Ha il pianoforte in camera sua. Ma lui preferisce l'organo... si sa... roba da chiesa!
 sempre lo stesso, dunque? soggiunse l'altro con un sogghigno, non gli son passate le malinconie?
Pare di no. Anzi, speravano che si facesse prete. Ma lui, niente, bench faccia una vita da santo... Per divertirsi, poi, si occupa delle sue bestie. Va a cercarle pei campi, le infilza con delle spille, le mette in certi quadretti coperti da un vetro, e cerca nei libri il loro nome. Bisogna vedere che montagne di libri ci sono nella sua stanza. Sai,  sempre stato cos, un po'...
Il vecchio fece il gesto di chi vuol accennare ad un mancamento di cervello.
Eh! rispose l'altro, con accento singolarmente sprezzante cosa importa? Non  che il secondogenito, e fa bene ad approfittare, mentre c' ancora il vecchio. Ora pu far il signore anche lui, mangiare e bere ad ufo.
Un'onda sonora, portata dal vento, pass accanto a quei due, recando alle loro orecchie disattente, tre o quattro battute d'un mesto adagio.
Che! disse il vecchio ridendo, non  di quell'idea. Digiuna due giorni su quattro, non beve vino, e siccome non ha fastidi suoi, va a cercare col lanternino quelli degli altri. Non bazzica che coi poveri, cogli infermi, studia, prega, e basta!
Ho capito! fa il santo. E naturalmente, gli altri staranno a bocca aperta, e lui li condurr tutti pel naso.
Niente affatto. Non gli abbadono e lui non se ne cura. Si vede che non  fatto per stare in famiglia. Bisogna dire che ne sia persuaso anche lui, perch ora se ne va.
Davvero! se ne va? E dove?
Che so io! se ne va lontano, in Asia, in America, a cercar le sue farfalle. Ad ogni modo, quello non dar fastidio a nessuno.
La voce dell'organo giunse ancora sino ad essi, ma non pi chiara e dolce come un momento prima. Diventava una confusione cupa di accordi, sordamente rumoreggianti, come un remoto brontolio di temporale.
E don Febo? chiese improvvisamente il giovane.
Ah! rispose il padre con lieto viso, quello,  un altro paio di maniche. Non ha corbellerie per il capo lui; no davvero! Capita ai Tre Re pi spesso che in parrocchia; pensa a godersela, ad andare a caccia e fare all'amore!
E lei, com'?
To'...  bella!  appena escita di convento, e siccome non ha pi nessuno di casa sua,  venuta a star qui. Perci hanno mandato don Febo a dormire al villino. Sono tutti contentoni. Sfido io! una dote come quella! Vedessi, Battista, che terreni! Tutte risaie, laggi alla Bassa. Ce n' voluto per per combinare quel matrimonio! Il tutore, sulle prime, non voleva saperne; diceva che non eravamo abbastanza ricchi, capisci? Ma allora, don Bruno rinunzi all'eredit dello zio vescovo, e la cosa and liscia come un olio. Si sposeranno presto, come te.
Il vecchio pronunzi con un certo sottinteso di orgoglio la frase: "come te" ma Bista non la rilev. Fissava, con sguardo critico e severo, un campo vicino.
Quei gelsi sono troppo fitti sentenzi bruscamente e il terreno non  ingrassato a dovere. Siete indietro, sapete, indietro assai.
Il fattore rivolse a suo figlio uno sguardo irritato. Gi, disse, ora che sei tornato dalla Scuola agraria, ti sembrer che qui si faccia tutto alla malora... Il che per non mi ha impedito...
Si ferm ad un tratto, scontento d'essersi indispettito. La cautela innata ed invincibile del contadino, tornava a dominarlo, anche di fronte al figliuolo.
Bista si mise a ridere.
Sicuro ribatt con accento sarcastico: abbiam fatto miracoli! Abbiamo messo assieme un po' di terreno, colle briciole cadute dalla tavola dei padroni: ci siamo fatti prendere in odio dai contadini, abbiam lavorato come bestie, e poi...
E poi interruppe stizzito il vecchio abbiamo fatto la dote a tre figliuole, e tu, un giorno o l'altro, troverai...
Grazie... interruppe alla sua volta il giovane. Trover di che tirar avanti la vita, a modo vostro. E allora... anzi senza aspettar sino ad allora, comincer a provvedere per conto mio. Ma non gi col vostro metodo, bench, per questi tempi, il vostro metodo non sia dei peggiori!
Il fattore tacque. L'ironica indulgenza di quella frase l'aveva al tutto sconcertato. Quel suo figliuolo era sempre stato, sin da piccino, scaltro ed avveduto. Ma ora, dopo il ritorno dalla Scuola agraria, s'era fatto cos fino ch'egli stesso si sentiva impacciato davanti a lui. Lo ammirava altamente, ci non ostante, ed era orgoglioso di quel suo figliuolo che era stato: agli studi.
A spese dei padroni, s'intende... Ma quel beneficio tornava, in fin dei conti pi giovevole ad essi che ai beneficati. Non si assicuravano forse in quel modo, un futuro agente coi fiocchi?
Camminarono alquanto in silenzio poi Battista esc a chiedere seccamente: Chi comanda qui?
Stavolta il vecchio non si lasci cogliere all'impensata...
Oh! disse con un risolino bonario comanda chi deve, to'! Il signor marchese Matteo, la signora marchesa Clara, il marchesino don Febo, il cav. don Bruno. Adesso poi, comander anche la ill.ma signora donna Bianca, la sposina. Comandano tutti. E Andrea Bottacci, il fattore, ubbidisce a tutti, e tira la baracca.
Battista alz sprezzantemente le spalle.
Chiedo disse, fissando suo padre chi prender il maneggio, ora?
Don Febo, s'intende rispose il vecchio, pi seriamente. Ma, non dar gran fastidi neppur lui.  dello stampo di suo padre. Tutti cos, i d'Arcello. Lasciano pensare a chi tocca!
Vedremo! disse freddamente Battista, col tono di chi lascia cadere l'ultima parola su un soggetto esaurito.
L'organo tacque anch'esso, subitamente.
I due Bottacci proseguirono il cammino sulla strada maestra, quindi voltarono a mancina, sotto un ampio portone coi cancelli di ferro spalancati, e si misero per un viale tortuoso, accuratamente inghiaiato.
Non parlavano pi, e la somiglianza tra loro si faceva pi spiccata, nell'attitudine umile che avevano contemporaneamente assunta. Avevan rallentato il passo, interrogando cautamente collo sguardo la campagna vicina, nonch i comignoli di una grandiosa villa, che si presentava non lungi, in una specie d'incassatura del terreno, affondato fra due alture.
La strada battuta dai due Bottacci saliva dolcemente, fiancheggiata a destra da un susseguirsi di praterie, pure in salita, interrotte qua e l da larghe macchie di fiori e coronate alla cima da una leggiadra selvetta di pini, d'olmi e di castani. Al centro di questa, l'accuminatura d'un tetto alla Svizzera, colla gronda di legno traforata, tradiva una abitazione piccola, elegantissima, a foggia di chlet e quasi interamente celata dagli arrampicanti che ne avevano invasa la facciata.
La salita metteva capo ad un'ampia spianata, cinta da una ricca balaustra di marmo. A mezzo della balaustra, due aperture costituivano il principio di due scalinate laterali, che mettevano al giardino inferiore. Combinate capricciosamente, in una serie di scavi artificiali di tufi, s'allargavano alla base, per far luogo ad un'ampia nicchia, parimenti di tufi, e dove un Nettuno di sasso, fatto verdastro dall'umidit e dal tempo, campeggiava maestoso, ne' la pompa, della posa accademica e della musculatura esagerata. Il giardino inferiore era di gran lunga pi piccolo e pi antico di quello superiore e somigliava piuttosto ad un ampio cortile. Era chiuso ai tre lati da un muraglione, intieramente nascosto da una specie di seconda parete, composta dall'intralciamento fittissimo di una barriera di vecchi carpini, decapitati, tosati per ogni lato, ridotti ad una precisione cos rigorosa di mondatura, da parere, anzich piante, verdi blocchi di pietra. Lo stesso sistema d'implacabile regolarit si riproduceva nel disegno del terreno, ridotto a comparti, segnati da una bassa siepe di mortella che, allargandosi ai lati in una rigida quadratura, veniva poscia a cingere il sentierino ond'era orlata al centro, una larga vasca di granito, in mezzo alla quale, un delfino di sasso gettava in alto dagli sfiatatoi, due zampilli. Questi, ricadendo, s'incontravano di continuo e parevan di continuo abbaruffarsi, perdendosi poscia, in una pioggia di minutissime stille.
Il luogo non era allegro, cos insaccato fra quei muraglioni di verdura opaca e nella regolarit stucchevole del disegno. Ma era pieno di fiori, e questi profumavan forte. L'ombra prendeva gi ad invaderlo; un'ombra serena, che preludiava alle freschezze miti della notte, e gli impartiva una bizzarra poesia di claustro e d'idillio a un tempo, una malinconia elegante, piena di non so qual pathos tra civettuolo ed artistico; un non so che di tempi andati, di fantasie delicatamente signorili e tristi. Un giardino, quale avrebbe potuto prestare asilo agli estrosi isolamenti del Tasso, o dove Giulietta avrebbe potuto passeggiare irrequieta, in attesa dell'ora di Romeo e dell'usignuolo.
La villa, era un caseggiato grande, senza pretesa alcuna di carattere tipico e si sporgeva ad angolo retto nel giardino, col suo lungo porticato, in fondo al quale s'alzava un grazioso edifizio di chiesina.
I due Bottacci giunsero inavvertiti, e poterono, per un momento, osservare non visti una placida riunione di famiglia.
Il marchese Matteo d'Arcello, un vecchietto d'aspetto semplicissimo, piccolo, coi capelli d'un candore immacolato e colla testa coperta d'una papalina di velluto, era chinato su un microscopico rosaio e lo esaminava con crucciosa attenzione. La marchesa Clara, sua moglie, una matrona grave e che ai suoi tempi, doveva esser stata bellissima, lo guardava dal porticato, immersa nel vecchio raso giallo d'una poltrona. Accanto a lei, su un tavolino rustico, a portata della sua mano grassa, scintillante di vecchie gemme mal incastonate, giacevano alla rinfusa una tabacchiera d'argento, una boccetta di essenze, un enorme ventaglio verde e una borsetta di velluto sbiadito, dalla cui imboccatura esciva a mezzo un rosario di madreperla.
Clara disse umilmente il marchese  andato; i bruchi me l'hanno mangiato tutto.
Colpa vostra! ribatt energicamente la marchesa. V'avevo, detto, o no, di solforarlo?
Il marchese non era ben sicuro che essa glielo avesse detto. Ma, per un caso strano, tutti i malanni che succedevano in casa, grandi e piccoli, erano stati, dopo il loro avvenimento, preveduti dalla Marchesa. Una gran donna, gi, quella Clara! Egli non pens dunque a discutere: certo, non si rammentava. Da qualche anno in qua, egli non soleva rammentarsi bene se non di cose e di fatti, avvenuti molto tempo addietro.
Emise un sospiro patetico e s'allontan per proseguire i suoi studi sui rosai minacciati dai bruchi, quei nemici implacabili del vecchio marchese. Di tutte le manie, le passioni del passato, una sola era rimasta al vecchio gentiluomo, la passione delle rose.
Il marchesino Febo d'Arcello stava con Bianca d'Ancraserra, sua cugina e sua fidanzata, un po' in disparte dagli altri, nei pressi della peschiera. Sarebbe stato difficile immaginare un pi bel tipo di signore e di giovanotto. La sua era una bellezza eminentemente sana e robusta. Aveva lo sguardo franco, pieno di letizia e di vita, il gesto pronto, la voce sonora.
La vita attiva ch'egli conduceva, le caccie continue, gli strapazzi che gli consentiva la sua salute di ferro, avevano completamente cancellato da quel volto geniale ogni traccia di effemminatezza. Era un gigante, ma lieto, buono, una di quelle poderose indoli ben equilibrate, che non tormentano n altrui, n s stessi. Si vedeva chiaro che il suo amore per la cugina non lo tormentava affatto nelle attuali circostanze. Pu essere che, a quella balda e fidente giovent, l'amore stesso non potesse giungere se non giocondo e festoso. Febo non avrebbe mai avuto l'amor triste, come certuni non hanno mai il vino triste. Egli rideva di cuore in quel momento, mentre accennava a Bianca uno dei tre paperi natanti nella vasca, e al quale trovava una certa rassomiglianza colla Sura Teresin, la vecchia guardarobiera della villa. Bianca negava l'autenticit del fatto, ma ne rideva intanto e di gran cuore, con un riso schietto che non si contentava di far dimora sulla bocca freschissima, ma invadeva altres tutto quanto il dominio dei grandi occhi castani.
Bianca era bella, in quel momento di allegria. Il volume lucido dei capelli, parimenti castani, gravava la forma fine della testina, ma lasciava scoperta una nuca bianca, squisitamente tornita e adombrata soltanto da certi ricciolini corti, frammezzo ai quali l'arietta della sera metteva uno scompiglio, un tremolio leggero, delizioso.
Per ora la fidanzata non  un donnone, questo no! Ma abbiamo soli diciassette anni, diciassette poveri annetti! Lasciamo libera la mano al tempo; quell'artista infallibile e fatale far l'opera sua. Pigmalione accender un'anima nel marmo rigido di Galatea, la passione e la tragedia della donna, nello sguardo lieto della fanciulla. Esso  cos bello, sin d'ora, cos pronto, cos intelligente! L'intensit della vita, una profondit latente vi lampeggiano gi ogni tanto, siccome erra a guizzi la fiamma, sopra un tizzo ancor pregno dell'umidit del bosco, cui fu tolto di recente.
Prima ad avvertire la presenza dei due Bottacci fu donna Clara, e il suo "oh!" prolungato e benevolo, attir sui sopraggiunti l'attenzione generale. Il giovane Bottacci era una novit, non si sapeva che fosse tornato dalla Scuola agraria.
Nessuno si mosse per andare ad incontrarlo, ma tutti ebbero un'espressione di meraviglia gaia e benevola, nonch un sorriso affettuoso, che gli dava il benvenuto. Febo gli mand da lungi un sonoro ciao, mentre Bianca, distratto lo sguardo dalla famosa papera, osservava con lieve curiosit quel giovanotto... il figlio del fattore. Febo le aveva parlato spesso di quell'antico compagno di giuoco.
Per cui disse il vecchio Bottacci, strisciando inchini a diritta e a sinistra faccio riverenza a tutti quanti. Allegri tutti neh! sani? Cos va bene. Ecco qui il mio Bista, ch' arrivato adesso e ha voluto venir subito a riverire gli illustrissimi signori padroni e fare il suo dovere di ringraziarli per...
Va a bene, va bene interruppe la marchesa Clara siamo intesi. Chiss come sar contenta la Marta!
No, no insist il fattore  proprio venuto per quello... sa il suo dovere. E poi... siamo venuti anche per significare come qualmente, quest'autunno conduciamo a casa la sposa anche noi.
Un coro d'allegre esclamazioni s'alz dal crocchio dei signori. Febo corse a picchiar festosamente sulla spalla del suo antico compagno.
Ah brigante! esclam ridendo, t... anche tu...
Sicuro! continu Drea, sempre pi ringalluzzito. E ; a tempo debito, porteremo anche i confetti. Siam venuti apposta, per domandar licenza agli illustrissimi signori padroni.
E bella, eh? chiese Febo con un vocione e allargando a tondo le braccia. Sar grassotta, mi figuro, chiss che pezzo da granatiere!
No, no rispose Andrea, mentre Bista sbozzava un risolino impacciato  cos cos, mica tanto bella forse, e anche un po' pochina, ma un fior di ragazza per la bont, pulita, svelta, con due mani che sanno far di tutto.  di Novara... sa bene, laggi in Piemonte... E prosegu il vecchio con una stupenda esplosione d'orgoglio suo padre : il pi grosso mercante di porci di tutta la Provincia.
Un "bravo!" generale accolse la pomposa dichiarazione del vecchio, e una ilarit mal trattenuta illumin tutti gli aspetti. La fidanzata durava una gran fatica a non dare in uno scoppio di risa, e un sorriso biricchino, deliziosamente furbesco, irradiava la sua fisonomia. Bista se ne avvide, e, per un secondo, ebbe voglia di mordersi le labbra. Ma non se le morse, e continu a sorridere anch'egli, umile, goffo, impacciato... E solo quand'ebbe subita tutta quanta la tempesta chiassosa e cordiale dei mirallegro, si permise di chieder contezza di D. Bruno. Sicuro, voleva riverire anche il signor Don Bruno, se gli davan licenza.
Il marchese ebbe un gesto incerto, donna Clara un lieve alzar di spalla. Febo era tutto infervorato nel chiedere, al Bottacci padre, ragguagli su una famosa cagna da caccia e non ud la domanda di Bista.
Dove si sar cacciato? chiese donna Clara col suo fare brusco.
Sar forse ancora in chiesina sugger esitando la fidanzata di Febo.
Ancora! osserv con malumore donna Clara. Gi, non  da stupirsene! fa sempre cos; dopo pranzo scappa laggi, e vi rimane per delle ore! Belle digestioni far! Basta... Bianca, figlia mia, vallo a chiamare.
La giovane esit un secondo, le sue finissime nari ebbero un lieve moto palpitante che esprimeva una segreta riluttanza. Ma subito si mosse, avviandosi verso la chiesina.
L'interno della cappella era quasi buio, meno l'unico altare, sul quale pioveva un fioco rimasuglio della luce esterna, affatturato dalle tinte varie onde erano coloriti i vetri d'un finestrone laterale. Due lampade ad olio ardevano sospese e dolcemente oscillanti. Sulla panca pi prossima alla balaustra dell'altare, una nera forma umana stava ginocchione ed immota.
Era D. Bruno, in orazione, col capo chino fra le mani.
Convien dire ch'egli fosse in quel momento profondamente immerso in un'ardente preghiera, che l'anima sua, levata a volo, spaziasse lungi assai dalle vane miserie dell'esistenza, perch quando Bianca, accostandosi, lo chiam sommessamente per nome, un brivido subitaneo, come di chi si desta all'improvviso, scosse tutta quanta quell'esile forma, e la pallida faccia del giovane si volse rapidamente verso Bianca.
Bruno ripet a bassa voce la fanciulla la mamma ti chiama.
Egli scosse il capo, con un atto impaziente. Forse non aveva finite le sue preghiere.
Vieni insist l'altra dolcemente.  giunto il figlio del fattore e...
Si ferm. L'idea del futuro suocero di Bista, del pi grosso mercante di porci di tutta la Provincia tornava, irresistibilmente grottesca. Quella immagine tanto comica, le suscit ancora negli occhi la ilarit d'un momento prima; e, senza che Bianca stessa ne fosse conscia, le sue labbra si schiusero alla gaiezza irresistibile di un sorriso.
Bruno aggrott le ciglia, e saett sulla fanciulla uno sguardo cos severo, ch'ella ne prov un acuto sgomento. Il suo viso smarr subito ogni gaia espressione, le lunghe palpebre s'abbassaron tremanti.
Ebbene? chiese dopo una pausa il giovane, ma con voce fiacca e sommessa.
La mamma ti chiama ripet Bianca.
Era seria ora; nella sua attitudine non mancava la riverenza dovuta al luogo ove si trovava. Il suo profilo spiccava, bianco e rigido come un cammeo, sullo sfondo cupo della parete.
Rimase cos per un momento, poi s'inchin davanti all'altare e si volse per escire.
Egli s'alz a mezzo, come per subito dietro. Ma invece, ricadde in ginocchio, con un moto nervoso, voluto, di tutta la persona, e affond il capo fra le mani E solo quand'ebbe udito lo strepito della porta che si chiudeva dietro la fanciulla, s'alz posatamente e, a piccoli passi frenati, usc dalla sua volta.
Capit poco dopo sotto il porticato. Camminava lento, con una leggera claudicazione. Era di statura media, magrissimo. Il suo viso lungo, scarno, sbarbato, non aveva regolarit alcuna, n bellezza di sorta. La fronte era troppo alta, gli occhi troppo grandi, due occhi di malato, che dovevan spesso socchiudersi, stanchi delle sferzate implacabili della luce.
Guarda un po' chi c' gli grid Febo da lungi.
Ma Bruno aveva gi ravvisato il suo antico compagno e gli moveva incontro sorridendo, con una espressione lieta ed affettuosa, che per un istante parve mutare tutta la sua fisonomia.
Ah! Bista! disse con un accento dolce, carezzevole...
Bista si confondeva in un mare di complimenti. Come! D. Bruno si degnava... si ricordava ancora! Che buoni padroni... santo Cielo! Quante biricchinate avevano fatte insieme eh? Mah! quelli erano i bei tempi... adesso era un altro par di maniche, eran venuti i pensieri per tutti... Diamine! che bella cera aveva quel don Bruno... aveva sentito tante belle cose dei suoi studi, ch'era diventato un professorone... che...
Bruno interruppe con un gesto i vivi encomi di Bista.
E tu? gli chiese dolcemente.
Che! sclam Febo non sai? Prende moglie anche lui.  innamorato morto della sua sposa.
Bruno si volt, con un moto involontario, e guard Bista in viso, fissamente.
Anche tu? chiese, con accento singolare.
Gi! continu Febo ridendo. E sposa nientemeno che la figlia... del pi grosso mercante di porci della Provincia di Novara!
Bruno non disse nulla, e il sorriso che in quel momento gli errava sulle labbra, accennava ad una disapprovazione amara e sprezzante,
Che vuole disse Bista timidamente, come se sentisse la necessit d'una scusa noi povera gente di campagna, non possiamo mica star liberi! In casa occorre una massaia. La mamma si fa vecchia e ha bisogno d'aiuto.
Gi! rispose Bruno, scuotendosi, ma con estrema freddezza. Anzi, mi rallegro... E alla scuola come te la sei passata?
Parlarono alquanto della Scuola agraria. Ma a poco a poco il discorso illanguid, come se tutte quelle persone sentissero l'influenza grave della notte che si approssimava. Donna Clara si faceva fresco col suo ventaglione. Febo e Bianca si sorridevano, ma in silenzio, mentre Bruno e Bista parevano assorti nei propri pensieri, forse nel ricordo del tempo in cui erano stati compagni, e nell'impressione di quanto quel tempo si fosse fatto remoto e diverso dal presente.
L'attitudine di Bista era sempre umile, ma ora, nella crescente oscurit, il suo sguardo si spingeva come allargandosi, in una sfera sempre pi ampia di osservazione. I muraglioni verdi del giardino parevano tinti di nero; i pipistrelli passavano e ripassavano, col loro volo rotto e pesante, davanti ai vani delle arcate; qualche lucciola smarrita recava sotto l'ombra del porticato il suo piccolo a solo di luce. Un altro insetto, ma invisibile, si faceva udire nei pressi nella casa, e la sua nota di canto, somigliava stranamente, nel silenzio completo di quel momento, allo stridere di una piccola forbice usata, che tagliasse senza fretta, ma continuamente, uno stame misterioso e cedevole. Uno strepito vago, fantastico, persistente... qualcosa come l'eco affievolita del lavoro d'una Parca!
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Il domestico aveva recate le lucerne, e la famiglia d'Arcello era passata in una delle sale immediate al porticato. Il marchese condusse Drea nello studiolo, a terreno; voleva rivedere con lui, certi conti arretrati.
Donna Clara aveva accaparato, naturalmente, il posto migliore accanto al tavolino, e agitava con moto ritmico e frettoloso i grossi aghi da calza, tra i quali stava, in processo di formazione, un giubbino di maglia. Ma, senz'avvedersene, la diligente lavoratrice andava chinando il capo sull'antica opulenza del seno, e s'appisolava. Bianca, seduta pure al tavolino, colle mani impigliate nella striscia di mussola d'un gentile ricamo, vegliava con visibile interessamento i progressi di quella sonnolenza. Ogni tanto si distraeva dalla sua osservazione, per volgere il viso verso una delle finestre dalla quale capitavano certi ehm, ehm, sommessi, certi colpetti di tosse, che non la finivano pi. E ogni tanto, a quella finestra o ad un'altra, comparivano le mani, la faccia, il fazzoletto di Febo.
Febo s'impazientiva, aveva evidentemente qualcosa di molto interessante da comunicare a Bianca. E Bianca guardava ora lui, ora la marchesa, con un'esitanza soave, veramente ingenua. Finalmente, s'ud un rumore caratteristico, qualcosa tra sommesso e maestoso, il rumore che fa una persona russando, discretamente per e con garbo. Allora, Bianca mand in direzione della finestra un rapido cenno d'intesa e depose cautamente il lavoro. Ma prima d'avviarsi, guard cos'accadeva nei pressi di D. Bruno.
Il giovane era seduto in disparte davanti ad un tavolino, sul quale era stata pure deposta una lucerna accesa. Un grosso libro stava aperto davanti a lui. Bruno leggeva con profonda attenzione, appoggiati i gomiti sul tavolino, reggendosi il viso coi pugni chiusi e alzati alla tempia. La luce troppo immediata della lucerna lo faceva sembrar pallidissimo.
Bista, seduto in faccia a Bruno, sfogliava dei volumi illustrati.
Precisamente nel punto in cui Bianca, si dirigeva in punta di piedi verso l'uscio, Bruno alz gli occhi e la guard.
Ella si ferm subito, arrossendo, come una persona clta in fallo. Vado... mormor sottovoce ho scordato il fazzoletto...
Davvero? disse Bruno, con accento sarcastico ti occorre spesso di scordare qualche cosa sotto al portico. E intanto, il ricamo per il camice progredisce, naturalmente...
Ma io... balbett ancora Bianca,  pressoch finito...
Un "ouf!" poderoso, impaziente, giunse dalla finestra.
Bruno parve non avvertirlo. Stette ancora un momento cos, col capo alzato, tenendo la fanciulla sotto l'impero d'uno sguardo tra austero e beffardo; poi, torn a chinare il volto sul librone e parve ingolfarsi di nuovo nella lettura.
La fanciulla, come liberata da un fascino, fu in un momento fuor dell'uscio, e Febo, spiccatosi dalla finestra, corse ad incontrarla.
Bruno stava immobile e leggeva. I pugni chiusi, eran calati pi gi e coprivano entrambe le orecchie.
I due fidanzati passeggiavano assieme pel porticato, passando successivamente davanti alle tre finestre della sala; si poteva cogliere a volo, qualche brano della loro conversazione.
Febo rimproverava Bianca: Era un'ora, che duravo a chiamarti, e non venivi mai. Sai pure che manca poco al rosario.
Sarei venuta prima, te l'assicuro. Ma la mamma non dormiva, e poi... Bruno...
Bruno? che c'entra lui? non m'avevi promesso?
Si, ma lui guardava sempre, colla coda dell'occhio. Sai, non gli piace che si vada via dalla sala, e poi, gli preme il ricamo, pel camice.
Al diavolo il camice, borbott Febo. Ne ha sempre una nuova colui. D qui la tua manina.
No, no.
Hai capito che la voglio? d qua.
Egli la voleva davvero quella manina, e l'afferr per forza. Ci fu un po' di lotta scherzosa, qualche lieta risata.
Bruno, turbato nella sua lettura, mand verso la finestra uno sguardo torbido. Ma essi non lo avvertirono; solo a notarlo fu Bista, il quale arrischi un risolino tra ironico e indulgente.
Bruno aggrott le ciglia e diede un'energica spallata. Ma una delle sue mani era caduta sul libro, lasciando libero l'orecchio.
Febo continuava:
Ci verrai domattina in giardino?
Se potr!
Fa il possibile. Spero di portarti la lepre. Sapessi come mi fa sudare! E poi, andremo...
Avevano oltrepassata la finestra, e non si udivano pi le loro voci.
Bruno s'asciug la fronte, sulla quale il calore della lucerna, troppo vicina, aveva richiamata qualche goccia di sudore.
Come sono contenti! osserv Bista, sporgendo il mento, con un cenno malizioso e discreto.
S, rispose freddamente Bruno. Poi continu: Ah! l'ho trovata ora!  una lettera dall'Abissinia del professore Gresherbrot, un tedesco dell'Universit di Gottinga, che ha trovata laggi tutta una famiglia nuova di coleoptidotteri. Si tratta di darle il suo nome.
I due fidanzati ripassavano.
Sicuro! diceva Febo lietamente,  sempre stato cos quel povero Bruno. Benedetto carattere! E a me poi, qualche volta, fa proprio scappare la pazienza!
Male, malissimo. Lo so pur troppo che sei impetuoso. Che vuoi? abbiamo tutti i nostri difetti, e t'assicuro che anch'io gli voglio bene. Perch, soggiunse con un'ombra d'adorabile civetteria, non  forse stretto obbligo il voler bene ai cugini?
Passarono.
Sicuro, continu Bruno a voce alta e con accento sforzato. Il viaggio fu disastroso ma, come missione scientifica, riesc splendidamente. Ti dar il volume che reca la relazione ufficiale. Li leggi tu, gli Annali della scienza?
Io? rispose Bista sbalordito dal tono brusco, di quella domanda. Ma, sicuro; cio, quando posso, s'intende, perch noi altri, sa, pur troppo, non abbiamo mica tanto tempo da...
Gi! riprese Bruno con acre accento, voi non avete tempo da perdere, per nessuna delle questioni che si tolgono dal giro delle vostre preoccupazioni materiali. In questo e in tante altre circostanze siete simili agli invitati del Vangelo, i quali si scusavano di non accettare il celeste invito, adducendo a pretesto, chi d'aver acquistata una pariglia di bovi, chi d'andare a nozze. E intanto...
Si ferm bruscamente. Intanto, poco lungi da lui, sotto il porticato, la conversazione era venuta meno ad un tratto; si sentiva soltanto il ridere soffocato di Bianca. Poi si ud lo scoccare furtivo di un bacio.
Bruno chiuse il libro, e s'alz di scatto.
 l'ora del Rosario disse a voce alta. Cos alta, che la Marchesa si svegli all'improvviso, con un soprassalto.
Cosa c'? chiese scuotendosi, ancora intontita dal sonno.
 tardi rispose Bruno.
La Marchesa si stropicchi gli occhi e diede una strappata al campanello.
La sala si venne gradatamente popolando. Il Marchese e Drea comparvero primi, poi tutto il servidorame, capitanato dal maggiordomo, cui teneva dietro immediatamente la sura Teresin. Ognuno prese posto ad una certa lontananza dei padroni e serbando l'ordine gerarchico, anche nelle distanze. Bruno non s'era mosso dal suo posto che per inginocchiarsi davanti alla seggiola da lui occupata un momento prima, e stava immobile, col viso sprofondato fra le mani.
Un silenzio devoto regnava gi nell'ambiente. Ma Bruno, cui era devoluta quella sera la prima decina, non cominciava.
Ebbene! disse la Marchesa che si aspetta?
Febo e Bianca entravano allora, frettolosi e in punta di piedi La giovane strisci furtivamente al suo solito posto, accanto a donna Clara; Febo rimase addietro.
Bruno non aveva alzato il capo. Ma allora soltanto: In Nomine Patris, cominci, con voce alta e grave.
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Capitolo 2.
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Andrea Bottacci, quel sagacissimo tra i fattori, aveva detto: "i d'Arcello lasciano pensare a chi tocca."
Sarebbe stato difficile sintetizzare in modo pi efficace, l'indole propria di quella famiglia. Alla fede religiosa lasciavano che pensassero Dio o il Papa, a quella politica, Sua Maest l'Imperatore d'Austria, all'educazione dei figli provvedeva il convento, od un precettore ecclesiastico, al patrimonio in capitali, l'agente di citt, al patrimonio di campagna: Drea Bottacci. I d'Arcello erano, bench austriacanti, bravissima gente, onesta, leale, e talmente in buona fede nel loro intorpidimento retrogrado, che non si poteva farne loro grande accusa, come non si potrebbe pigliarsela con un cieco nato che non prova il desiderio della luce. Non avevano manie guerriere, e non amavano a sgobbar negli impieghi. L'inquieto ribollire delle passioni politiche, la sorda ribellione degli oppressi non li turbavano pi che tanto. Avevano una gran fiducia dell'Imperatore e nei suoi Croati.
Vivevano, per tre mesi dell'anno, i pi rigidi dell'inverno, in una cittaduzza lombarda, feudo un tempo della famiglia, e dove eran pur sempre rimasti i primi, ma dove le loro opinioni politiche, per quanto placidamente professate, li facevano discari ai pi. Consci di questo isolamento relativo, rimanevano alla lor volta volontariamente in disparte, nella pompa grandiosa e tetra d'un antico palazzone, vasto e nero come una fortezza. Appena il tempo lo permetteva, facevano vela per Arcello, e, per nove mesi, non si movevano altro. Non viaggiavano mai, neppure colla testa. Si trovavano bene in quel luogo, dove per un gran tratto di paese, dominavano soli, in quel sito benedetto dove quei terribili rimescolii di tre anni addietro, cio del 49, non avevano avuto che un'eco, sorda e lontana, e dove la politica attiva non era mai penetrata, mai, come nel 36 non v'aveva neppur fatto capolino il colera.
Erano cattolici sinceri e convinti. Le pratiche religiose venivano rigorosamente osservate in famiglia, con quella solidariet patriarcale, che perdura tuttavia in qualche remoto cantuccio di provincia. Il marchese Matteo aveva la passione delle rose, la Marchesa quella di lavorare a maglia per i poveri. Febo andava a caccia, e Bruno era scienziato: anche un po' santo per soprappi, era il solo che accennasse ad accumulare due caratteristiche.
I d'Arcello erano amati in paese e tenuti in gran conto, bench i coloni, sotto il loro dominio, non se la passassero tanto bene. Ma tutti sapevano che ci non dipendeva da loro; era il signor Bottacci, quel turco e moro, che maneggiava tutte le cose della terra. Si sapeva (e nessuno se ne meravigliava), che i padroni non avevano cognizioni agrarie, il che li obbligava, naturalmente, a rimettersi in tutto e per tutto ai riferti dell'agente. Beneficavano molto, questo s, davano delle ingenti sommo a beneficio dei poveri, ma a chi le consegnavano? Al Curato o al Bottacci e questi poi facevano a modo loro, ben inteso! Essi, i signori, non erano punto superbiosi; quando andavano a passeggio, si fermavano persino a far chiacchiere coi contadini; quando sapevano di qualche malato, mandavano soccorsi, fior di bottiglie del vino della loro tavola, medicine, biancherie; non parlo poi del benessere invidiabile onde godevano tutti i neonati che si riesciva ad inserire negl'informi giubbini a maglia lavorati dalla Marchesa, ma con tutto ci, i d'Arcello eran lontani le cento miglia dal conoscere la verit vera di quanto riguardava i loro dipendenti, mentre Drea Bottacci la sapeva tutta, questa benedetta verit, la manipolava a piacer suo, e nel tiratoio bisunto del suo vecchio scrittoio, giacevano a mucchi i contratti d'affitto, gli stati di servizio, e una specie d'incartamento generale di quanto riguardava l'amministrazione...
La personalit pi spiccata della famiglia d'Arcello era (non se ne parla nemmeno) l'illustrissima signora Marchesa Clara, ed il primo ed il pi devoto de' suoi servi, era suo marito, una soave figura di vecchio buono e nullo. Parlava poco e sorrideva sempre, s'affaccendava di continuo attorno ai suoi rosai. Al resto pensava Clara... Sposata ad un altro uomo, la Marchesa avrebbe spiegata un'indole battagliera, ma cos!
Pure le accadeva d'inquietarsi anche: cos, qualche volta. Le pareva ogni tanto, di subodorare una misteriosa congiura contro l'onnipotenza della sua autorit, le giungeva inaspettatamente un sospetto, che le cose non camminassero a dovere. E allora spiegava un'attivit crucciosa, disordinata, moveva rimproveri a tutti e per tutto, s'adirava, inaugurava, l per l, un sistema di riforma. Ma la docilit pronta dei rimbrottati placava subito le sue ire. La pazienza veniva meno alla Marchesa, e con quella, la cura di tener dietro, al corso progressivo delle riforme. Un'elasticit lenta, insensibile degli intricati congegni domestici della casa li tornava adagino, adagino, all'andazzo di prima. La Marchesa frattanto si riposava sui suoi allori e Andrea Bottacci, inchinandosi profondamente davanti alla padrona, rassicurava, in fede di galantuomo, che le cose andrebbero stupendamente e: di tutto punto, per l'avvenire. E per un pezzo, calma completa, mentre nella famiglia tutta, ingigantiva la fede che la Marchesa fosse donna di grande ingegno, di criterio sommo, nata pel maneggio degli affari e per la fortuna di casa d'Arcello. Donna Clara n'era pienamente convinta, per conto suo e si lagnava bene spesso della farraggine di pensieri, di cure che le incombevano. Di recente poi s'era trovata di fronte ad una preoccupazione, non egoistica certo in s stessa, e giustissima, ma che ormai s'era fatta troppo esclusiva forse e troppo crucciosa. Era la mania di dar moglie a Febo.
Imbevuta dell'idea che i giovani vanno ammogliati per tempo, essa vedeva con crescente inquietudine il mettersi delle cose. Il primogenito, l'erede, il futuro marchese d'Arcello era diventato un forte e bellissimo uomo e un gran cacciatore al cospetto di Dio. Non aveva malinconie pel capo, no davvero. Anzi, a dir vero, gli piaceva a divertirsi, mostrava una meravigliosa attitudine a coltivare le simpatie del gentil sesso, e non sdegnava famigliarizzarsi (in mancanza di meglio) colle pi bellocce fra le sue future vassalle. Ragazzate... s'intende. Ma i genitori, e pi specialmente la Marchesa, trovavano che una bella e fresca sposina era specialmente indicata per la circostanza. Senonch, oltre alla bellezza e alla freschezza, la futura Marchesa d'Arcello doveva avere altri requisiti, doveva esser nobilissima, ricca, appartenere ad una famiglia non infetta dalla lebbra del liberalismo; insomma, non era cosa facile trovarla, l per l!
Eppure questa rarit, questa fenice delle nuore possibili Donna Clara l'aveva trovata. Una sua nipote, un fior di bellezza, di giovent, d'innocenza, ricca assai, poverina, e orfana! Una rosa modestissima di convento che vi stava tuttora, bench sul limite dei diciotto anni, e non aveva altri parenti stretti, se non i d'Arcello ed un vecchio zio materno, ciambellano di S. S. R. Francesco Giuseppe, consigliere aulico e gentiluomo di corte di S. Altezza Imperiale l'Arciduca Massimiliano.
Tutte bellissime cose, ma, a farla apposta quell'alto dignitario, era pei d'Arcello, l'uomo pi incomodo che esistesse in quell'epoca. Egli, nella sua qualit di tutore di Bianca d'Ancraserra, osteggiava il matrimonio della sua pupilla col cugino. Prima, perch eran parenti, poi, perch i d'Arcello non erano abbastanza ricchi. E tutta la diplomazia di donna Clara si urtava a questo scoglio: Febo non era abbastanza ricco. Colla sua dote e col suo visetto, Bianca avrebbe potuto pretendere ad uno dei pi splendidi partiti di Milano. Per adattarsi a un matrimonio in provincia, si sarebbero richiesti dei compensi, naturalmente; il tutore non aveva nulla ad eccepire riguardo a Febo... s'intende, ma a dirla proprio schietta, quella dichiarazione dello zio Vescovo di lasciar la sua fortuna a Bruno aveva danneggiato assai Febo. Se quella bazza fosse toccata al primogenito, eh! allora si poteva discorrerla. Ma invece... In casa d'Arcello non s'era mai approvata quella parzialit di Monsignore per Bruno. Ecco come si sperperavano le fortune, come si danneggiavano le grandi case! Da che mondo  mondo, gli eredi della fortuna erano sempre stati i primogeniti; gli altri, si sa... si mettevano a posto altrimenti. Donna Clara amava entrambi i suoi figli. Li amava teneramente anzi... Ma a modo suo, o per meglio dire a modo dei suoi tempi.
L'assurda e crudele ingiustizia d'allora le pareva un ordine equo, regolare delle cose, un'armonia previdente d'istituzione sacre alla tutela e al mantenimento della famiglia. Essa amava Bruno non meno di Febo, ma non pensava neppur per sogno che Bruno avesse alla fortuna di casa gli stessi diritti di suo fratello. La dichiarazione inaspettata dello zio Vescovo, l'aveva sinceramente addolorata! Bruno, poveretto, non era punto adatto ad amministrare; non era n bello, n brillante, n forte come Febo; era inteso, intesissimo che non prenderebbe moglie. D'altronde, aveva trovata una occupazione adattissima per lui. Non gi ch'ella approvasse pienamente la scelta di quella carriera; il cuor suo trovava che un d'Arcello, anche cadetto, non aveva nessun bisogno di star tutto il giorno a lambiccarsi il cervello su dei libracci come quelli che adoperano i maestri pagati; ma insomma, per via d'eccezione, per compenso della infermit di Bruno, si poteva chiudere un occhio su quel capriccio. Ma ora, che gli giovava quella prospettiva di ricchezze avvenire, mentre egli stesso s'era completamento abituato alla sua posizione e capacitato che tra lui e suo fratello correva una distanza infinita?
Perch, stranissimo a dirsi, Bruno aveva durata una certa fatica, specialmente da bambino, a convincersi di quella verit ch'era pur cos semplice e cos piana. Aveva avute certe idee propriamente bizzarre, certe nozioni d'uguaglianza, di parit. Cose dell'altro mondo! Figuratevi, cos piccino com'era, (quattro o cinque anni, non pi), non voleva saperne di stare ai comandi del fratellino, non si capacitava, per esempio, come nel gioco del cavallo e del padrone, la parte di padrone fosse devoluta, per diritto naturale a Febo. Era un ragazzo invidioso, ecco! e stava fresco se non si correggeva! Pi tardi questo triste difetto dell'invidia aveva mutato indole, non era pi eccitato dai regali, prodigati a Febo, no... egli di questo non si doleva. Ci che gli dava ombra erano i baci, le carezze, le delicate sorprese tenute in serbo al piccolo primogenito, gli elogi entusiastici dei genitori, le feste e le carezze che gli prodigavano i parenti, gli amici di casa. E, a farlo apposta, Febo era un bellissimo ragazzo, forte, vigoroso, ilare, che attirava le simpatie di tutti e rubava i baci un miglio lontano.
Povero Bruno! soffr assai in quel tempo. Di quel soffrire cupo, senza sfogo, che lacera talvolta le animucce delicate dei bimbi e che noi: grandi conosciamo, e, ahim... studiamo cos poco. Nessuno, e meno di tutti Bruno stesso, comprese il vero movente delle sue intime ribellioni, di quel sentimento d'acre invidia che lo colpiva, quando egli vedeva piovere sulla fronte ricciuta di Febo i baci materni, quando osservava che tutti facevano a gara a rispondere alle puerili domande del fratello, mentre ai suoi perch non si poneva mente, o si rispondeva con una frase spicciativa, Bruno rimase profondamente ferito nel suo piccolo orgoglio, quando s'avvide di riescir molesto colle sue interrogazioni e subito, tralasci di farle. Ma quella pietra del silenzio, calata cos all'improvviso sul cuoricino ardente, ne interruppe ad un tratto lo sfogo e l'immaginazione compressa lavor, acre e sottile, nella mente del fanciullo.
Il povero cappellano, incaricato della prima educazione dei ragazzi, non era su un letto di rose. Febo lo faceva arrovellare quanto basta colle sue monellerie violente, colla sua non meno violenta antipatia allo studio, pure il cappellano preferiva aver a che fare con Febo, anzich con Bruno. Questi era per lui, non solo un cruccio perenne, ma anche un problema inquietante. Il coscienzioso ma unico sistema educativo del buon prete, si urtava di continuo contro i reconditi orgogli del fanciullo, contro le ribellioni appassionate che si tradivano dietro le parvenze d'una docilit inerte e taciturna. Ogni tanto, come a scatti, si rivelava in quell'allievo caparbio una sagacia incomoda, stranamente profonda ed analitica Bruno studiava molto, ma imparava lentamente, e, quando non poteva intendere, girava attorno uno sguardo intenso e turbato, lo sguardo di chi soffre un malessere inesplicabile. Ma chi si dava la pena di studiare quel sintomo?
Pi tardi, la sua piccola ribellione inconscia fu vinta, l'ambiente locale padroneggi gli equi istinti del fanciullo. Bruno riconobbe la supremazia di Febo. L'idea della grandezza, della prosperit della famiglia, primeggi anche in lui ogni altra considerazione. Ammir, e, cosa ancor pi strana, am Febo sinceramente. Ma tutto ci avvenne nell'intimo del cuor suo. L'evoluzione, lenta e interrotta qual era, non fu notata da alcuno.
Allorch Bruno ebbe toccati gli otto anni, si svilupp in lui la mania dello studio della storia naturale. E subito, fu una vera passione. Ma egli la manifest in un modo bizzarro, che poco garbava ai suoi di casa. Esciva solo, ad ore impossibili, si metteva per delle strade impossibili. Aborriva le strade maestre, i sentieri battuti. Era felice quando poteva battere la campagna a suo talento e cacciarsi nel fitto pi solitario delle boscaglie.
Egli faceva miglia e miglia di strada, pur di trovare un po' di natura schietta, deserta, dove la mano dell'uomo fosse meno visibile, dove qualcosa di primitivo, si tradisse comecchessia. Divenne un esploratore ardente di quel mondo queto, al quale prima non aveva mai pensato. Interrogava ora, colla stessa febbrile curiosit di prima, non pi le persone, ma le cose; il perch eterno tornava, rivolto ai fecondi segreti della natura, che gli si era rivelata ad un tratto, come una splendida deit novella. Il povero precettore, costretto a tener dietro a quel suo vagabondo allievo, era disperato, gli toccava cercarlo per ore e ore, e lo trovava finalmente rimpiattato in una macchia, immerso nella contemplazione estatica di un fiore, d'un bruco, d'un nido, d'un ruscello. Quando Bruno ebbe raggiunta l'et di nove anni, gli fu annunziato che andrebbe in collegio. Egli non ne mostr dispiacere alcuno. Ma nell'interno del suo cuore, la tempesta ruggiva forte. Il suo cuore ed il suo amor proprio erano entrambi feriti. Bruno amava i suoi, amava la casa sua e quanto v'aveva attinenza, con una passione segreta ed orgogliosa. Pure, si conged freddamente da tutti. Solo al momento di partire, quando fu in carrozza e allorch vide i suoi, commossi per quella partenza, rivolgergli, in mezzo a qualche lagrima, dei saluti affettuosi, ruppe in un dirotto pianto Ma subito lo represse.
Gli anni passarono senza grandi avvenimenti e Bruno, compiuto il corso degli studi, torn in seno alla famiglia.
Aveva studiato molto negli ultimi anni. Non era di prontissimo ingegno, ma l'idea d'esser ultimo tornava intollerabile al suo orgoglio segreto. Si sforz dunque, a mantenersi a paro dei migliori allievi. Riesciva specialmente nella matematica e nelle scienze naturali. E; cosa quasi strana per quel giovane dal carattere un po' tetro, un po' freddo, egli faceva progressi mirabili nella musica, tanto che divenne l'organista obbligato delle grandi feste celebrate nella chiesina del Convitto. Trattava maestrevolmente l'adagio, accentuava con dolcissima tristezza i passaggi grandiosi, e quelle ampie frasi del Sanctus, che destano spesso nei giovinetti come  un'epidemia di commovimenti intimi, di patemi mistici e nervosi.
Il Padre Rettore del convitto, in una sua lettera al Marchese d'Arcello raccomandava specialmente di coltivare nel giovane Bruno, le mirabili attitudini che egli dimostrava per le scienze, per la geografia, la geologia, l'antropologia. Egli non esitava a promettere al giovane, ove queste disposizioni fossero debitamente coltivate, una bella carriera di scienziato!
Il Marchese e la Marchesa, leggendo assieme questo brano della lettera, si fermarono, guardandosi con un sorriso di compassione. Una carriera... per Bruno! Ma cosa credeva quel buon religioso? Non sapeva dunque che in casa d'Arcello non si seguiva che la carriera di gentiluomo? E, Monsignor d'Arcello non aveva forse dichiarato ultimamente, (con grande sorpresa di tutti,  vero) che suo erede sarebbe Bruno, non Febo? Fra i sorpresi si sarebbe potuto mettere in prima linea Bruno stesso. Non era ben certo che la cosa fosse proprio equa, e sentiva a volte una specie di rimorso verso Febo... Si faceva umile, per farsi perdonare quel torto involontario, e sopportava in pace, con una certa coscienza di esserne meritevole, la semi freddezza che gli dimostrava in casa. Poich, era inutile dissimularlo, l'avevano un po' amara con Bruno, per quel capriccio del Vescovo. Il secondogenito l'aveva forse coltivato di soppiatto, nelle frequenti visite che il prelato soleva fargli in convento... Bruno indovinava in confuso qualcosa di quei dubbi, e n'aveva l'animo esacerbato, ma il suo orgoglio, il suo eterno e invincibile orgoglio non gli permetteva di pensare ad un diniego, che avrebbe ammessa la possibilit dell'accusa. Viveva dunque in famiglia, ma isolandosi quant'era possibile, studiando di continuo, esaltando, in quella continua tensione del pensiero, le tendenze spirituali, quasi mistiche dell'indole sua. Viveva la fredda esistenza d'un vecchio, serbando incognite a tutti, le aspirazioni latenti del cuore, cercando addormentare, nella continua pratica dello studio e della preghiera, il senso pertinace e doloroso di vuoto che l'assaliva bene spesso... quanto meno se l'aspettava. Qualche volta, per distrarsi, capitava nel villaggio, e faceva una visitina al fattore. Drea era un chiacchierone di primo ordine, e ci voleva poco a farlo parlare dei padroni. Bruno sedeva silenzioso, sotto la cappa del camino, e dava retta. Amava sentir parlare dei suoi. E cos venne in chiaro d'una circostanza di famiglia, che teneva in pena tutti quanti, la difficolt, cio, di concludere un bellissimo matrimonio per Febo.
Sicuro disse Drea, accomodando sugli alari un tizzone ribelle, un bel dispiacere per tutti, e specialmente per la signora Marchesa se...
Si ferm, visibilmente pentito d'essersi lasciato sfuggire quel se.
Se? chiese Bruno, quasi involontariamente.
Se... il matrimonio di Don Febo va a monte, come pare, pur troppo. Non so prosegu il vecchio, tentennando dubbiosamente il capo, se faccio bene o male a parlargliene... Ma mi parrebbe di farle torto a tacere, bench... sicuro, lei non ci pu mica far niente... Mah! che vuole... tutto per quel benedetto denaro! Pare impossibile che ci sia della gente cos interessata! E pure  proprio cos, quel diavolo di tutore. E come si fa a combattere? la ragazza  orfana e dipende da lui.
Dov'? chi ? chiese Bruno con subito interessamento.
Oh!  una loro cugina, una d'Ancraserra! Ma loro non la conoscono neppure,  ancora in convento. E per questo il tutore vorrebbe maritarla subito.  scapolo... e, capisci, prendersi in casa un fastidio come quello... E, d'altra parte, essendo la ragazza parente prossima, qui, dell'Illustrissima signora Marchesa, potrebbe venire a star con loro.
Ma allora, vede, il matrimonio si combinerebbe di certo, e il tutore invece...
Come interruppe Bruno con piglio altiero trova forse che i d'Arcello?
Oh! si figuri, si figuri. Dice soltanto che donna Bianca (si chiama donna Bianca) pu pretendere ancor di pi, per i denari, s'intende. Avr lui qualche nipote, qualche amico... eh! ognuno tira l'acqua al suo mulino. Non ha mica niente contro don Febo. Scommetto che, se fosse figlio unico, gliela d subito. Oppure, se per esempio... Gi, era una gran fortuna per lui, per don Bruno, quella cosa che aveva detto il Vescovo... Mah... bravo don Bruno...
Il giovane non rispose e il vecchio parve colto da un subito sgomento. Ecco, aveva chiacchierato... Mah, era sempre stato fatto a quel modo, quando le cose gli stavano tanto a cuore... bisognava che si sfogasse. Ma don Bruno non direbbe nulla, nevvero? non bisognava affliggere ancor pi la signora Marchesa, ch'era gi cos dispiacente. Perch, sicuro, lo sapeva di positivo che la Marchesa piangeva di continuo, per quel dispiacere. Una occasione come quella, non tornerebbe certo pi. E don Febo? se ne struggeva! Mentre invece...
Tacque e gett uno sguardo furtivo su Bruno, che sembrava assorto in un profondo pensiero. Si era lasciato andare sul panchetto, come se l'avesse colto una subita stanchezza.
Mah! ripet Drea. E mand un sospirone.
In capo a un quarto d'ora, Bruno s'alz e salut il vecchio. S'avvi verso casa, a capo chino ed a lenti passi. Invece di salire direttamente nella sua stanza, si trattenne alquanto a terreno, nella sala dove si trovavano Febo e la Marchesa. Nessuno di quei due avvert la sua presenza, ed egli pot constatare, osservandoli, quanto eran visibili nel loro aspetto e chiaro nel loro silenzio imbronciato, le ingrate preoccupazioni di quei giorni. Bruno esc ad un tratto. Accese la sua bugia d'argento, pronta sul tavolino dell'anticamera; poi, socchiuse l'uscio della sala e spinse nuovamente all'interno la sua faccia, bella d'un bizzarro sorriso.
Buona notte disse dolcemente.
La madre fece un piccolo cenno dignitoso di salute, Febo una specie di grugnito, quasi impaziente. Erano entrambi di pessimo umore, e colui li annoiava, coi suoi saluti insoliti. Un bell'originale, quel Bruno!
Senonch l'originale in questione, quand'ebbe chiusa a chiave la porta della sua camera, si diede a preparare una valigetta da viaggio, quella che gli serviva solitamente, quando andava a Monza a trovare lo zio Monsignore.
Bruno era affaccendato e sorrideva. Una serenit blanda posava sul suo volto, solitamente cos serio ed austero. Finiti i suoi preparativi, si coric e dorm placidamente, nella quiete profonda e gentile d'una risoluzione.
...
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...
Bianca d'Ancraserra era ad Arcello. Vi dimorava quale nipote della marchesa Clara e come fidanzata del marchese Febo. Il matrimonio era stato combinato, non appena rimosso l'ostacolo finanziario da una lettera ufficiale del Vescovo, il quale, mutati i primi intendimenti, s'era formalmente obbligato a lasciare erede della pingue eredit il marchese Febo d'Arcello. L'energia spiegata da donna Clara nelle trattative col tutore aveva compiuta l'opera. I due giovani s'eran visti due o tre volte nel parlatorio del convento, e interrogati separatamente, avevano detto un bel s volenteroso. Ma il gran s finale, non sarebbe pronunziato che in capo a sei mesi, e ci per espresso desiderio del tutore, il quale desiderava, a maggiore sgravio di coscienza, che la sua pupilla compisse, prima di maritarsi, la venerabile et di diciotto anni. E intanto essa dimorava ad Arcello, cara a tutti, felice delle mille prove d'affetto che le prodigavano i vecchi, dello spettacolo nuovo affatto per lei, della campagna, felice anche del lieto amore di Febo, di quella franca galanteria ch'essa non intendeva in tutto il pieno suo significato, ma che le era cagione d'una dubbiosit deliziosa di pensieri e d'immaginazioni... Febo era incantato della sua ingenua e bella sposina, e gli pareva che il tempo camminasse colla lentezza d'un vecchio gottoso; ma ormai l'agosto volgeva alla fine, e l'epoca delle nozze, cio il primo d'ottobre, non era pi tanto lontana.
La lettera del vescovo parlava chiaro: "dietro le ripetute istanze di Bruno..." Dunque Bruno aveva persuaso il buon Prelato a mutare le sue disposizioni! Gi... un ragazzo pieno di buon senso quel Bruno... Un bel tratto... non c'era che dire, una idea eccellente, generosa anche, se vogliamo!  vero ch'egli aveva sempre avuto delle aspirazioni bizzarre, era deciso a non prender moglie, aveva dei gusti speciali. Poi, colle sue forti convinzioni religiose, con quella sua mania di studio, aveva forse, meno di un altro, bisogno d'una fortuna propria. Rinunziando a quell'eredit, aveva dato prova d'un grande accorgimento, d'un tatto speciale... E la Marchesa mandava piamente, all'indirizzo della Provvidenza, un sospiro, ma proprio un gran sospiro di sollievo e di gratitudine.
Sulle prime, le cose parevano avviarsi veramente bene. Bruno aveva dimostrato alla cugina una specie di benevolenza grave, pi gentile forse, pi franca, di quanto si sarebbe aspettato da lui. Bianca era la prima fanciulla che Bruno avesse incontrata e che potesse studiare liberamente. Quella, intimit, improvvisata dalle circostanze, non l'aveva a bella prima n sgomentato, n indispettito, ma, con grande meraviglia di tutti, essa non progrediva punto coll'andar del tempo, pareva quasi essersi urtata ad un ostacolo improvviso ed insuperabile. Bruno cess d'essere indulgente e buono per la futura cognatina, ne sfuggiva la compagnia, non perdeva un'occasione di rivolgerle qualche rimbrotto.
Le innocentissime famigliarit dei primi giorni furon troncate quasi bruscamente e Bianca, avventuratasi un giorno in camera di Bruno, per deporvi una splendida farfalla che ella stessa aveva acchiappata in giardino, fu severamente rimbrottata dal giovane naturalista. Egli non amava che si andasse in camera sua, che si mettesse il disordine ne' suoi esemplari! Bianca promise umilmente: di non farlo pi. Non v'era pericolo che vi tornasse. Quella brutta camera tetra, con tutte quelle bestie morte, con quel gran crocefisso nero e quel teschio bianco a capo al letto, le avevano fatto paura! Ben ti sta le disse Febo ridendo perch ti sei voluta cacciare nell'antro dell'orso? Lascialo in pace.
E Bruno rimase in pace. La sua piet aumentava, esaltandosi talvolta sino al delirio, rasentando quasi la mania. Gli affetti terreni scadevano ogni d pi, nella stima del giovane; egli non capiva ormai come potevano tenere s ampio posto nei cuori degli altri, come non ne sentissero tutti la profana vacuit! Suo fratello lo irritava talvolta con quelle sue espansioni d'innamorato, con quelle mezze confidenze dalle quali Bruno rifuggiva con terrore. L'aveva sempre amato, anche quando non voleva sottostare alla sua superiorit. Ma ora suo fratello gli appariva sotto un aspetto nuovo, pressoch ostile. Provava, vedendolo, una segreta ripulsione, quasi una collera della sua bellezza, della sua letizia. La voce sonora di Febo, quando giungeva inaspettata al suo orecchio, gli era cagione d'uno strano scuotimento nervoso che somigliava all'avversione. E, cosa ancor pi strana, la voce di Bianca gli produceva pure un effetto nervoso, diverso per; questa era una sensazione intima, molle, un non so che di velato... di incerto, di dolorosamente soave.
Allo scopo d'evitare queste sensazioni, che gli tornavan forse egualmente penose, egli sfuggiva la compagnia dei fidanzati e si applicava intensamente allo studio. Ma per quanto tentasse isolarsi dall'esistenza di famiglia, sentiva, ci malgrado, d'esserne tuttora partecipe, provava un cupido, tormentoso interessamento a quanto accadeva attorno a lui. Allora, lasciato lo studio, ricorreva alla preghiera.
Ma ahim! Il nemico insidiava Bruno anche da quel lato!
Il giovane sentiva infiacchito il fervore religioso, proprio al momento in cui n'avrebbe avuto pi d'uopo. Degli strani dubbi lo assalivano. Gli pareva che lass non si ascoltasse pi la sua voce... Il suo zelo tentava ravvisarsi, con degli sforzi violenti. Il carattere s'inaspriva, un'intolleranza acre si appalesava sempre pi nei suoi detti e nelle sue azioni, e queste parevano talvolta raggiungere i limiti del fanatismo, mentre l'intimo del suo cuore si faceva sempre pi arido.
Bruno soffriva anche fisicamente. Delle sofferenze strane, misteriose, ch'egli subiva senza pur confessarle a s stesso, nonch ad altrui, invaso da un raccapriccio d'ira e di vergogna. Nella sua mente s'agitava di continuo una confusione vertiginosa di idee. Gli scrupoli pi insani, una difformit insidiosa di tentazioni, si susseguivano nel cuore di quell'infelice, sconvolgendo a rifascio sentimenti, sensazioni, convinzioni, principii; e, in mezzo a tutto quello strazio di dubbiosit, la pura voce del buon senso, del criterio inesorabile, che non era mai venuto meno in Bruno, ripeteva chiara ed imperiosa una sola, una perenne domanda: Perch?
Il giorno della risposta non si fece aspettare.
Il tutore di Bianca, ammalato da tempo, s'aggrav ad un tratto, e fu, per un momento in grave pericolo. La famiglia d'Arcello era riunita a desinare, allorch giunsero le notizie pi allarmanti del malato. Si commentavano, naturalmente, le eventualit della circostanza. Qualcuno alluse alla possibilit d'una disgrazia.
Ci mancherebbe altro! sclam Febo irosamente.
Eppure, sentenzi la Marchesa, se... Dio non voglia... occorrerebbe aspettare tre mesi almeno. Le convenienze...
Bruno non ud il resto della frase. Una sensazione violentissima l'aveva clto a tradimento, la sensazione d'una gioia folle, delirante. Egli gett sui due fidanzati, uno sguardo di feroce trionfo.
Ma quelli non se ne accorsero, scambiavano essi stessi, in quel secondo, una rapida occhiata di sgomento. Bruno rimase come fulminato. Il suo pensiero constatava ora, nettamente, la causa e l'intensit dell'impressione ricevuta. Egli si sent fiaccate le membra, smarr per un minuto, in una vertigine clamorosa del cervello, ogni facolt di pensiero.
Riavutosi, si guard attorno. Nessuno gli aveva posto mente. Bianca teneva celati gli occhi sul suo piatto e Febo stritolava fra i denti uno stecchino.
Finito il desinare. Bruno esc inosservato. Sal nel giardino superiore, oltrepass il cancello, e si mise per l'aperta campagna. Affrettava il passo, incalzato da un irresistibile bisogno di moto violento, teneva fisso lo sguardo su una fitta, macchia d'alberi e d'arbusti, che si presentava poco lungi. Egli si sentiva venir meno, ma affrettava il passo, voleva giunger l: dove c'era buio, dove nessuno poteva vederlo. Giunse finalmente, tent sedere, su un vecchio tronco d'albero reciso e giacente... Ma non vi riesc,... cadde a terra bocconi, e vi rimase, tentando pronunziare una parola di salvazione... Dio! Dio!
Ma invece, dalle labbra convulse, dalle intime labbra del cuore dello sventurato, si sprigion un accento disperatamente appassionato... Ed echeggi tre volte nel silenzio della macchia: Bianca, Bianca, Bianca!
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Il giorno dopo, un'ora avanti il desinare, Febo, il quale si recava in giardino cantarellando sotto voce, s'imbatt accanto al portico con Bruno, test escito dalla chiesina.
Bruno and direttamente verso Febo e lo ferm.
Come sta? chiese con voce ferma.
Meglio, meglio assai rispose allegro il primogenito. Le lettere di ieri sera e di stamane accennano ad un miglioramento assoluto. Ma che paura eh! iersera, che tegola sul capo, nevvero?
Bruno assent, chinando gravemente la fronte.
Capisci, continu Febo ridendo, cosa da accopparlo, colui, se moriva...
Com'era di buon umore, Febo, che espansione gaia gli avevano ispirate le buone notizie, come suonava alta la sua voce, sotto le arcate del portico! Cos alta che a Bruno parve quasi intollerabile. Ma egli rimase immobile, tentando di sorridere.
T... disse Febo ad un tratto, che brutta ciera hai quest'oggi! E non ti sei lasciato vedere, n ieri, n stamane. Non ti senti bene forse? cos'hai? cos'hai fatto?
Nulla! disse Bruno con voce disperatamente calma.
Cos era, non aveva fatto nulla. Aveva passato quel tempo in un'inazione completa, di fronte alla risposta concreta del suo perch.
Ora, dunque, sapeva e sapeva tutto; non serbava la minima illusione. Si sentiva completamente vinto: animo e sensi. Le ostinate e caste ignoranze del cuore, erano state bruscamente messe in fuga, egli aveva compreso ora, senza studiarlo, un mistero, che, tempo addietro, aveva studiato senza comprenderlo. Era caduto nel limo delle umani passioni, mentre credeva potersi vantare di sprezzarle tutte; e perch nulla mancasse alla sua disfatta e al trionfo di Satana, egli amava la fidanzata di suo fratello!
Ancora pochi giorni, e il suo amore si chiamerebbe errore non solo, ma colpa e sacrilegio. I canoni sacri e le leggi civili avevano un vocabolo solo per definire quella sciagurata specie di amore.
Sent che un solo scampo gli era possibile: l'assenza, una fuga colorita da un pretesto qualsiasi.
Un'altra idea gli balen per un istante alla mente. Recarsi dal Vescovo, palesargli tutto, tentare una revoca delle disposizioni testamentarie. Si ferm un momento su questo pensiero, assaporandone il veleno. Egli potrebbe suscitare, forse, degli ostacoli fra quei due, potrebbe frangere il colpo nappo, prima che giungesse alle fauci bramose di Febo.
Ma subito fu colto da un arcano orrore di s stesso, di quella tentazione... E poi, quand'anche potesse compirla quell'opera abbominevole di vendetta, a che gli gioverebbe? Bianca amava Febo, non lui! E quel nuovo orizzonte, l'amore della donna, si dileguava bruscamente davanti al pensiero di Bruno, quand'egli ne allontanava Bianca. La creazione intiera non aveva altra donna per lui.
Fuggire, dunque, fuggire, soffrire, ma altrimenti! Stancarsi, esaurirsi, ma non in una lotta vergognosa. La natura gli offriva una redenzione nello studio dei suoi segreti. Ed egli partirebbe subito, appena celebrato il matrimonio dei fratello, per una spedizione artica che s'iniziava in Inghilterra e alla quale occorreva un naturalista. Quando fu deciso, lo disse ai suoi, e cos deliberatamente che nessuno os movergli osservazioni in proposito. Il Marchese nella sua cocciuta idea dell'assurdit di siffatte cose, aveva gran voglia di opporre il veto paterno a quella determinazione, ma donna Clara lo condusse a pi saggio consiglio. La madre s'era spinta, forse un tantino pi degli altri, sulla via d'una lontana investigazione dello stato d'animo di Bruno; aveva indovinati in lui, non gi la cagione, ma i sintomi d'un intimo turbamento, e ne paventava istintivamente le conseguenze. E perci il vecchio Drea Bottacci, aveva potuto dire a suo figlio, parlando del secondonato di casa d'Arcello, ch'egli andrebbe presto lontano, lontano, e non darebbe fastidio a nessuno.
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Capitolo 3.
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Bruno si dest volonterosamente, con un violento sforzo, da quel sogno; un sogno terribile e molle, pieno di acute gioie colpevoli. S'alz a sedere sul letto e sbarr gli occhi nel buio. Il cuore gli balzava disordinato, ed egli sentiva il martellamento delle arterie del collo. E, proprio in quel punto, un canto di gallo ruppe l'alto silenzio della notte. Bruno rec lentamente la mano alla fronte. Doveva aver cos suonato il grido d'allarme, all'orecchio di Pietro, dell'apostolo fiacco e pauroso.
Senonch, per Bruno era giunto prima, era giunto in tempo. No, egli non aveva rinnegato il maestro: la sua volont non era stata complice di quel delirio febbrile del sonno. La stanchezza lo aveva tradito... nulla pi.
Accese il lume, e guard l'oriuolo. Solamente le quattro!
Pure, non voleva riaddormentarsi. L'esperienza gli aveva insegnato a temere il momento che precede il sonno. Ad un tratto, di un'esclamazione di contento. Il suono d'una campanina lontana giungeva, appena sensibile, nella quiete della cameretta. Era una messa d'aurora, ed egli riconobbe d'onde giungeva l'annunzio. Dalla chiesina del bosco, la Madonna dell'Olmo. Affrettandosi, potrebbe arrivare a tempo per udire quella messa.
Si vest in fretta, scese a terreno, ed esc.
Una viva brezza soffiava di fronte e gli veniva accapponando le carni. Ma egli ne provava un acre piacere e scuoteva forte il capo, come per tuffarlo a pi riprese in quella freschezza pungente che pareva rinnovargli le idee nel cervello
La notte finiva, rifugiando le intensit ultime dei suoi tenebrori, nei lontani ripari delle macchie ed un semi chiarore grigiastro si diffondeva per la campagna. Alcune striscie d'un albore perlaceo striavano a levante le nubi crepuscolari, mentre le stelle impallidivano nelle trasparenze opaline del cielo. Una nebbiolina leggera si sollevava qua e l pei prati, sovrapponendo al loro verde delle grandi macchie bianchiccie, natanti e sospese come frammenti lacerati d'un immenso velo. Le erbette sgocciolanti rugiada, scuotevano sotto la brezza gli steli oscillanti, come testine umane che volessero scacciare dei pensieri molesti. Il pispiglio degli uccelli prorompeva da ogni schermo di fronda, mettendo nella progressione lenta e smorta dell'aurora, la nota, profeticamente sonora, del prossimo trionfo della luce.
Bruno scelse una scorciatoia, serpeggiante alla base d'un colle boschivo. Quel sentiero, incassato tra il bosco e la siepe, era malagevole assai, per l'umido che l'aveva invaso, ma Bruno vi camminava spedito e con rapidit sempre crescente. Presentiva che quella messa gli avrebbe fatto del bene, che la preghiera, diniegatagli poco prima dai turbamenti insidiosi delle tenebre, gli sarebbe ora consentita facile, placatrice, piena dei sereni e mistici entusiasmi d'un tempo. Forse, la sua non era nulla pi che una tentazione; ebbene, la vincerebbe! Dio lo torturava, ma per provarlo ed egli guarirebbe da quell'abbominevole passione, come si guarisce da una malattia.
La tentazione gli dava un momento di tregua; egli alz la testa, orgogliosamente.
Ohe! grid in alto, a sinistra, una voce forte ed allegra.
Bruno s'arrest, come impietrito. Aveva riconosciuta la voce di suo fratello.
Febo stava ritto sulla vetta del colle, poggiandosi col palmo destro, a braccio disteso, contro il tronco d'un poderoso castagno e reggendo il fucile colla mano libera.
Bruno lo guardava affascinato. Un raggio del sole nascente lambiva Febo di fianco, accarezzandolo d'una luce dorata, che pareva cominciare con lui. Pi indietro, e come per dar risalto quella gloriosa apoteosi di maschia bellezza, si disegnava la tozza e volgare figura di Rocco, il guardacaccia.
Ohe! ripet Febo come mai sei anche tu a zonzo, cos per tempo? Non vorrei che si trattasse di qualche spedizione, ehm... dico...
Bruno aggrott le ciglia.
Vado a messa, rispose seccamente.
Ah! bravo, bravo! Io invece vado per quella lepre indemoniata. Ma devi aver preso freddo per via, sei smorto come la luna.
Bruno rispose con uno scialbo sorriso. Egli si sentiva in quel momento, come schiacciato, dalla coscienza della sua inferiorit fisica. Certo, doveva fare una splendida figura a confronto di Febo! Oh s! gli stava bene di strisciare, povero verme zoppo, alla base del colle, mentre l'altro ne calcava la cima, bello, vigoroso come un dio silvestre. Il cuore di Bruno si gonfiava d'una umilt beffarda, piena d'odio e d'invidia.
Bruno si morse le labbra. Poi, rivolse la parola a Febo:
E cos, la caccia?
Male, malissimo! quella maledetta bestia non si lascia vedere; chiss quanto mi toccher a correre!
E... non vieni a casa stamane?
Ma! chi pu dirlo? Oh! a proposito, ci torni tu, dopo aver sentita la messa?
Bruno accenn di s.
Bravo. Alloro, fammi un piacere. Di' a Bianca che non so fino a quando mi toccher a star fuori, e che non mi faccia il broncio, se verr a casa solamente per l'ora di pranzo; hai capito?
Il messaggiero chin il capo. Ma stringeva i pugni chiusi, cos strettamente che le unghie laceravano l'epidermide.
Borbotter, veh, continu Febo certo che borbotter. Benedette ragazze! Ma tu, fagliela intendere per benino, e dille che domani star a casa tutto il santo giorno. E perch non borbotti troppo, consegnale questo da parte mia.
Appoggi il fucile ad una pianta vicina, e tolse dalla tasca della giacchetta, un mazzolino di fiorellini, d'un bel rosso violaceo.
Son ciclamini, grid ancora al fratello, di quelli che piacciono a lei. Li vidi per istrada, e li colsi. T! come son gi pesti! sarebbero diventati bellini davvero, se li avessi tenuti in tasca dell'altro. Fortuna che ho trovato un ambasciatore. Attenti dunque, hop... l!
Li gitt abbasso, ridendo, con una mossa perfettamente assestata.
Ma Bruno non seppe coglierli al volo, e il mazzetto cadde ai suoi piedi. Si chin a raccattarlo con fretta convulsa.
Bravo! motteggi Febo ridendo li hai proprio colti bene! E, siamo intesi, falla per benino, la mia commissione, mettiti nei miei panni... per una volta...
E rideva, rideva di cuore, all'idea di aver investito il fratello della dignit di messo d'amore, di suo rappresentante presso Bianca.
Signor Febo, disse a un tratto, il guardia caccia il quale, durante il breve colloquio, non aveva cessato d'esplorar collo sguardo, la campagna circostante. Signor Febo, Mirza s'inquieta, e annusa l'aria
Oh! davvero? rispose Febo voltandosi con premura e afferrando a due mani il fucile andiamo dunque.
Fece a Bruno un gaio cenno di saluto, gli gett ancora un sonoro, "Ti raccomando," e si mosse rapidamente, seguito da Rocco. La sua forma vigorosa spicc ancora, per cinque secondi, nettamente visibile sul ciglio del colle poi scomparve dietro un gruppo di alberi.
Bruno rimase immobile, come inchiodato, sul sentiero. Continuava a guardare all'ins, e un sorriso amaro perdurava sulle sue labbra. La campana suonava ormai l'ultimo invito alla messa, ma egli non l'udiva. Quell'inaspettato incontro l'aveva ripiombato nella tenebra.
Febo gli era apparso come una manifestazione nuova della sovranit umana; egli era veramente l'uomo, il re della creazione; tutti i privilegi, le glorie della vita spettavano a lui. A lui l'amore della donna, la creazione della famiglia. L'immagine di Febo e quella di Bianca si confondevano, nella mente di Bruno, in un fulgore raggiante, caldo degli ardori della esistenza umana qual' realmente, per tutti, eccettuatone pochi infelici... E Bruno sentiva d'essere nel novero di questi.
S, la suprema poesia del suo sacrifizio era guasta anch'essa agli occhi suoi. Egli non aveva diritto alla felicit, e perci soltanto vi aveva rinunziato. Febo stava al sole, gloriosamente, e lui nell'ombra umida e fredda. Non era forse sempre stato cos fra lui e Febo? Pure, Febo era suo fratello. Ebbene... e perci? No, non poteva amarlo! Quasi, gran Dio...
Con un gesto inconscio e furente, alz il pugno chiuso verso l'altura.
Quando giunse alla chiesina, la messa era pressoch finita. Egli rimase sull'uscio, come se si sentisse indegno d'entrare. Stette a lungo cos, appoggiato al vecchio muro che il salnitro smantellava, lentamente, da anni e anni. Non preg, non pianse, non ardiva pensare; la sua anima bestemmiava la vita.
Err alquanto nei pressi della chiesina, poi si avvi verso casa.
Un momento si sent stanchissimo, e bench non fosse ormai che un quarto di miglio della villa, pure prov irresistibile il bisogno di riposare. Si lasci andare, affranto, su un rialzo del terreno tappezzato di muschio, abbandonandosi, con un supremo desiderio di pace e d'oblio.
Ma era scritto che quell'istante fosse contrassegnato da un incidente, la cui memoria doveva farsi implacabilmente compagna di tutto quanto l'avvenire di Bruno. Egli aveva appena distese sul terreno le sue membra infiacchite, quando balz furibondo in piedi. Aveva udito in lontananza il rumore di un colpo di fucile, il fucile di Febo!
Ah! era dunque impossibile dimenticarlo... Egli non l'avrebbe mai lasciato in pace, mai!
Una cieca rabbia invase l'infelice, un'imprecazione, un grido soffocato gli escirono dalle labbra, mentre l'eco dell'archibugiata si diffondeva per la valle. Un'imprecazione ed un grido quali avrebbero potuto echeggiare sulle are gelide, dove il fuoco del cielo non scendeva a consumare i doni inaccetti di Caino.
L'eco tacque, tutto tacque. Un silenzio tetro e grave si fece nella campagna... un silenzio che a Bruno parve stranamente pauroso. Ed egli si ramment poscia di quel silenzio...
Giunse, un quarto d'ora dopo, alla porticina del giardino, e, nell'aprirla, sent all'interno un passo leggero che si accostava, mentre una voce, tenera e gaia, gettava al vento la prima sillaba d'un nome: Fe...
Ma subito la voce si spense, e Bruno ravvis, addossata al cupo verde della parete di fronte, la personcina di Bianca. La fanciulla aveva il volto un po' acceso, per la deliziosa impazienza dell'attesa. Ma quando riconobbe Bruno, quando si fu accertata che egli era solo, l'espressione del suo viso sub un rapido mutamento e un disappunto quasi cruccioso, si trad sulla pura fronte.
Bruno vide; indovin. Socchiuse gli occhi per un istante, abbagliato dalla bellezza di quella fanciulla, e si ferm sulla soglia, guardando Bianca col solito sorriso, insopportabilmente acre e beffardo.
Essa tremava ormai visibilmente, sotto la severit di quel sorriso. Torceva fra le mani il suo fazzolettino bianco.
Ebbene disse finalmente Bruno perch ti turbi? Che fai qui?
Io? mormor Bianca. Ma... niente, ero venuta cos a passeggio.
Davvero? continu Bruno, colla sua incisiva ironia. Eri venuta qui, a caso, accanto alla porticina? E vuoi rimanere?
Ma, non so. Ora la zia non ha bisogno di me e...
E tu, invece di applicarti a qualcosa di utile, di buono, credi meglio spendere questo tempo lungi di casa, in attesa di...
Si ferm. Il volto di Bianca era soffuso di rossore.
Ma io... sussurr la fanciulla.
In questo caso continu Bruno con accento sempre pi freddo, puoi prepararti ad attenderlo a lungo; egli non verr, per ora.
No? sclam Bianca con accento cos sentito e profondo che l'altro si morse le labbra. Egli aveva passata una mano nello sparato della giubba nera abbottonata sul petto e teneva convulsivamente stretti, i ciclamini di Febo.
No! non verr che sul tardi. Egli ama la caccia, come sai, e questa sua passione primeggia tutto. Febo insegue una lepre e non torner prima d'averla raggiunta.
Bianca non era pi rossa in viso, un lieve pallore le copriva la fronte. Bruno, straziato da una insana e feroce gelosia, godeva di vederla soffrire.
Tua zia continu dopo una breve pausa pu aver bisogno di te. Fra poco sar ora di colazione. Vuoi rientrare?
Bianca esit un momento. Poi, un'intima ribellione le rec sulle labbra una parola: No.
Bruno insist.
Vuoi rimanere qui?
S.
Ad aspettarlo?
S.
Egli s'avanz e chiuse dietro a s la porticina. Poi, pallidissimo, alz su lei uno sguardo austero.
Bianca le chiese sei stata in chiesa stamattina? hai sentita la messa? hai pregato? di cuore?
Essa accenn di s.
Hai chiesto a Dio la sua grazia, i suoi lumi? hai pensato che ti apparecchi ad un sacramento? Che stai per incontrare uno stato imperfettissimo in s stesso, irto di aspri doveri, di difficolt pressoch insuperabili, per le quali sono necessarie delle grazie singolarissime? Ed  cos che speri ottenerle? Son queste le deposizioni della tua mente, del tuo cuore?
S'interruppe per un momento; poi, con un'iracondia strana e pur tentando mitigare il suono ormai stridente della sua voce, scocc a bruciapelo una domanda:
Tu l'ami dunque?
Bianca alz il capo con una mossa energica. Poi lo chin e tacque, colpita da un senso delizioso di pudore. E un sorriso dolcissimo, risposta tacita ma precisa, trem sulle sue labbra.
Il sudore scorreva a grosse goccie sulla fronte di Bruno. Ma quella fronte si chin, doma.
E dalle sue labbra esc come un singulto, una frase rotta e breve:  giusto!
Per un momento ci fu silenzio. I passeri spionciavano sulla parete verde, e lo zampillo sussurrava senza posa.
Bruno si riebbe; un timore lo assaliva, il timore che Febo giungesse da un momento all'altro. E non voleva, non voleva, no!
Ma hai pensato continu, riprendendo con ipocrisia spietata il filo del discorso che scopo di tutta questa tua cieca idolatria  un oggetto terrestre, che la felicit a cui ambisci cos apertamente  transitoria, mal sicura! Non sai dunque che il nostro Dio  un Dio geloso, terribile nell'ira sua, che ci domanda stretto conto d'ogni sperpero del cuore, d'ogni abuso della facolt di amare a noi concessa? Hai pensato a tutto questo?
La fanciulla guard turbata il cugino; uno scrupolo sorgeva nel religioso animo suo.
Ma io, rispose timidamente non sapevo... non intendo gi di offendere Dio. Siamo fidanzati, e anche il mio confessore dice che posso volergli bene, giacch devo essere sua moglie, ed  meglio che...
S interruppe violentemente Bruno  meglio che sin d'ora vi abbandoniate all'impeto del vostro folle amore, che tu metta in non cale il tuo decoro di fanciulla, per mostrarti smaniosa di nozze, che, invece di prepararti con modestia e raccoglimento ai gravi doveri che t'aspettano, sveli a tutti, col tuo contegno, le audaci impazienze dell'animo tuo, che tu prodighi sin d'ora, ad un uomo, i tesori della tua tenerezza, quei tesori che... Dio... Dio solo...
S'arrest colpito da un subito pentimento. Il volto della fanciulla rivelava l'effetto di quei rimbrotti. Essa girava attorno, smarrita, degli sguardi gi velati di pianto.
Bianca! sclam il giovane spaventato alla sua volta e cercando di calmare le inquietudini da lui destate. Bianca, ascoltami. Io non voleva gi dire che...
Ma Bianca non l'ascoltava pi. Nascosto il viso fra le mani, piangeva a dirotto. A un tratto, si volt bruscamente e corse all'impazzata verso casa.
Bruno si picchi coi pugni la fronte. Ecco, l'aveva spaventata, l'aveva afflitta, col suo feroce egoismo. Egli, che per risparmiarle una lagrima avrebbe dato... Maledizione! Lo spirito maligno era dunque pi forte di lui? Egli finirebbe col tradirsi! No, piuttosto morire! Si mosse, per correrle dietro, per farle nel suo vero senso la commissione di Febo, per consegnarle il mazzetto di ciclamini; ma un rumore improvviso lo trattenne. Ud spalancarsi violentemente la porticina e farsi avanti, correndo, un uomo col viso stravolto e che, ansando, come persona a cui vengon meno le forze, si dirigeva verso casa. Bruno riconobbe in quell'uomo Rocco, il guardacaccia.
Il giovane si sent rimescolare il sangue. Arrest l'uomo per un braccio, e gli chiese in tuono imperioso: Cosa c'? dove vai?
Rocco era talmente trafelato che non riesciva ad articolar parola. Ma con una mano accenn nella direzione della campagna, a destra, verso il bosco.
L... balbett poscia. Don Febo!
Ma cos' accaduto? scongiur Bruno, scuotendolo forte.
L'uomo non os rispondere direttamente.
Vada... disse soltanto corra!
Bruno si diresse, correndo quanto glielo permetteva la sua claudicazione, nella direzione accennatagli da Rocco, e giunse presto al luogo, non lontano, ove vedevasi un assembramento di contadini.
Questi, riuniti in circolo, tenevan tutti gli sguardi rivolti sul terreno, dove stava distesa ed immobile una vigorosa forma di giovane vestito da cacciatore... Un uomo stava ginocchioni accanto al caduto, e pareva esaminarlo con somma attenzione.
All'improvviso sovraggiunger di Bruno ci fu nel gruppo dei contadini un momento di esitazione. Ma un vecchio disse: Bisogna pure che sappia... E si ritrasse per fargli posto.
Bruno, con una mano di ferro, aveva gi rotto il circolo, facendosi strada sino al centro del gruppo. E nel giovane disteso sul terreno, inerte, col petto macchiato d'una piccola striscia di sangue, egli ravvis Febo, suo fratello...
L'uomo inginocchiato guardava tuttora il caduto. Gli mise la mano sul cuore, tocc la palma bianchissima abbandonata sull'erba... Poi s'alz e disse:  finito.
Bruno stava immobile, come se non avesse inteso. Fra quei due fratelli, cadavere l'uno, ritto e vivo quell'altro, non c'era gran differenza di colorito.
Oh don Bruno! che disgrazia! Chi avrebbe potuto immaginare disse il medico a Bruno. Non ha sofferto nulla per, il colpo gli ha passato il cuore...  partito a caso, mentre egli saltava una siepe, tenendo il fucile avanti a s...
Bruno non rispose, continuava a guardare. Febo giaceva come addormentato: la sua bellezza apollinea non aveva subito deturpamento alcuno; egli stava disteso a terra, ma con una grazia suprema d'abbandono, come se un sonno subitaneo l'avesse colto mentre riposava, pensando a delle cose liete.
Bruno con un gesto pazzo, si rec la mano alla fronte. A un tratto scosse il capo e chiam forte "Febo!" Ma la pausa che sussegu fu tutta di silenzio. Attorno a quel giacente che non rispondeva, nessuna voce umana si alz a parlare. Allora Bruno cadde ginocchioni accanto a Febo. Si curv su di lui guardandolo intensamente. E dallo sparato della nera giubba di Bruno, i ciclamini di Febo, sciolti, avvizziti, ma tuttora odorosi, caddero ad uno ad uno, su quell'empio torace che lentamente s'irrigidiva!
...
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...
Nello sbalordimento generale, nella orribile confusione che tenne dietro alla rivelazione della catastrofe, due persone sole non avevano smarrito il sangue freddo: Bruno d'Arcello e Bista Bottacci.
Essi avevano pensato e provveduto a tutto, con una calma concorde, con una meravigliosa intesa delle emergenze del momento.
Ma quella calma e quell'intesa, semplici e naturali nel giovane fattore, assumevano, adoperate da Bruno, un aspetto strano ed inatteso. Dal momento in cui questi s'era curvato sul cadavere del fratello, non aveva sparsa una lagrima, n accennato comechessia ad un'impressione personale del miserando caso. Era stato lui che, dopo la visita delle autorit, aveva accompagnata a casa la salma, lui che aveva adagiato sul letto di morte il corpo inerte del fratello. Tutti gli abitanti del paese e dei dintorni erano venuti, nel giorno antecedente a quello delle esequie, a render l'estrema visita al primogenito di casa d'Arcello, e tutti avevano osservata a pi del letto, sempre ginocchione, l'esile figura di Bruno. Nessuno aveva ardito rivolgergli una parola di compassione. Bista rispondeva a voce sommessa, alle rotte e pietose domande di pochi.
Dai gruppi di gente, che si succedevano, quasi senza interruzione nella camera mortuaria s'alzava concorde un mormorio sommesso di Deprofundis monotoni, insistenti, come il ritornello della canzone che una madre assonnata si ostina a ripetere presso la culla del bambino addormentato. In quei mesti cori la voce di Bruno non si distingueva. La preghiera del giovane non aveva accento di sorta.
Verso sera, le visite si fecero pi rare, a notte cessarono, e un silenzio di morte piomb sulla villa.
Riuniti in una stanza dell'ala opposta del palazzo, l'infelicissimo padre e Bianca, si trovavano al letto della Marchesa, la quale si riaveva a stento dalle violente convulsioni ond'era stata agitata durante tutto il giorno. Si aspettava un momento di calma relativa per trasportare la misera madre in carrozza e mettersi in viaggio per la citt, onde evitare la terribile vista delle esequie.
Nella stanza non erano rimasti, per le ultime ore della funebre veglia, che Bruno e Bista.
Allorch scoccaron le tre, Bista, il quale da qualche tempo teneva d'occhio Bruno, fece un gesto d'impazienza.
Era assurdo! Ecco, a momenti cadrebbe anche quello, a furia di voler fare il bravo. Si scuoteva a guizzi come una serpe, si vedeva chiaro che non poteva pi reggere sulle ginocchia.
Bista esit un momento, poi venne a toccar lievemente una spalla di Bruno.
Il guizzo si ripet, violento, quasi convulso, ma Bruno non alz la fronte.
Don Bruno, insist Bista. Don Bruno!
Finalmente Bruno con una mossa lenta, che aveva qualcosa di smarrito, si volt a guardare quegli che lo chiamava. E Bista represse un moto involontario... Dio! la faccia di Bruno!
Don Bruno continu Bista, la supplico, venga di l... prenda qualcosa, si riposi un momento.
Bruno scosse il capo e tent rimettersi nella posizione di prima, ma un terzo guizzo nervoso lo scosse ancora, e siffattamente, ch'egli dovette, afferrare un lembo della giacca di Bista.
Ors disse questi in tuono reciso, vede cosa accade? Creda a me, si butti a giacere per un momento qui, nella stanza vicina. Fra poco suoner la prima campana pel funerale. Come potr tener dietro alle esequie, se non si regge in piedi?
L'argomento parve efficace. Bruno, appoggiandosi a Bista, s'alz barcollando.
Non pensi a nulla, continu Bista. A pregare sto qua io, lei si riposi per un quarto d'ora. Le prometto che fra venti minuti al pi, vengo a chiamarlo.
Bruno esc lentamente.
La stanza accennata era una piccola antisala colle pareti di scagliola verde lucidissima. L'ammobigliamento consisteva soltanto in un grande divano ricoperto di cuoio antico.
Bruno si butt a giacere sul divano e vi rimase inerte. La sua ombra immobile si profilava sulla lucentezza marmorea della parete.
A un tratto, scatt in piedi. Aveva udito un lieve strepito dietro uno degli usci, quelli che mettevano alla galleria dei quadri. Pareva che una mano fiacca e inesperta tentasse il manubrio per aprire.
Chi ? chiese Bruno.
Nessuno rispondeva. Pure, il moto tormentato del manubrio, accennava alla persistenza del tentativo.
Bruno and ad aprire. Ma non appena rimosso il battente, ristette immobile sulla soglia.
La penombra del corritoio era rotta, a mala pena, dal lume che tremava nelle mani di Bianca. La fanciulla pallidissima, stravolta in viso, stava ritta dinanzi a lui.
Bianca? chiese severamente il giovane cosa fai qui? cosa vuoi?
Voglio vederlo rispose con calma la giovanetta.
Nell'ampia galleria, davanti alla turba silenziosa e nereggiante degli avi effigiati, quei due giovani stavano di fronte, guardandosi con una calma e una decisione che avevan qualcosa di tragico.
No, disse finalmente Bruno. Basta ci che hai passato, da ieri mattina in qua. Torna in camera tua e disponiti alla partenza.
Lasciami passare continu Bianca, come se non avesse udito, debbo vederlo. E se anche dovessi morirne sarebbe giusto, perch egli  morto per causa mia.
Tua? tua? No... non  morto per causa tua! Sei pazza.
S, prosegu Bianca con voce quasi spenta, ricordati ci che mi dicevi tu stesso, in giardino... quando io l'aspettavo, pochi momenti prima. Non m'hai detto che il nostro Dio  un Dio geloso, terribile nell'ira sua e che non vuole che si ami troppo! E perch io lo amava troppo... perch lo amavo cos, egli... capisci... ha punito lui!
Bruno ascoltava, ritto, non pi stanco, come galvanizzato da un tetro orgasmo.
Ah! esclam poscia io ti ho detto questo? E tu perch l'amavi tanto... nevvero?
Ma non vedi, grid la fanciulla! non vedi? Lasciami andare,  impossibile ch'io non abbia a vederlo mai pi... lui ... il mio fidanzato.
Bruno si ritrasse bruscamente e lasci libero il varco.
Passa! disse a voce alta e stridente.
Bianca entr e si diresse verso l'uscio della camera di Febo. Ma uno strano sgomento assalse la fanciulla quando si trov davanti alla portiera calata. Rallent il passo, fissando angosciosamente Bruno.
Questi non avvert l'incerta preghiera di quello sguardo. Con un gesto rapido e secco, alz la portiera davanti a Bianca.
Il letto spiccava bianchissimo in mezzo alla stanza e sul letto la salma rigida di Febo spiccava alla sua volta, coi rilievi stecchiti della persona, colla magrezza cadaverica del volto gi al tutto mutato, fatto irreconoscibile, nel disordine livido dei tratti. Sul petto si profilava un nero crocefisso, le mani giunte scomparivano sotto una gran corona di fiori bianchi, gi appassiti...
Bianca aveva fatto soverchio calcolo sul proprio coraggio. Per la prima volta in vita sua si trovava davanti a un cadavere, e quel cadavere era quello del suo fidanzato. L'impressione le giunse troppo forte. Volle resistervi, volle accostarsi al letto, ma le gambe si rifiutarono al moto. Colta da un crescente ed orribile raccapriccio, volle allora ritirarsi ma non n'ebbe il tempo. Barcoll per un secondo, annasp colle mani, smarr i sensi e cadde all'indietro, urtando Bruno.
Il giovane la sent piombare inerte su di lui. La sostenne, lottando egli stesso con un indicibile smarrimento. Poi, senza sapere quel che facesse, stringendo quel peso che pareva rompergli e bruciargli le braccia, rientr nello stanzino. Continuava a stringerla, a stringerla... poi ebbe una paura affatto istintiva di farle male, e la depose sul divano di cuoio. E quando la vide cos distesa, come morta, credette per un momento d'impazzire. La chiam appassionatamente, per nome... Ma essa non sentiva, ed egli non poteva alzar la voce, per chiamar pi forte accanto alla camera dove suo fratello aspettava le esequie.
Ebbe paura, una paura che rasentava il delirio. S'accost alla portiera, e, senza alzarla, chiam Bista.
Quegli, che stava tuttora inginocchiato al funebre letto, balz in piedi e venne. Bruno, senza parlare, gli accenn la fanciulla.
Bista lesse probabilmente qualcosa sul volto del giovane, e non fece domanda alcuna. Curvato anch'egli sul sof, guardava attentamente la giovane svenuta.
Niente disse subito, non  che uno svenimento. Ci vorrebbe un po' d'aceto, scendo subito a prenderlo. Ma intanto bisognerebbe farla respirare pi liberamente. Le sbottoni l'abito.
Bruno tent un movimento per obbedire a quel consiglio, ma invece rimase immobile, come impietrito Una vampa di fuoco pass sul suo pallore.
Cerc una, due volte di superarsi, ma non gli riesc, e quella suprema angoscia, fatta di tutte le violenti passioni che si scatenavano in quel momento in lui, si trad con un monosillabo, che gli esc strozzato dalla gola, un no! fioco come l'ultima parola d'un morente.
Bista guard fisso Bruno, per un secondo. Poi, senz'altro, accenn di voler fare egli stesso ci che aveva consigliato. Stese le mani, premurosamente sull'abito agganciato di Bianca.
Ma non giunse a toccarlo. Una stretta simile ad una morsa di ferro, era piombata sulle sue dita. Bista vide la faccia di Bruno vicina alla sua, ma cos minacciosa, cos terribile che egli ritrasse involontariamente la testa. E un secondo: no! ma netto stavolta, stridente, turb il silenzio di quella scena.
Bista, senza far parola, chin il capo. Scosse per un momento la mano indolenzita che Bruno aveva subito lasciata libera, poi... represse un bizzarro sorriso. E subito la sua faccia, cos fina e cos volgare, torn impassibile.
Signor Marchese, disse spiccatamente, ma a voce bassa vuole che scenda a prender l'aceto?
S... no... rispose Bruno... con una esitanza quasi paurosa aspetta un momento.
Bista non insist, ed entrambi i giovani tacquero, guardando Bianca, che giaceva, senza moto, sul divano.
Ecco, disse finalmente Bista comincia a riaversi.
La fanciulla si riebbe infatti, e apr gli occhi, con un fioco gemito.
Signor Marchese, continu Bista, veda se pu farla andar via. Questo non  luogo per lei. A momenti suoneranno le campane; dia gli ordini necessari perch si solleciti la partenza. S'accost ancor pi, e gli sussurr rapidamente all'orecchio: Adesso, il Marchese d'Arcello  lei...
Bruno si volt, fulminando Bista d'una bieca occhiata.
Ma subito, quell'ira venne meno e si mut in una calma fredda ed altiera. Bruno aveva ricuperato il dominio di s stesso.
Bianca, riavutasi gradatamente, s'era alzata a sedere; tremava ancora, ma delle grosse lagrime benefiche le colavano lente sulle guancie.
Accompagnate di l donna Bianca, disse Bruno a Bista e avvertite la sua cameriera.
E mentre Bianca, lottando tuttora colla sua debolezza, ma soggiogata da quel comando imperioso, s'alzava a stento per avviarsi, seguita da Bista, verso l'uscio del corritoio, Bruno si diresse verso l'uscio della camera mortuaria.
Alz la portiera ed entr.
E non lasci pi Febo, sinch Febo non ebbe lasciata la dimora dei viventi.
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Capitolo 4.
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Bruno e Bista erano entrambi in biblioteca. Un grande scrittoio di noce era accostato ad una delle finestre, e, davanti a questo sedeva Bruno. Teneva chino il capo su un grosso libro mastro ed era evidentemente occupato a rivedere dei conti. Bista Bottacci stava ritto dietro allo scrittoio, con uno scartafaccio tra le mani. Bruno non aveva mutato guari in quei quattro anni passati. Il giovane signore portava all'anulare della mano sinistra un piccolo cerchio d'oro, e un ritrattino di Bianca, marchesa d'Arcello, era posato sulla ribalta dello scrittorio. Egli amava tener d'occhio, nelle lunghe ore che soleva passare in biblioteca, il ritratto di sua moglie.
Bista, gettando ogni tanto lo sguardo sullo scartafaccio, enunciava alcune cifre, che Bruno riportava sul libro mastro. Quell'operazione durava da un'ora e pi.
Finalmente Bista disse: Non c' altro.
Bruno depose la penna e alz il capo.
Va bene... rispose, dopo aver pensato un momento. Il patrimonio  dunque in condizioni migliori degli anni scorsi?
Eccellenza s. I terreni sono meglio lavorati: abbiamo fatto acquisti vantaggiosi, applicati nuovi sistemi d'agricoltura e...
E aveste molte difficolt da vincere osserv Bruno. Le novit non sono mai ben accette presso le popolazioni rurali.
Bista ebbe un lieve alzar di spalle.
Pu essere disse, senza ombra di vanit. Ma le difficolt non sono niente, quando si  proprio fissato di vincerle. Bisogna aspettare, e poi... scegliere il momento.
Il suo sorriso era veramente quello dell'uomo forte e volente, che sa aspettare e scegliere il momento!
Il marchese Bruno chiuse il libro, e, posandovi sopra il gomito, appoggi sulla palma della mano la tempia scarna.
Voi disse poscia a Bottacci siete onesto e fedele al pari del padre vostro. Mi compiaccio di riconoscerlo. Siete inoltre pi attivo ed intelligente. E se avrete dei figli...
Si ferm: toccava un tasto doloroso. Ammogliato da due anni, Bruno non aveva figliuoli.
Bista chin il capo gravemente.
Se avr dei figli soggiunse alla sua volta si dedicheranno, come me, al servizio della casa.
La ringrazio, signor marchese, della sua approvazione. E spero, al prossimo semestre, di poterle presentare un resoconto ancor pi migliore.
Bruno chin lievemente il capo, ma Bista s'avvide che un rossore fugace aveva coperta la fronte del padrone.
All'epoca del prossimo semestre rispose Bruno, dopo un momento di silenzio, voi consegnerete il resoconto non pi a me, ma a mia moglie.
Bista non pot frenare un gesto di meraviglia.
Alla signora marchesa? ripet, come se temesse d'aver frainteso.
Alla marchesa Bianca continu freddamente Bruno. Essa  incaricata, pel tempo della mia assenza, del governo della casa, e tutti dovranno stare agli ordini suoi.
La faccia di Bista era, come al solito, impassibile.
Sua eccellenza sar ubbidita continu Bista, inchinandosi. Una cosa sola, se permette. Per quei lavori al molino, sa bene... Sar una faccenda di tre o quattro mesi, e se il signor marchese, al suo ritorno...
Non sar probabilmente di ritorno a quell'epoca. Vi autorizzo a procedere nei lavori sino ad opera compiuta. Pu essere che la mia assenza si prolunghi per... qualche tempo.
Riapr, quasi macchinalmente, il libro mastro.
Bista non insist. Espresse, sobriamente, il suo dispiacere per la partenza del padrone. Poi chiese se dovesse scrivergli, onde tenerlo informato dell'andamento degli affari della casa, di ci che potrebbe capitare, insomma.
Bruno esit un momento.
 inutile disse quindi.  probabile che gl'intenti del mio viaggio mi conducano in luoghi dove le vostre lettere non mi giungerebbero in tempo. Potrete, in ogni occorrenza, rivolgervi a donna Bianca.
Bista comprese che il colloquio era finito. S'inchin ed esc. Ma non appena ebbe chiuso dietro a s l'uscio della biblioteca, si ferm, e stette a lungo immobile, collo sguardo fisso e le sopracciglia corrugate.
Bruno andava via... Finiva dunque cos quella commedia! Tutti li credevano felici... lui solo sapeva, a un dipresso, com'erano realmente le cose. Ma non avrebbe mai immaginato che dovesse finir a quel modo... Bruno era sempre innamorato di sua moglie! Pure andava via, e, prima di partire, la investiva d'una autorit illimitata. Dunque, ora, bisognava fare i conti con lei!
Si morse le labbra. Quella novit non gli andava a sangue. In quei quattro anni aveva profondamente studiata quella sposina taciturna, e il risultato delle sue investigazioni era questo: avrebbe di gran lunga preferito aver a che fare colla vecchia marchesa, a dispetto delle sue bizze autoritarie, dell'acrimonia del suo carattere, inasprito ormai dalla sventura e dalle infermit. Mosse due o tre passi inquieti, poi si ferm di nuovo, aguzzando nello sfondo dell'ampia fuga delle sale uno sguardo profondo, come se volesse afferrare pi nettamente il contorno d'una prospettiva lontana.
Bisognerebbe anzitutto..., mormor fra s e s... La persona all'uopo non manca, mentre per l'appunto, occorre una cameriera...
Sal lo scalone, e riesc nella grande galleria dei ritratti. Fatti pochi passi, vide aprirsi una porta e farsi avanti una signora.
Egli si ferm e salut profondamente donna Bianca.
La fanciulla, fatta donna, non aveva guadagnato gran cosa nell'aspetto. Il luminoso sorriso d'un tempo non si mostrava pi sulla sua fisonomia, bella purissima sempre, ma velata di una gravit triste.
Bianca salut cortesemente Bista, e gli chiese:
Desiderate forse di parlare a mio marito?
No, eccellenza. Gli ho parlato test in biblioteca. Venivo per riverire la signora marchesa Clara, se  visibile.
Credo di s; l'ho lasciata or ora, e stava bene.
Allora... con permesso disse Bista, strisciando un inchino e movendo un passo. Ma subito si trattenne, come se rammentasse solo in quel punto d'aver qualcosa da dire alla marchesina. Perdoni, continu, intanto che me ne ricordo... mi ha detto il cappellano che Sua Eccellenza aveva licenziata la cameriera.
Infatti, essa si marita.
Sicuro, sicuro. E perdoni, eccellenza, se mi prendo l'ardire... avrebbe in vista qualche giovane che potesse ambire l'onore di servirla?
No, rispose Bianca. Mi furono fatte varie proposte, ma sono tuttora incerta...
Mah! disse Bista!  un gran pensiero, infatti.
E voi chiese Bianca non conoscereste nessuno?
L'occhio del fattore ebbe un vivo lampo, che Bianca non vide. Bista aveva chinato il capo, e teneva l'indice appuntato alla radice del naso.
Io? Al momento non saprei. Per... aspetti, ora mi ricordo... To! forse potrei aver io l'onore di provvederle una cameriera. Ci sarebbe una giovane della quale potrei rispondere, in coscienza. Se crede, posso presentargliela.
Subito?
Quando comanda. Posso condurla anche stasera, se crede. Si chiama Giuditta Servati.
La marchesa parve colpita da una vaga reminiscenza.
 un nome che non mi riesce nuovo. Mi pare d'averlo udito accennare, poco favorevolmente.
Infatti disse Bista Il padre di questa ragazza ha dei nemici.  un uomo un po' violento, facile all'ira. Per, non si pu dire a suo carico, nulla di positivo. E la vittima di queste ciarle  naturalmente, sua figlia; essa non ha mai potuto collocarsi a seconda delle sue abilit, e si vede preclusa ogni via di guadagnarsi onestamente il pane. Ella sa, signora marchesa, i pericoli nei quali pu cadere una giovane, in queste condizioni. E se quella poveretta potesse trovare un asilo presso la illustrissima Signora marchesa, sotto la sua protezione...
Ma certo, disse Bianca la vedr volentieri; conducetela stasera.
Bista represse un sorriso di trionfo.
Sua Eccellenza sar ubbidita. E ora, scusi se mi permetto di domandarle un'altra cosa... Ho ricevuto, poc'anzi, dal signor marchese delle istruzioni speciali, per gli affari, durante la sua assenza... Per cui, adesso, avr l'onore di presentare a lei i miei conti. E metto sin d'ora, signora marchesa al suo servizio particolare tutto ci che riguarda specialit delle mie incombenze.
Quell'umile profferta era fatta con un'espressione bonaria, smentita in pari tempo, da un acuto e significante scintillar dello sguardo. Ma di ci non s'avvide Donna Bianca. N le occorse neppure al pensiero, che quell'uomo osasse alludere, alla possibile evenienza d'una qualsiasi complicit per l'avvenire.
Vi ringrazio disse semplicemente, e sono certa che continuerete a fare, come ora, il vostro dovere. Vi raccomando di condurmi quella giovane. E con un gesto, non altiero, ma di persona che sa volere, conged Bista.
Ah! ah! pens questi mentre se ne andava,  dunque una padrona davvero l'illustrissima signora marchesina! Ebbene... vedremo...
Bista fu quivi accolto con maggiore condiscendenza. La faccia bonaria e infantile del marchese Matteo s'illumin d'un mezzo sorriso e donna Clara alz la tremula mano per mandare un saluto tra imperioso e cordiale.
Bista strisci i soliti inchini e fu, come al solito ossequioso e riverente. Si dimostr premuroso della salute degli illustrissimi padroni e li intrattenne a lungo di alcuni pettegolezzi paesani. Poi, quando li vide bastantemente esilarati, fece, con destra cautela, cadere il discorso su Bruno.
Un'ombra grave pass sulla fronte dell'inferma.
Bruno eh? Bruno? Sospir forte e... ci casc: No... era proprio una cosa crudele, vederlo andar via cos...
Lo so disse gravemente Bista. Il signor marchese Bruno, per sua bont, mi ha detto tutto.
La povera vecchia si lasci sfuggire un sospiro di sollievo.
Ah! sapeva anche lui! Ebbene, tanto meglio, si poteva almeno procurarsi un po' di sfogo. Gi... con quegli altri non si poteva mai parlar di nulla... erano sempre cos seri. Ah! non era pi come un tempo, quando c'era il povero Febo. No... no. Non si poteva dar pace, il Signore l'aveva troppo castigata. E, come se non bastasse che fosse morto Febo, anche Bruno se ne andava, in grazia di quelle sciagurate idee d'un tempo. Eppure ora aveva moglie, comandava lui...
Mah! osserv Bista, tastando il terreno. Sicuro, il signor Bruno era sempre stato di quell'idea.
Bell'idea sclam sempre pi irritata la marchesa, piantar genitori, moglie, casa, per andare alla ricerca dei missionari perduti... a casa del diavolo, laggi in Africa, dove trover pericoli mortali ad ogni pi sospinto.
Bista non perdeva una parola.
Clara, Clara disse premurosamente il vecchio, che aveva tentato invano, a pi riprese, di calmare l'ammalata e il discorso?
Donna Clara si rivolse a Bista. Lo hai letto, dunque, il discorso di Sua Santit?
No... rispose dubbiosamente il fattore.
Come! Pare impossibile. D qui subito Matteo. L... sul tavolino.
Il vecchio s'affrett ad ubbidire, e porse alla Marchesa un giornale piegato, ma che doveva esser stato letto cento volte almeno, tanto n'eran sciupati i margini.
Ecco disse donna Clara aprendolo. E tu, Bista, sta attento.  qui, vedi, soggiunse accennando col dito. Ora ti spiegher. Sua Santit Pio IX d la benedizione a quelli che vanno laggi per liberare i poveri missionari. Sono cinque, tutte cime di giovani. E il papa li benedice tutti, e li loda perch abbandonano gli agi e le gioie della famiglia, per uno scopo di umanit, di scienza e di religione! capisci?
Bista accenn gravemente di s; e la vecchia continu: Sicuro,  una cosa proprio onorevole. Che vuoi! l'ha sempre avuta quel benedetto ragazzo la passione dei viaggi! Vedrai che, al suo ritorno, gli daranno la croce... Ma io, intanto, col pensiero di quella lontananza... di quei pericoli...
Era una scena bizzarra, quel miscuglio d'orgoglio e di rammarico che si tradiva cos ingenuamente nella povera madre, mentre il vecchio stava incerto se dovesse o no permettersi il lusso di un po' di pianto E Bista ascoltava colla solita sua attitudine rispettosa ed attenta, lasciando che si sfogassero Ma non tard a congedarsi... ora ne sapeva abbastanza. E aveva premura di passare, prima di sera, in casa di Damiano Servati.
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Bista Bottacci ebbe, quella sera stessa, un lungo colloquio con Damiano Servati. Poi questi chiam sua figlia e la conversazione, una conversazione seria grave, fatta a voci sommesse, a sguardi calati, senza urti di discussione... si prolung per pi di mezza ora. Il giorno susseguente Bista accompagn la giovane al palazzo e la present alla marchesa Bianca.
L'aspetto decente, la fisonomia triste della ragazza, la timidit quasi addolorata colla quale essa rispose alle benevoli interrogazioni della marchesina, fecero sull'animo di questa una impressione decisamente favorevole. Il prevosto ed il cappellano, interpellati il giorno prima, le avevano fatto i pi sinceri elogi della giovane. Non le avevano per celato, quanto fosse mal visto in paese il padre di questa, uomo manesco, brutale e sul cui passato pesava un'ombra minacciosa di mistero. Si buccinava che avesse, in altri tempi o in altri luoghi, subito un processo per omicidio, l'estremo delle prove era mancato per condannarlo, ma si sapeva positivamente che la polizia continuava a tenerlo d'occhi, bench durante la sua dimora ad Arcello, egli non avesse mai dato occasione a positive lagnanze sui fatti suoi.
Donna Bianca aveva esitato alquanto; poi l'aspetto favorevole della giovane e l'idea di toglierla alle difficili circostanze in cui si trovava, parlarono forte al suo cuore gentile. Accertate, dall'interrogatorio, le abilit professionali di Giuditta, l'accett definitivamente, in qualit di cameriera.
Nell'accompagnare a casa la Giuditta, Bista non le rivolse quasi mai la parola. Ma quando furono presso alla dimora di Servati, una casupola appartata e poverissima, il fattore chiese improvvisamente alla ragazza: Sei contenta? Essa chin il capo, senza parlare.
Lo credo continu seccamente il fattore. Non speravate certamente tanto da me, nevvero, mentre avreste potuto temere invece...
La ragazza si guard attorno, con sbito sgomento.
Ma io, prosegu Bista con marcato accento, non ho nessuna intenzione di farvi del male, valendomi delle prove che possiedo in danno di tuo padre. Ammenoch tu dimenticassi ci che mi devi e ci che mi hai promesso... Perch allora, capisci...
No... no... scongiur vieppi sgomentata la Giuditta non mi dimenticher, ve lo prometto... Quando devo cominciare?
Non c' premura. Ti avviser io e ti dar le mie istruzioni. Bada ai casi tuoi e servimi bene che te ne troverai contenta.
Alz in pari tempo il dito, con un cenno cos palese di minaccia, che la Giuditta allib e rimase immobile, come affascinata, sinch non ebbe veduto quel terribile signor Bottacci allontanarsi rapidamente, nella direzione del villaggio.
Allora soltanto si scosse, ed entr in casa.
La cucina era pressoch buia, e un misero fuoco languiva nel vasto camino, rischiarando a mala pena, la cupa e vigorosa figura di Damiano Servati, seduto sotto la cappa.
Ebbene? chiese costui con ansia mal dissimulata, non appena ebbe vista la figliuola.
S! rispose seccamente Giuditta.
E sedette, accigliata, di fronte al padre.
Tanto meglio, tanto meglio... replic questi, interrogando la giovine collo sguardo. Una buona posizione... diamine.! cameriera dell'illustrissima signora marchesina! Starai benone; mangiare, bere, il salario, lo spoglio, nevvero?
Gi disse Giuditta. E guard a lungo nella brace accesa.
Sicuro continu l'altro dopo un momento starai da regina... E... con poco disturbo.
Gi! ripet Giuditta con un amaro sorriso poco, pochissimo disturbo, quello soltanto di far la spia per conto del signor fattore... Ebbene s continu, con subita esplosione s, lo voglio dire. Preferirei mangiar pan nero e polenta. Quando l'ho veduta, quando ho udito che mi parlava con tanta bont... che mi accettava con tanta fiducia, mi sono sentita come una pugnalata nel cuore, m' venuto come una smania di gridare: No... non mi prenda... non voglio venire! Ma c'era lui dirimpetto... e mi guardava... Sai,... lo sai pure come ci tratta, come tratta i contadini. Ebbene bisognava sentirlo l dalla signora! Pareva un padre! Ah! se non fosse stato per te, pap, se...
St..., st... stridette il vecchio irosamente parla adagio. Lo sai pure prosegu a voce bassa, con un gesto di minaccia, che ora sono nelle sue mani, che quelle prove d'inferno le ha lui. Adesso bisogna ubbidire e tacere, se non vuoi mandarmi in galera. Ma se un giorno o l'altro...
Si ferm bruscamente, e per un momento non s'ud che il lieve crepitio del fuoco.
Vuoi mangiare? chiese poscia il vecchio alla figliuola la scodella  nell'armadio.
L'altra scosse il capo: non aveva appetito.
Ed entrambi stettero muti a lungo, pensando, davanti al fuoco che si spegneva.
...
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...
Il matrimonio di quei due infelici, di Bruno, cio, e di Bianca, s'era fatto due anni all'incirca dopo la morte di Febo, ed in condizioni poco liete. Rimasto figlio unico e perci futuro erede, di tutta la sostanza di casa d'Arcello, Bruno era diventato un personaggio importante. La malattia lunghissima e probabilmente inguaribile della vecchia Marchesa, l'indebolimento sempre pi accentuato, delle facolt mentali del padre, tutto concorreva a rendere necessaria, in casa, la presenza e l'autorit del figliuolo rimasto. Perci appunto egli non aveva pensato a dar seguito ai suoi progetti di viaggio, e a tutti era parso ovvio e naturale che, trascorso qualche tempo, Bruno subentrasse a tutti i diritti dell'estinto, e riannodando la fila del destino, cos tragicamente recise dalla sventura, restituisse alla famiglia quell'arra di continuazione e di prosperit che s'era per essa concretata nel progetto di matrimonio di un Arcello con Bianca d'Ancraserra. Il vecchio cappellano, incaricatone dalla Marchesa, ne tenne parola a Bruno.
Bruno pallido come un morto, ascolt senza batter palpebra, i diffusi ragionari del buon vecchio. Poi chiese laconicamente: Che dice Donna Bianca!
Il cappellano casc dalle nuvole. Dire? cosa vuol che dica?  persuasa, persuasissima. Capisce anche lei che  la volont di Dio, chiara come il sole.
Ma Bruno chiese per pensare a questa volont di Dio, un periodo di tre mesi. E furono tre mesi di indicibili angoscie.
Un rimorso segreto gli rodeva l'animo, il rimorso dell'odio portato a Febo. A volte gli pareva d'averlo ucciso lui stesso, colla sola possa della volont, per rapirgli ci che gli aveva s accanitamente invidiato! Si rammentava, con indicibile strazio quell'imprecazione, inconscia s, ma sfuggitagli pure nel momento ch'era stato l'ultimo per suo fratello. Poi il suo buon senso reagiva: egli si confortava nel ricordo della presa risoluzione di esiliarsi; un'acuta brama di felicit lo invadeva. Si strusse per quei tre mesi, in una tormentosa vicenda d'incertezze, poi... disse che avrebbe aderito al desiderio dei suoi.
Bianca, interrogata ben prima di Bruno, aveva dapprima risposto di no. Un no, alto, chiaro, tutto raccapriccio ed impulso.
Il ricordo di Febo, santificato dalla morte, era diventato per Bianca un ideale sacro, ch'ella, nell'esaltazione del suo dolore, aveva messo risolutamente a capo de' suoi pensieri. E, per una strana complicazione d'impressioni, l'anima sua, tanto e s impetuosamente religiosa, dava ricetto ad un bizzarro convincimento, quello cio, che Dio avesse castigato colla morte di Febo la spensieratezza e l'egoismo col quale essa aveva un tempo, anelato alla felicit terrestre. La divina cecit della sua innocenza l'era cagione d'un rimorso cocente, ella s'immaginava, memore forse dei rimproveri di Bruno, d'aver ecceduto nel suo amore, d'averlo fatto troppo umano ed esclusivo. Le giunse dunque impossibile, l'idea improvvisa di un matrimonio, e pi che mai d'un matrimonio con Bruno, quell'austero cugino che le aveva sempre incussa tanta soggezione e dimostrata una s palese antipatia.
Poi vennero in campo la riflessione, i consigli, l'idea di una specie di riparazione dovuta ai genitori di Febo. L'unico mezzo di rimanere con essi era pur quello di sposar Bruno! Il tutore aveva gi accennato a volerla richiamare a Milano, ed essa non voleva abbandonare quei poveretti...; provava un'infinita gratitudine per i d'Arcello, che l'avevano accolta con tanta amorevolezza, e volevano ripetere da lei, quel po' di bene che l'avvenire serbava ancora al casato! Sentiva scossa la sua decisione; era giunta a persuadersi che, non avendo pi la possibilit di aspirare ad una felicit propria, il suo dovere era quello di sagrificare agli altri quanto esisteva in lei d'egoistico e di personale. E nella sublime aberrazione del suo cuore malato, la poveretta cominci ad accettare la discussione dell'argomento. Una frase sfuggita al dottore, e che accertava incurabile la paralisi progressiva della Marchesa, ebbe grande influenza sull'animo di Bianca. Breve: il no della fanciulla divenne un s, audace e sublime.
 per il vecchio cappellano, il quale non aveva naturalmente fatto menzione a Bruno del primo rifiuto di Bianca, poteva affermare ora, senza mentire che la fanciulla era: persuasissima. Ma ci non imped a Bruno di chieder quella dilazione, che doveva riescirgli cos tempestosa.
Nulla avrebbe potuto, al pari di quella risposta di Bruno, armonizzare collo strano stato d'animo di Bianca.
Ah! esitava anch'egli; non poteva decidersi a quel sagrifizio di tutti i suoi gusti, delle sue aspirazioni d'un tempo! Accettando, lo farebbe solo per abnegazione, per non negare ai miseri vecchi il conforto di vedere impiantata su nuove basi, la famiglia. Ed una specie di austera gioia s'annid nel cuore di Bianca, quando ella seppe che Bruno aveva finalmente dato il suo consenso.
Ora, era quasi contenta di sposarlo, quel povero giovane, che sacrificava cos generosamente pel bene della famiglia, le sue idee e le sue riluttanze al matrimonio. Ella ravvisava in lui il futuro compagno del suo dolore inconsolabile. Avrebbero sempre parlato di Febo, pregato per lui. Febo, che dall'alto dei cieli aveva ispirato loro quella santa risoluzione, avrebbe pure sostenuto il loro coraggio, aiutati i loro sforzi, benedetto il loro sacrificio.
N il contegno di Bruno, nel breve periodo che precedette le nozze, fu tale da distruggere le fantastiche, ma consolanti persuasioni di Bianca. Quel periodo non dur oltre un mese, un novembre freddo e malinconico. Bruno era in uno stato di animo indescrivibile, ma si dominava ancora, memore dei tempi passati. Celava sotto l'apparenza d'una freddezza austera, i deliri smaniosi della sua immaginazione. Non poteva liberare il suo pensiero dall'immagine di Febo. Ma il tempo passava; verrebbe pure il giorno che era stato promesso a Febo, ma che non era spuntato per questi quell'ora suprema che Febo non aveva raggiunto, quel momento in cui lo spettro dovrebbe pure scompagnarsi da Bruno, sciogliersi come una nebbia, dietro la barriera inespugnabile del passato!
Ai primi di dicembre, la famiglia si rec in citt e il matrimonio fu celebrato nella cappella privata del palazzo d'Arcello. Fu un matrimonio grave, senza festa alcuna, e v'intervennero soltanto alcuni stretti parenti. La memoria di Febo aleggiava, tragica e solenne, su quella cerimonia. Bianca, trasfigurata dall'orgasmo religioso della sua immolazione, era divinamente bella. Bruno pareva di ghiaccio. I vecchi piangevano silenziosamente, di dolore pel figlio perduto, di consolazione per quelle nozze che restituivano un avvenire alla famiglia d'Arcello.
...
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...
E allora fu che Bianca ebbe una brusca e crudele sorpresa. Il marito, nell'ebbrezza suprema di un momento, si liber dallo spettro di suo fratello, lo rimosse dalla sua via. Scord la paura, il rimorso, l'ipocrisia; ebbe solo presente il suo feroce, il suo invincibile amore. E questo irruppe alfine, violento, formidabile, come un uragano che scoppia...
Bianca non comprese. Non ravvis la verit solenne di quel momento, non indovin il passato; nel selvaggio irrompere della passione, non seppe riconoscere i preparativi lenti dell'amore. Le parve di sentirsi trascinare in un precipizio senza fondo, in una confusione indescrivibile di terrori. E quello spavento, quella ribellione inconscia le strapparono un grido, involontario forse, un appello insensato, ma fatale.
Un nome risuon nella camera degli sposi. Bruno l'ud... ud il nome di Febo!
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Sull'aprirsi della primavera, gli sposi tornarono ad Arcello, dove i vecchi li avevano preceduti da qualche tempo, e dove li accolsero con vera effusione di tenerezza, mista alla salda persuasione della loro felicit. Le apparenze, a dir vero, non smentivano questa consolante certezza. Bruno e Bianca vivevano, come lo richiedevano le consuetudini ed i principii di famiglia, cio costantemente assieme. Avrebbero potuto servire di modello diceva con profonda convinzione il vecchio cappellano per ci che si chiama una vera coppia cristiana. Bruno era scrupolosamente esatto nel disimpegno dei suoi doveri religiosi, non aveva abbandonata nessuna delle sue vecchie abitudini, passava lunghe ore in cappella e, la sera, s'udivano a lungo, pei dintorni della villa, le modulazioni gravi e tristi dell'organo. La sposina si dedicava anch'essa ai doveri religiosi e prodigava infinite cure ai suoceri. Faceva molte carit, ma a modo suo. In un modo, cio, che non riesciva forse a pienamente contentare Bista Bottacci. Questi era riescito in quel frattempo, con una manovra un po' brusca, ma perfettamente abile, a persuadere tutti ch'egli era ormai, molto pi di suo padre, adatto alle funzioni d'agente capo in casa d'Arcello. Le visite che la sposina non sdegnava fare personalmente nelle case degli indigenti, le investigazioni ch'ella si permetteva certe volte sulla loro miseria pi o meno reale, certe informazioni che ella andava chiedendo ogni tanto su questo e su quello, informazioni che tradivano un buon senso chiaro e pertinace, nonch una naturale intesa degli altari, tutto ci dava non poco pensiero al nuovo intendente. Ma, lungi dal permettersi la pi lieve dimostrazione di scontento, egli si schierava fra i pi entusiastici lodatori della sposina, e si affrettava a porgerle, su quanto pareva interessarla, i pi minuti ragguagli. Tutto andava dunque regolarmente, meno una circostanza, negativa al postutto, ma che tornava pure assai dolorosa a Donna Clara... Il matrimonio era seguito da sei mesi e... nulla di nuovo, nessuna promessa di erede... Ai suoi tempi le nuore non solevano aspettar tanto... Pure non ardiva toccare con Bianca quel tasto scabroso. La buona Signora trovava (sempre nel segreto del suo vecchio cuore) che i suoi sposini eran persino troppo gravi, troppo austeri, nel loro reciproco contegno.
Bianca s'era riavuta da quel primo e pazzo spavento. A questo era subentrata la riflessione, e, di fronte all'irreparabile, l'anima onesta, bench fatalmente inesperta della sposa, tent di rassegnarsi.
In capo a qualche tempo, Bruno se ne avvide; quel marito fremente ed innamorato trov, nella donna che amava, ch'era sua, non pi la ribellione irragionevole e istintiva, ma una passiva obbedienza, visibilmente ispirata dallo stretto senso del dovere.
Allora, ma allora soltanto, Bruno cap tutta la estensione dell'errore commesso, sposando Bianca.
Non accus nessuno: la colpa era sua, avrebbe dovuto esser pi guardingo, conquistare lentamente, prima d'imporle l'amore, quell'anima di fanciulla, ferita nell'ideale tragico del suo passato. E la rassegnazione calma, della quale un altro marito avrebbe forse potuto appagarsi, tornava intollerabile a Bruno, era l'insulto pi doloroso che il destino potesse serbare al suo amore, un amore completo, assoluto, uno di quegli amori che danno e vogliono tutto.
Bruno prese a studiare sua moglie. Spiava la fisonomia di Bianca, il suo pallore, il suo tono di voce, le pi tenui alterazioni del suo umore abituale. Essa intuiva confusamente l'analisi acuta ond'era oggetto, e, senza indovinarne il movente, la sentiva pesare su di s, e ne rimaneva turbata. Senza mai intendersi, quei due soffrivano entrambi, assieme e di continuo. Cercavano investigare i moventi delle proprie impressioni, tentavano invano, colla dolorosa sincerit della giovent e del carattere proprio, d'ingannarsi a vicenda, d'ingannar s stessi, consci ad ogni momento d'una nuova disfatta, alternando dei penosi periodi di dissimulazione, con degli scatti involontari, irresistibile del loro vero stato d'animo.
Cos passarono diciotto mesi. E quell'esistenza giunse a farsi tanto difficile per entrambi e tanto umiliante per Bruno, ch'egli un giorno, si ribell. Volle fare un tentativo. Pens che forse l'assenza di lui l'avrebbe reso meno odioso agli occhi di Bianca; ch'ella avrebbe avuto miglior agio di scordare il passato.
Ad ogni modo, cos non poteva durarla. E senza chieder consigli, senza arrendersi alle addolorate rimostranze dei suoi, Bruno d'Arcello risolse di partire colla spedizione che si recava alla ricerca dei missionari smarriti. Il duplice scopo di quella specie di missione, era perfettamente consono ai suoi gusti e alle sue aspirazioni d'un tempo.
Bianca non si oppose alla partenza. Egli la guardava attentamente mentre le annunziava, sebbene ancora incerto, il suo progetto. Forse sorprese qualcosa sul volto di lei... un'inconscia espressione di sollievo. Certo  che, dopo quel momento, la sua risoluzione fu irrevocabile.
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Giunta l'ora della partenza, Bruno si conged dai suoi genitori con una specie di nuova e grave tenerezza. Ordin che la carrozza si recasse ad aspettarlo oltre il cancello del giardino superiore, ed egli seguito da Bianca, travers il porticato, salutando a dritta e a manca, la fitta siepe di dipendenti, venuti a porgergli i loro saluti. Poi quelli rimasero indietro, e i due sposi s'avviarono, soli, pel viale che metteva capo al cancello ove aspettava la carrozza.
Camminavano muti, rallentando sempre pi il passo. Il volto di Bruno, pallidissimo, era impenetrabile.
Bianca era abbattuta, nervosa. Non aveva dormito durante la notte, era tuttora agitata da una bizzarra specie di dolore inquieto, non scevro di una angosciosa dubbiosit di rimorso. Sentiva che, se avesse parlato, la sua voce sarebbe stata tremante, incerta, soffocata... E per taceva.
Erano giunti quasi presso al cancello. Si vedeva la carrozza, ferma sulla strada.
Bruno si ferm, e disse a sua moglie: Eccoci. Puoi ritornare, ora.
Ma Bianca non si mosse. Rimaneva immobile senza salutarlo, senza dirgli nulla.
Egli le raccomand, con poche e serie parole, i suoi vecchi genitori. Le disse ancora fissandola in viso, che partiva in pace... sicuro di tutto ci che lasciava dietro a s.
Bianca alz su di lui, uno sguardo che cercava d'intender bene il senso di quelle parole.
Ma, quello sguardo, velato dal principio d'una lagrima, era cos luminosamente puro, che Bruno sorrise e si chin a baciarla in fronte!
Quel bacio non la fece trasalire. Non somigliava a quelli, terribili, ch'essa aveva imparato a paventare. Era triste, ma calmo come quello d'un padre.
Dopo quel bacio, Bruno ebbe sul volto una leggiera contrazione, qualcosa che somigliava ad uno spasmo. Ed egli si trattenne ancora un momento, come una persona distratta, che aspetta, senza saper cosa, n perch.
Bianca prov uno strano impulso, quello di rivolgere a suo marito una domanda che gi altre volte le aveva attraversato, come un lampo, il cervello.
Perch parti?
Ma quella domanda non gli fu rivolta, bench egli guardasse, attento, le labbra bianche di sua moglie. Dieci secondi passarono cos. Poi egli si scosse, la salut ancora e part.
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Capitolo 5.
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Il barone di Sambriano alla illustrissima signora marchesa Bianca d Arcello.
"Milano, 20 febbraio 1856.
"Nipote e marchesa gentilissima.
"Permettetemi di venire con questa mia a presentarvi l'ossequio della mia servit, essendo gi da parecchi mesi privo del bene delle vostre notizie e di quelle degli illustrissimi suoceri vostri. Sento, con vero giubilo, che questi altamente si lodano di voi e delle cure figliali che non cessate dal prodigar loro. Vi sar facile immaginare quanto, nella mia qualit di vostro zio ed ex-tutore, questi riferti tornino a me graditi, e sinceramente mi rallegro colli suoceri vostri, imperocch in mezzo alle gravi afflizioni colle quali  piaciuto al Signore di visitarli, non  mancato loro il conforto d'una, anzich nuora, amorosissima figliuola, la quale cos amorevolmente si presta, supplendo, per cos dire, anche all'assenza di chi seppe, secondo la sublime frase di Sua Santit, generosamente porre in non cale gli agi e gli splendori d'una eccelsa posizione, nonch le tenere gioie d'un recente imeneo, per associarsi ad un'opera destinata a recare tanto giovamento alla scienza ed alla piet.
"Ultimo intento di questa mia sarebbe eziandio il farvi parola di un affaruccio, pel quale si volle ricorrere alla scarsa ed inefficace mia opera. Sarei venuto a parlarvene in persona, ma la podagra che gi ebbe a tormentarmi parecchie volte, mi obbliga a rimanere pressoch immobile sul mio seggiolone. Abbiatemi dunque per iscusato e concedetemi la grazia della vostra attenzione benevola.
"Nella mia ultima gita a Roma, ebbi agio di incontrarmi spesso, nelle anticamere del Vaticano, coll'ecc.mo Cardinale Aderbowski, prelato polacco e dei pi benemeriti del Sacro Collegio. Egli mi us infinite attenzioni, ed io gli proffersi, naturalmente, la mia servit per quanto poteva occorrergli in Milano o nella provincia. Memore di questo mio atto di dovere, egli mi scrive ora, raccomandandomi caldamente due suoi compatrioti e, credo anche, lontani congiunti: il conte Stanislao Zamenoiwski ed una sua sorella. Entrambi passarono test due mesi a Roma, dove frequentarono, sotto il patrocinio di Sua Eminenza, la pi eletta societ, e furono pi d'una volta ammessi all'udienza, in forma privata, di S. S. Pio IX, felicemente regnante. Viaggiano in Italia per diporto e per amore dell'arte, essendo appassionati cultori di musica e di pittura. La signorina  di salute piuttosto cagionevole ed  appunto nell'apprensione dell'influenza debilitante della primavera in Roma, che questi nobili stranieri si sono decisi a condursi per qualche tempo in Lombardia e precisamente nelle vostre amenissime campagne.
"Monsignor Aderbowski si  degnato di pensare a me in questa circostanza, indirizzandomi con obbligatissime lettere di raccomandazione, i conti Zamenoiwski e pregandomi di trovare per loro una villetta, ove possano passare quietamente la prossima primavera. Nel presente mio stato di salute, non sono pur troppo in grado di fare in persona attive ricerche, ma, sovvenendomi del vostro delizioso chlet, mi sono fatto animo di scrivervi, onde chiedervi se avreste difficolt a cederlo in affitto, per qualche mese, alli miei raccomandati. Bench sappia, non esservi mai stata in casa d'Arcello la consuetudine di affittare stabili, pure mi faccio animo a sperare che vorrete usarmi questo tratto di vera bont, e caldamente vi prego ad influire sulla determinazione del vostro carissimo suocero, il marchese Matteo, al quale mi rivolgo pro forma, ben sapendo quali ampi poteri vi abbia lasciato, partendo, l'amato vostro consorte. Nella speranza dunque di essere da voi esaudito ed in attesa d'una carissima vostra, vi bacio le mani e pregandovi di porre la mia servit ai piedi vostri, nonch a quelli di vostra suocera, passo a sottoscrivermi, con ossequiosa ammirazione
"Vostro affezionatissimo ed umilissimo servo
"GIULIO SAMBRIANO."
Bianca d'Arcello al barone Giulio Sambriano.
"Carissimo zio,
"Sono dolentissima della vostra indisposizione e ch'essa mi privi del piacere di salutarvi. Vi assicuro che non scordo, n scorder giammai le tante prove di affezione sincera che ho da voi ricevute, e penso con infinita gratitudine ai mille fastidi ed alle incessanti cure impostevi dalla vostra qualit di mio tutore e da voi sopportate, con tanta indulgenza e bont.
"Vi ringrazio con animo commosso dell'approvazione dimostratami a proposito dell'attuale mia esistenza. V'accerto per che non vi ho merito alcuno. Le tristi circostanze che vi son note e delle quali sentir eternamente la dolorosa influenza, mi hanno resa aliena da qualsiasi altro metodo di vita, e nulla potrebbe meglio corrispondere allo stato, ormai immutabile, dell'animo mio. L'unico conforto, che ancor mi serbi la vita,  quello di potermi rendere utile, a questi miei carissimi e sventurati congiunti.
"Vorrei potervi dare migliori notizie della salute di mia suocera, ma pur troppo, la sua infermit  ormai dichiarata inguaribile. Lo zio sta benissimo e si occupa sempre di floricoltura. Ebbimo notizie di Bruno, due mesi or sono, per mezzo della Propaganda Fide. Sta benissimo, ed  assai contento dei risultati scientifici della Missione. Non accenna, per ora, all'epoca pi o meno probabile del suo ritorno; dice anzi di volersi spingere pi all'interno nelle regioni africane, ove attualmente si trova.
"Non ho perso tempo per interrogare lo zio Matteo, a proposito del desiderio da voi espresso. Sulle prime non parve molto persuaso della possibilit d'una cosa, tanto insolita alle abitudini di casa nostra, poi si arrese alle mie istanze, ed  ora lietissimo d'avere questa piccola occasione di rendersi utile a voi e a S. E. monsignor Aderbowski. Il chlet  a vostra piena disposizione, e troverete qui due righe pel fattore Bista Bottacci, al quale sono affidate le chiavi.
"Stante lo stato di salute della zia, non so se potremo, prima dell'estate, recarci ad Arcello.  dunque assai probabile che non avremo l'onore di imbatterci coi signori Zamenoiwski, ma non mancher di dare tutte le disposizioni acciocch si trovino il meno male possibile allo chlet, per tutto il tempo in cui vorranno farvi dimora.
"Lo zio e la zia m'incaricano di dirvi cento affettuosissime cose, ed io, mi permetto di inviarvi, come solevo fare quando ero in convento, un rispettosissimo abbraccio, pregandovi di volermi conservare la vostra benevolenza e credermi sempre,
Vostra ubb. e aff. Nipote
"BIANCA D'ANCRASERRA D'ARCELLO."
Andrea Bottacci alla Marchesa Bianca d'Arcello.
"Illustrissima signora Marchesa.
"Arcello, 25 febbraio 56.
"Mi schuser tanto se ci scrivo io medesimo per la circostanza di non esserci il mio fillio Battista il quale  andato a Lodi, per comperare le bestie da lavoro che occorre per li semineri. Siccome so che ha incombenza dall'ill. signor marchesino don Bruno (che l' andato via), di farci sapere a lei tutte le cose qui dell'Azienda, cosi ci faccio sapere che oggi  chapitato un foresto con una lettera del suo ill. signor Tutore con dentro un suo permesso anche di lei, ill.a signora Padrona, per un affare che sarebbe di fittare la casettina che loro ci dice il Cial.
"Quando ho visto i suoi riveriti caratteri, sicome non c'era mio fillio, ho fatto io, come nei tempi indietro e ci ho mostrato tutta la casa, dal solaio fino alla cantina. Questo signore ha molto bella maniera e l' rimasto contento, per motivo dell'aria buona per sua sorela, che gode cattiva salute. Lui f il pitore, ma mica di quelli che fano i santi nella chiesa, fa dei quadri come quelli che ci sono nel palazzo, cus per passatempo, senza farli pagare a nisuno. Dopo aver veduta la caseta,  andato via, e dice che torner presto con questa sua sorela.
"Io ho creduto bene di schrivere tute queste cose, non so per se ho fato bene, perch adeso io conta pi niente e fa tuto mio fillio che si ritrova a Lodi per le bestie dei semineri. Al prossimo giugno che viene, faremo batesare e spero che ci sar anche gl'ill.i signori padroni che ci bacio le mani a tutti quanti e li riverisco. Qui stiamo tuti bene, c' niente di nuovo e la neve non ha fato nisun danno, e cos sper sar di loro della sua buona salute, anche dell'ill. signor marchese Bruno che  via. Dunque la riverisco ancora e anche la mia nuora con tuto il cuore e ancora ci bacio le mani e la prego credermi suo devotissimo antico fatore.
"BOTACI ANDREA."
Brano d'una lettera del Conte Stanislao Zamenoiwski alla contessa Edwige Zamenoiwska a Roma (traduzione dal polacco).
Arcello, albergo dei Tre Re
5 febbraio.
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"E ora, sorellina cara, che mi sono s a lungo trattenuto sull'argomento pi importante per noi, passer alla relazione della mia gita in questo nido di pace.
"Dopo alcune ore di viaggio, giunsi ad Arcello. La casa padronale  grande e bella. Vi sono due giardini, uno dei quali  vasto assai, l'altro ha un carattere spiccatamente antico, ed  assai pittoresco. Il giardiniere, al quale mi rivolsi dapprima, mi guard con una cera punto benevola, anzi sospettosa, come se avesse annusata... la verit sul conto mio. Mi disse che i padroni non c'erano e neppure il signor Bista. Profondamente afflitto da questa circostanza, mostrai con timido gesto le mie credenziali, ma l'uomo, che non sapeva leggere, si gratt a lungo in capo e s'appigli quindi all'espediente di guidarmi presso il signor Drea. Cammin facendo, mi confid che il signor Drea era il padre del signor Bista, e ch'era stato tempo addietro il maneggione della casa, ma che ora il suo amoroso figliuolo l'aveva prestamente: messo da banda. Trovai nel maneggione sbancato, uno stupendo tipo di vecchio fattore, il quale, dopo avermi squadrato con impagabile dignit e circospezione, si decise a farmi le pi ospitali accoglienze e mi condusse in persona a vedere questo famoso chlet; anzi volle che lo visitassi proprio da cima a fondo.
" una specie di villino, graziosissimo, situato sulla cima d'un colle, in fondo al giardino. I locali non sono n molti, n vasti, ma bastano per noi. In complesso, il villino non  male: ma si capisce che fu per lungo tempo disabitato. Il fattore mi narr, infatti, che nessuno della famiglia vi aveva posto piede dal giorno in cui, (mentre appunto vi dimorava provvisoriamente), il figlio primogenito un certo marchese Febo, rimase ucciso per un accidente di caccia. Quel poveraccio era fidanzato ad una sua cugina. Questa, per consolarsi, spos poscia il fratello del defunto, un santocchio mingherlino, il quale si sacrific per l'amore alla famiglia e, probabilmente, alla pingue dote. Ma questa vittima del matrimonio (dev'essere, tra parentesi un bell'originale) pare non abbia mai potuto rassegnarsi ad essere marito d'una giovane di vent'anni e che mi dicono assai bella; fatto sta, che, dopo un anno circa, egli si sent sopraffatto dalle antiche idee, e un bel giorno, saranno dieci mesi, piant casa, moglie e tutto quanto, per unirsi a non so qual spedizione semi-scientifica. La sposina derelitta rimase a far da infermiera ad uno suocero barbogio e ad una suocera arcivecchia e inferma. Qui, la considerano poco meno che una santa, per la vita austera che conduce, per le continue sue beneficenze, e per le cure esemplari che prodiga ai vecchi suoceri; ma io, mi son fatto un'idea poco favorevole di questa venerabile sposina, la quale passa con tanta disinvoltura da un fidanzato all'altro, e non ha saputo conquistare neppur... suo marito.
Da quanto ho potuto capire, questi d'Arcello sono retrogradi della pi bell'acqua, odiano i liberali, come il diavolo l'acqua santa, e vivono assiderati, come tanti ghiri, nella calma gelida della loro servit secolare. Dormano, mentre non  lungi una delle pi splendide aurore che possano rischiarare la vita d'un popolo. Pure, saranno anch'essi liberi un giorno, liberi per forza, malgrado i loro tenebrosi tentativi di reazione, perch qui in Italia questa antica bramosia di libert diventa ormai una forza viva, imperiosa e precipita il suo corso, come una valanga in formazione, perch una sacra fatalit di avvenimenti incalza ogni giorno pi e si presta con mirabile accordo, all'attesa d'una delle pi fulgide rivendicazioni del diritto eterno, che hanno tutti i popoli alla libert!
"Questo accade in Italia, e noi...
"Ho fissato il villino. Con un po' di mobiglio recato da Roma e colla messa in iscena del nostro bagaglio artistico, saremo prestamente all'ordine. Tu hai veramente bisogno d'un po' d'aria pura; questa lunga aspettativa, piena di terrori e di speranze, questa vita errabonda, le tue continue e faticose occupazioni richiedono il compenso d'un clima corroborante. E non saprei davvero, come posizione topografica, immaginare luogo pi adatto ai nostri scopi.
"Un bacio di cuore, sorellina cara. D a Sacha che le scuderie qui sono bellissime, e che noi staremo discretamente, ma i cavalli staranno da principi. Un bacio ancora.
"Tuo affezionatissimo
"STANIS."
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Capitolo 6.
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Dunque disse Edwige, lasciando cadere, il giornale russo che aveva test finito di leggere sono venuti, davvero...?
Certo! rispose Stanislao. Sono arrivati iersera.  incredibile l'audacia di certe persone, le quali si permettono di rientrare in casa propria. Confessa che l'hai un po' amara con questi marchesi d'Arcello.
Edwige si mise a ridere, senza rispondere al fratello, il quale si dondolava, in quel momento, in una lunga poltrona americana. La sala ottagona del chlet aveva un aspetto allegro ed elegante, coi suoi quadri grandi e piccini, colle sue strane foggie di mobiglio e d'addobbo. Un grande pianoforte a coda occupava uno degli angoli. Molte artistiche bazzecole, una quantit di libri, di giornali illustrati, sparsi sui tavolini, facevan fede, a pro degli abitatori di quell'ambiente, d'un gusto raffinato e di spiccate tendenze intellettuali, ed artistiche. Sul tavolo grande, situato in mezzo della sala, si sentiva il bollore sussurrante dell'acqua, levato entro i fianchi d'un ricco somovar d'argento. La giornata era stupenda, e la tepida aria di maggio entrava senza schermo dalla finestra, accanto alla quale erano seduti i due giovani polacchi, e che concedeva ampiamente la vista del giardino sottostante, bello di tutta la sua pompa primaverile. L'arruffato caprifoglio della facciata mandava all'interno un olezzo acuto, e questo si confondeva bizzarramente coll'odore delicato e penetrante della sigaretta di tabacco orientale, di Stanislao Zamenoiwski.
Dunque insist il giovane con umoristica gravit d'accento eccoti disperata, nevvero?
No rispose Edwige sai che non ho l'abitudine di disperarmi. Ma non dissimulo che mi duole veder giunto alla fine, questo periodo di calma e di solitudine completa... E forse...
Sei stanca? interruppe dolcemente il giovane.
Ella ebbe un breve cenno energico e un bel sorriso le illumin di repente tutta la fisonomia. Non ribatt per nulla la supposizione di suo fratello; quel sorriso era forse la sua risposta.
Uhm! rispose Stanis dopo un momento di silenzio non mi pare che siano persone atte a recare un elemento di pazza gioia in questo romitorio. Una collezione di mummie... suppongo...
Alle quali bisogner pure far visita ogni tanto; oggi stesso, per cominciare. Tocca a noi e tengo a non lasciarmi prevenire.
Oggi stesso, dici? Cielo! che premura? Potr finire la mia povera sigaretta?
Ah Stanis, ma ti pare? A quest'ora! Andremo verso le tre o le quattro. Intanto, fammi il piacere di dare un'occhiata al somovar.
Stanis s'alz lentamente, gettando attorno a s uno di quegli sguardi languidi che gli erano schiettamente abituali, e che non disdicevano punto al taglio strano dei suoi grandi occhi azzurri. Ma rimase immobile, davanti alla finestra, fissando nel giardino un punto lontano.
Ebbene? continu Edwige cosa fai? che c'?
Niente rispose misteriosamente Stanis Cio, sbaglio, c' un essere incognito, sbucato all'improvviso da una macchia e che s'avvia rapidamente a questa volta. Ospite, visita, che so io? forse qualcuno dei nostri amici laggi, della polizia russa.
Edwige fu d'un balzo in piedi, ma Stanis rideva, rideva il cuore.
Edwige ripet con un accento tragicomico che la rassicur completamente rassicuratevi, la vostra ora non  ancor suonata, le vostre tenebrose mene non sono scoperte. Ma  accaduto qualche cosa di deplorevole. Per colpa della vostra imperdonabile negligenza, il naturale ordine delle cose  invertito, l'etichetta  violata, e voi siete prevenuta dalla vostra padrona di casa.
Impossibile disse Edwige aguzzando lo sguardo un po' miope. A quest'ora? Passeggier, a diporto, nel suo giardino.
Non si passeggia a diporto, nel proprio giardino, con un abito di raso nero e un cappellone tutto piume. E si dirige qui, per l'appunto. Come corre! Ora puoi vederla anche tu.
Edwige vedeva infatti, una signora riccamente vestita, e che pareva correre anzich camminare pel sentiero che guidava al chlet. Ma la vide altres, quando fu giunta presso alla scalinata dell'atrio, fermarsi all'improvviso, con una mossa, quasi angosciosa, d'esitazione.
Com' pallida e mal vestita disse Stanis, osservandola collo sguardo sicuro di chi ha veduto molte donne e di molti paesi Dio mi perdoni, ha i guanti bianchi. E si direbbe altres che ha una forte inclinazione a tornare dond' capitata.
 timida disse dolcemente Edwige Valla ad incontrare e conducila qui.
Stanis fu subito fuor della stanza e Edwige, fattasi dietro la tenda, continu ad osservare ci che accadeva a terreno. La visitatrice stava sempre immobile nella sua attitudine incerta, ed Edwige non pot trattenere un sorriso, notando i fatali guanti bianchi onde la signora aveva realmente calzate le mani, ed il lusso un po' antiquato della sua ricca toilette di cerimonia. Ma il sorriso di Edwige divenne benevolo, e assunse un'espressione di tenero orgoglio quando ella vide la giovane signora scuotersi all'improvviso e farsi in volto di bragia. Stanis l'aveva raggiunta, e, dopo averla profondamente inchinata, le parlava con animazione, accogliendola e presentandosi ad un tempo, con quella grazia cavalleresca che, facile a tutti i Polacchi in genere, era retaggio tradizionale in casa Zamenoiwski e, portata poi da Stanis ad un punto veramente eccelso d'arte e di perfezione, lo aveva gi reso, in parecchie corti europee, molto caro alle dame, ma altrettanto odioso alla travagliata confraternita dei mariti.
Edwige scord in quel momento la visitatrice, non vide che suo fratello, il suo leggiadro, il suo eroico fratello. I pensieri della giovane presero una nota direzione, una splendida prospettiva le pass ratta davanti allo sguardo; poi un elemento ben diverso, qualcosa d'atroce e pur di possibile, scompigli orribilmente le fila dorate di quella visione. Edwige chiuse gli occhi, di un brivido... Ma subito si riebbe, sorrise, e venne, alla sua volta, ad incontrare sulla soglia della sala, la sua padroncina di casa, la marchesa Bianca d'Arcello.
La calma disinvoltura della giovane polacca faceva completamente difetto a donna Bianca e l'impacciata attitudine di questa, dimostrava visibilmente l'impero di una penosa soggezione. Ma ora, vista da vicino, la sua giovent e la sua bellezza risaltavano in tutto il loro fascino, lo sguardo, candido nel turbamento, aveva un'eloquenza inconscia, ma profonda. Gli ospiti del chlet non sorridevano pi, si sentivano gi attratti nell'orbita d'una magnetica attrazione di simpatia per quella donnina, cos inesperta e cos malvestita.
Edwige era fanciulla e Bianca maritata, ma in quel momento la coscienza della sua dignit di matrona non le tornava a questa d'alcun giovamento.
Ella era fortemente impressionata da Edwige, da quella giovane dama, cos semplice nei modi, nel vestire. La contessa Zamenoiwski era bionda, alta, magrissima. Il pallore del suo volto, un pallore cereo, ma sano, uniforme, pareva diffuso anche sul biondo opaco della capigliatura e prestava un'espressione speciale alla testina piccola, mirabilmente formata, che sembrava la testa d'un giovane anzich quella d'una donna.
Ma su quel problema tormentato e leggermente provocante dell'aspetto, si rivelava invece, per mezzo della fisonomia, arcanamente pura e spirituale, un non so che d'alto e di nobilissimo, che distruggeva tutte quelle incertezze, fondendole, per cos dire in un'impressione dominante di vigore tenace, di forza salda e imperterrita, alla quale dava un'attraenza speciale di contrasto, la dolcezza squisita e la rara distinzione dei modi.
Edwige faceva di tutto per ammansare la timidit di Bianca; la interrogava con delicata bont, riappiccando ogni momento la conversazione, che sempre languiva. Lod il clima, la ubertosit del paese, e, scusandosi dolcemente d'essersi lasciata prevenire, chiese per s e pel suo fratello il permesso di venire a presentare i loro omaggi ai suoceri della Marchesina.
Ah! povera Bianca! con che cuore ud quella cortese proposta! Era venuta positivamente al chlet cos di buon ora, per evitare ai suoi vecchi la vista degli inquilini.
Il buon marchese Matteo era ormai pressoch rimbambito, ed egli rifuggiva con una specie di terrore puerile, dalla vista d'un nuovo aspetto e da quanto potesse menomamente turbare il semiletargo in cui s'adagiava, stanca e dolente, la sua senilit. Anche donna Clara, dopo le sventure di famiglia, s'era grandemente mutata. La sua infermit le era causa d'un'intima e profonda umiliazione, e le memorie del tempo in cui era stata cos attiva, le rendevano intollerabile l'idea d'esser veduta da persone estranee, cos inchiodata su un seggiolone e in tutto soggetta alle cure della nuora. Entrambi avevano provato, senza palesarlo, un vero scontento dell'affitto del chlet; non s'erano opposti per un riguardo al tutore di Bianca, ma quella decisione li aveva sinceramente seccati.
Quando si parl di tornare in campagna, i due vecchi tradirono cos palese l'apprensione delle relazioni possibili fra la Villa ed il chlet, che Bianca, impietosita, si lasci sfuggire una vivace promessa di evitare quel pericolo pei vecchi. Essi s'acquetarono, e non chiesero altro. E Bianca si trovava ora di fronte alle difficolt del suo impegno.
Il raddoppiato turbamento della marchesina, il suo improvviso rossore, le poche parole che tent invano di pronunciare su quel proposito, rivelarono subito, alla fine esperienza dei Zamenoiwski, che la loro presenza non era desiderata alla villa. Non se no adontarono per nulla, indovinandone a un dipresso i motivi, e seppero destramente alleggerire Bianca dal peso di quella confessione. Ma la marchesina sentiva acutamente davanti a quei due stranieri cos istruiti e cos gentili, la persuasione della propria insufficenza a sostenere al par di loro, il peso della conversazione. Non ard ricusare il th, che alla villa si prendeva qualche volta, ma solo come medicina; l'odore acuto di sigaretta e di fiori le aveva fatto venire una specie d'emicrania. S'avvedeva di rispondere senza garbo; sentiva che i particolari della sua esistenza, quei particolari sui quali la contessa la interrogava cortesemente, offrono nulla d'interessante.
No, non suonava il pianoforte, non parlava che pochissimo il francese, non disegnava. Ricamava un poco, leggeva il Segneri, il Padre Bresciani, la Civilt Cattolica... Andava a letto alle nove, per solito, ma i suoceri si coricavano prima, alle otto e mezza.
Pure, non and guari che la sincera prontezza della sua indole, le permise di superare alquanto l'angosciosa timidit che le opprimeva lo spirito. E ascoltando la conversazione indulgente, scintillante di quei due, sentendo evocata la propria, dalla loro potente originalit, Bianca riesc a liberarsi dall'eccessiva preoccupazione di s stessa, pot abbandonarsi all'impressione d'un fascino nobilissimo. Prov un vivacissimo e profondo senso di meraviglia beata, non dissimile da quella che l'aveva colta, quando aveva veduto, per la prima volta nella serra del giardino la splendida fioritura d'una pianta esotica. Si conged finalmente, dopo una visita un po' lunghetta, con un lieve mal di capo, con una confusione strana d'impressioni. Mentre scendeva una delle gradinate che mettevano al giardino chiuso, tentava raccappezzare le sue idee, e si accorgeva d'essere alquanto agitata... Com'erano stati buoni, indulgenti... No... non aveva sofferto come temeva... trovandosi al chlet... Gi, era tanto mutato! Egli quel signore, non somigliava a nessuno di quanti aveva veduti in vita sua. Che cosa curiosa... quella moda di dare il braccio alle signore. Gliel'aveva dato mentre l'accompagnava in giardino un buon tratto di via, sino al largo della terrazza. E precisamente mentre ella cominciava a sgomentarsi, temendo l'effetto che avrebbe prodotto il suo ritorno in simili circostanze, egli, come indovinando i suoi pensieri, congedandosi con grazia perfetta, l'aveva lasciata, rammentandole la sua promessa di venir qualche volta a visitare sua sorella. E Bianca aveva, infatti, ma quasi involontariamente, promesso di tornare al chlet.
Si trovava in fondo della scalinata, in quel chiuso cos fresco e ombreggiato! Voltossi involontariamente, per guardare la strada test percorsa. Le parve stranamente fredda e umida, i ciuffi verdi dell'erbe sbucate fra gli accatastamenti dei tufi, avevano qualcosa di smorto, di triste, la fisonomia opaca delle piante che hanno poca luce. Il sole era rimasto lass, e un suo raggio, simile a una snella serpe d'oro, lambiva di sghembo i pilastrini della balaustra.
L, abbasso, attorno a lei, tutto era quieto, silenzioso, come immerso in una pace profonda e assonnata. La fontanina sussurrava, monotona come il ritornello d'una nenia. Il porticato era deserto, le persiane delle finestre accostate. Una sola porta era aperta a terreno, si vedeva nel vano la lunga fuga delle sale. E quella bruna prospettiva, accidentata solamente dalla lumeggiatura dei mobili dorati, pareva un grande sfondo, cupo, nero, senza fine.
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Capitolo 7.
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Bista Bottacci era seduto davanti ad un tavolino di legno e scriveva. La stanza, piccola e nuda, era, per mezzo di un uscio semi-aperto, in comunicazione immediata colla cucina. Ed in cucina per l'appunto, una donna giovane, ma bruttina e d'aspetto malaticcio, lavorava seduta nel vano dell'unica finestra, movendo leggermente col piede una culla oscillante di vimini, entro la quale dormiva una bambina di pochi mesi. La donna canterellava sotto voce, per tener quieta la creaturina, ma questa si destava ogni tanto, emettendo un piagnucolio abbastanza molesto.
A un tratto Bista alz il capo. Il canto era cessato, e un passo risuonava sull'assito della cucina, mentre due voci femminili scambiavano brevemente un saluto.
Bista stette in ascolto.
 lei disse poscia deponendo con brusco moto la penna.
S'affacci all'uscio e chiam: Giuditta.
La giovane, non rispose ma si diresse, a capo chino e come a malincuore, verso lo studio del fattore. Quando fu entrata, questi chiuse l'uscio a chiave, e torn quindi a sedere.
Giuditta Servati, stava ritta davanti al tavolo, in attitudine di forzata sottomissione e colle ciglia aggrottate. Ma Bista non se ne avvide, o mostr di non avvedersene.
Hai fatto bene a venire oggi le disse in tono pacato avevo una mezza idea di passare un momento a casa tua. Vorrei vederti un po' pi spesso, ora.
Gi! rispose acerbamente la giovane. Ma mi pareva inutile ripeter sempre le stesse storie.
Questo  affar mio, se amo sentirle ripetere ribatt placidamente il fattore. Dunque?
Quel dunque aveva un suono cos fatto che Giuditta assunse tosto, un'attitudine meno svogliata.
Dunque disse mordendosi le labbra non c' nulla di nuovo, sempre la stessa vita. Si alza alle sei, va in chiesa, poi torna in casa, fa i conti della giornata, d gli ordini per la cucina, per la casa. Alle nove, va dai vecchi e ci sta sino all'ora di colazione. Dopo la colazione, se il tempo  buono, va in giardino, aiuta il signor marchese coi suoi fiori, oppure lo conduce a passeggio. All'una comincia la sfilata dei poveri e di tutti quelli che vogliono parlarle. Essa ascolta tutti e...
Lo so, interruppe seccamente il fattore, tira via.
Oh, rispose la giovane con ironia, si figuri, so il mio dovere. Ella dunque ascolta tutti, con una pazienza da santa, se ci sono dei soprusi, delle angherie, li odora subito e...
E poi? chiese il fattore, guardando fiso la Giuditta. Questa esit un istante, evidentemente sconcertata da quello sguardo.
Poi seguit si ritira in camera sua sino alle quattro. Alle quattro va in chiesa per un quarto d'ora, torna dai vecchi, desinano e stanno assieme sino alle otto e mezza. Allora, quando i vecchi sono a letto, la signora marchesina mi chiama e andiamo al villino.
Tutte le sere? anche se piove?
Sempre. Sulle prime si andava una volta o due la settimana, ma ora, invece si va ogni sera.
Voi due sole?
E come no? un tratto di strada cos breve, e in giardino! Io torno indietro e poi vado a prenderla.
A che ora?
Alle dieci, dieci e mezzo, gi di l.
E ti fanno aspettare!
Qualche volta. Non molto per, venti minuti, tre quarti d'ora, al pi.
E intanto tu, che fai? rimani colle altre persone di servizio?
Che! sono forestieri, e ce la intendiamo poco... Sto nella stanza vicina e aspetto. Ora che fa caldo, lasciano la porta aperta e mi diverto anch'io a sentirli cantare e suonare.
Chi canta? chi suona?
Loro due, quei signori. Ma delle canzoni strane, che non si capisce niente. E la mia signora sta a sentire, attenta, che non fiata... Poi chiacchierano, giocano a scacchi, leggono i giornali, a volte lui prende un libro e legge forte. Vanno sul balcone, e prendono il th, cos, all'aria aperta. Poi, quando si fa tardi, la signora Marchesa mi fa chiamare, e veniamo via.
Sole?
La signora Edwige resta in casa, perch ha sempre tante cose da fare, e il signor Stanislao ci accompagna sino alla terrazza.
Non pi in l?
No. Si trattiene un momento, poi torna indietro.
E lei?
Lei? Niente, rientriamo in casa, andiamo su, l'aiuto a spogliarsi e buona notte.
Una pausa di silenzio sussegu a quella risposta di Giuditta. Poi la giovane chiese sommessamente:
Posso andare?
Non ancora rispose Bista, allungandosi meglio nel suo seggiolone di cuoio.
Giuditta represse un atto d'impazienza e aspett.
Sta bene attenta riprese Bista fissando sempre la giovane e rispondi a tuono. Sai che con me non si scherza.
Lo so, interruppe aspramente Giuditta, dica pure.
Ebbene continu il fattore tanto meglio. Mi occorre sapere soltanto questo: di che umore  la tua signora?
Di che umore? riprese Giuditta meravigliata. Certo! se fosse un'altra, colla bella vita che conduce, dovrebbe morir di malinconia... Eppure, non si lamenta mai.  buona come un angelo, specialmente con me, che, in pagamento delle sue bont...
Giuditta si ferm un istante, poi continu, con accento sempre pi energico: Non mi sgrida mai. Da qualche tempo in qua, poi, par che diventi ancor pi buona. Sembra anche pi contenta! Alla sera, quando  libera, poveretta, diventa allegra come una bambina. Bisogna vederla, quando mi dice: "Andiamo Giuditta,  ora!" Gli occhi le ridono in fronte!
Bista la lasciava dire. Ma un semisorriso si disegn sullo sue labbra, richiam bruscamente la giovane al reale intento di quel colloquio.
Ebbene? disse senza transazione alcuna ha finito ora?
S rispose Bista va pure. Ma d'ora innanzi verrai pi di frequente.
La donna fece un lieve cenno di saluto ed esc.
Bista s'alz e le tenne dietro. Ripassarono, senza fermarsi, per la cucina, ed egli l'accompagn sino all'uscio di casa.
Rientrato, s'arrest un istante dinanzi alla culla. La madre, senza interrompere il suo lavoro, alz dalla bambina al marito uno sguardo quasi supplichevole.
La figlia del pi grosso mercante di porci della provincia, aveva una grandissima soggezione di suo marito. Egli la trattava bene, in complesso, ma con una superiorit cos palese e con un'autorit cos ferrea, che l'importanza della povera sposa era andata, in quegli anni, sempre scemando sino a ridursi ben poca cosa. La signora Bottacci aveva poca salute, colpa imperdonabile nel ceto a cui apparteneva. I suoi gemelli, i primi, erano morti in fasce; poi era venuta una bambina, la cui nascita aveva pressoch costata la vita alla madre. Questa adorava la sua creaturina. Sapeva quanto dal marito fosse desiderato un maschio; ma sapeva altres, (glielo avevano detto i medici consultati in proposito) che il suo povero grembo ammalato, non avrebbe potuto condurre a termine una nuova gravidanza.
Dorme disse la madre a voce bassa e oggi  stata tanto savia...
Ma quell'annunzio non commosse Bista. Il suo sguardo scontento non si rimoveva dalla bambina E questa, come se avesse intuita quell'occhiata paterna, che pesava sul suo sonno, si dest all'improvviso e si mise a piangere. La madre si chin frettolosa per acquetarla, ma Bista si tolse prestamente di l e rientr nello studio.
Una bambina! borbott sbattendo l'uscio, una bambina!
Tacque a lungo, immerso nelle sue riflessioni.
Tant'! soggiunse poscia, mentre la sua fisonomia si andava rasserenando.
Era solo e si permise qualcosa che somigliava lontanamente ad un lieve scoppio di risa. Poi rivolse a s stesso una curiosa domanda: Ci vorr molto tempo? 
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Capitolo 8.
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Bianca lasciava raffreddare la sua tazza di th. Era seduta accanto al pianoforte e dava retta.
Essa non aveva mai udito nulla di simile, le pareva la cosa pi strana di questo mondo.
Il giovane polacco suonava veramente bene la musica di Chopin. La nervosit inquieta, il carattere elegante, tormentato, di quelle strane melodie s'addicevano alla sua fine ed appassionata intelligenza. Egli aveva conosciuto a Parigi l'autore di quella musica, parlava con entusiasmo di quel loro grande compatriota, esile e scontento, roso dalla tisi e dalla implacabile fantasia, esule dalla sua vera patria, e continuamente al bando da quell'incerto paradiso di felicit, al quale agognava di continuo, con una indefinibile poesia, tutta brame e irritazioni.
Sul leggio del pianoforte, un eccellente Tomascek, stava il libro dei preludi. Stanis aveva in quel momento una rara agilit di tocco e la sua mano era meravigliosamente bella sul pianoforte.
Egli si tratteneva ora sul preludio settimo, un andantino, il pi facile forse ed il pi breve della raccolta. Un motivo chiaro, d'una grande affettuosit, ma semplicissimo. La frase s'avvia piana, progredisce gioconda, s'arresta a un tratto, con una sospensione d'accordi vibrati e leggeri. Torna daccapo, si ripete, ma pi affrettata; l'arresto si fa pi brusco, pi inquieto... Ricomincia una terza volta, affrettandosi ancor pi, si spinge precipitando in una soluzione, sospesa anch'essa, ma acuta, come il principio d'una delicatissima eccitazione febbrile. Poi come smarrendosi, vien meno subitaneamente nella sfumatura sommessa del ritornello. Sono diciassette battute, nulla pi.
Quand'ebbe finito, tenne immobili le mani sulla tastiera, e si volt. Aveva udito a destra qualcosa che pareva completare, arcanamente, le ultime oscillazioni delle corde ancora frementi. Era un sospiro e l'aveva mandato donna Bianca.
La giovane signora teneva gli occhi bassi, assorta nell'impressione di quella musica. Una tinta rosea le aveva ravvivata la fisonomia.
Stanis si divertiva a guardarla, era contento quand'ella ascoltava a quel modo la musica di Chopin. Egli poteva ormai, a piacer suo, animare quella donnina strana e taciturna. Ci voleva poco, un preludio, un rond del suo autore favorito, una poesia letta molto bene, qualche pietosa storia di patimenti, di virt, di imprese alte e gentili. Egli otteneva invariabilmente l'effetto voluto, ma non ci aveva merito, come non ha merito chi, narrando ad una frotta di bimbi una bella storia di fate, li fa star quieti ed attenti, in un estasi di meraviglia. Stanis si compiaceva di evocare per Bianca le storie di fata dell'arte e della poesia!
Strana davvero! quell'uomo, il quale, bench cos giovane, aveva pur gi vissuto tanto e in tanti modi, rinveniva una completa novit in quella loro padroncina di casa, da lui cos mal giudicata a bella prima.
 una cara creatura, t'accerto (gli disse un giorno Edwige) ha le pi felici disposizioni che si possano desiderare in una donna. Non le manca se non quanto le nega l'ambiente in cui vive. Peccato... nevvero?
Egli si mise a ridere. Se non avessimo altre preoccupazioni, sarebbe quasi il caso di dichiarar la guerra al peccato in questione, tentando un'educazione in ritardo.
Perch no? Metterebbe conto, sai! Sarebbe una grande soddisfazione, il correggere una educazione cos gretta, cos sbagliata! Ma pensa, Stanis, che non le hanno neppure insegnato ad amare il suo paese! Pensa che le  indifferente, (me lo ha detto lei), di essere suddita austriaca, anzich piemontese!
Ma non  colpa sua, poverina! Da chi avrebbe dovuto, imparar queste cose? Da suo marito? A volte, non mi posso persuadere che sia realmente maritata. Ha pi della fanciulla che della donna. Nella sua posizione c' qualcosa di deliziosamente assurdo e piccante.
D piuttosto: doloroso. Quell'abbandono di suo marito  stupido,  crudele. Se almeno egli l'avesse lasciata per una cagione veramente grande e generosa! Ma cos...
Quei due sapevano la storia di Bianca. Le era escita dal labbro, quasi inconsciamente una sera. Essi l'avevano ascoltata con grave raccoglimento, comprendendola in tutta la sua tetra malinconia, interpretando meravigliosamente gli effetti ch'essa aveva sortiti sull'animo di lei. E bench ella non avesse mai fatta la pi lieve allusione alle sorti del suo matrimonio con Bruno, gli ospiti del chlet avevano indovinato come, dietro l'angoscioso dramma ond'era stata funestata quell'esistenza di fanciulla, se ne celasse un altro, pi intimo, pi misterioso, e al quale aveva avuta parte la donna. E Stanis, nella sua vissuta esperienza, guardava Bianca con un bizzarro interessamento, pensando che il marito di quella creatura doveva pur essere un grande imbecille! Essa non sapeva perch egli guardandola, le sorridesse dolcemente, con una piet misteriosa, che non l'offendeva. Una volta le disse: "povera piccina!" Ed ella prov uno squisito piacere di sentirsi realmente povera e che, qualcuno avesse compassione di lei.
Ella, cos altiera in cuor suo, cos sdegnosa, nella sua piccola reggia di citt, d'ogni pi remoto tentativo di commiserazione!
Ma l, in villa e con loro, era ben altra cosa. Sapeva che la intendevano. Quella conoscenza s'era presto mutata in una forte e calda amicizia. Fra loro non esistevano le piccole e meschine difficolt dell'etichetta; essa non trovava presso quei nuovi amici l'omaggio servile, insipito, degli altri conoscenti della casa. Nessun pettegolezzo, nessun impiccio di maldicenze, nessun timore di commenti. I Zamenoiwski avevano avuta l'arte o la fortuna di vincere la sua timidit, di darle una nuova e pi ampia idea dell'esistenza. L'originalit della loro eleganza, la distinzione squisita dei loro modi, la semplicit fine ed alta del loro metodo di vita, l'avevano invincibilmente attirata, parlando misteriosamente ai suoi istinti di gran signora, rivelandoli a lei stessa... Essa doveva a loro (e pi specialmente a Stanis), la manifestazione della propria attitudine a gustar l'arte. Egli le aveva pel primo parlato intelligibilmente di pittura, le aveva insegnate le arcane emozioni che pu procacciare la musica. Ella rammentava bens che suo marito soleva passare lunghe ore in cappella, davanti alla tastiera dell'organo. Ma a quell'epoca Bianca non era ancora in grado di apprezzare il genere di musica seria e scientifica a cui Bruno s'era dedicato. E poi, egli suonava solo per Dio... non per lei... Mentre invece ora la musica le pareva quasi una voce del suo cervello, qualcosa che pensasse in vece sua. Sulle prime, era stato un grande scotimento e le aveva fatto pi male che bene, ma ora l'adorava!
La musica di Chopin, specialmente! I sottili scoramenti di quelle note, le rammentavano certe ore della sua solitudine, nel tetro palazzo di citt, certe sbite stanchezze ch'ella provava, in mezzo all'attivit della sua vita... E per, udendo quella musica, le accadeva bene spesso di trasalire, di mutar colore, e nel suo occhio s'accendeva qualcosa che faceva sorridere Stanis, recandogli una soddisfazione intima e delicata, mentre pareva rendere ancor pi agile, pi carezzevole la mano che scorreva sulla tastiera.
L'educazione s'era iniziata da s, senza che nessuno l'avesse premeditata.
N Edwige, n Stanis pensavano certo ad imporre a Bianca le proprie vedute, ma nel carattere della contessine Edwige esisteva un elemento contagioso. L'amore esclusivo, ardentissimo per la patria.
Era impossibile che quel sentimento non si svelasse. E allorch si pales la prima volta, involontariamente, con un magnifico scoppio di entusiasmo, Bianca ne rimase colpita, ne intu la grandiosit e fece un rapido esame di s stessa. Si avvide che nulla di consimile aveva mai dato cenno di vita nel suo ambiente. E subito interrog il suo ideale... Ma Febo non le aveva mai parlato di questo... Febo non aveva tempo di pensare a queste cose. Febo andava a caccia...
Allora, i suoi ricordi corsero impetuosi a interrogare un passato pi recente. Pens a suo marito.
Ebbene, s. Bruno aveva la scienza... Ma la patria... era lettera morta anche per lui.
Quella sera, Bianca and a casa impensierita, con una leggera irritazione. Ma le cose udite al chlet non le sembravano pi le stesse, quando vi ripensava alla villa. L'Italia pareva ridursi a poco pi d'una vaga astrazione, quando Bianca, seduta accanto al seggiolone dove sonnecchiava la marchesa Clara, le andava leggendo i succosi articoli di fondo della Gazzetta Ufficiale del Regno Lombardo-Veneto, pasto quotidiano della povera inferma.
...
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...
Come! disse Stanis a Biancanon avete mai provato?
Mai.
Curiosa, davvero! E non ve n' mai nata la voglia?
Bianca abbass lo sguardo. Non so,  un divertimento?
Secondo. Per alcuni  una passione, per altri una seccatura, per noi polacchi un'abitudine, e, in certi casi, qualcosa di pi, forse.  una delle poche cose nostre che non ci siano state tolte. Quante volte, mentre...
S'interruppe, poi continu:
Ma come? non n'aveste mai occasione?
In convento, non s'insegnava il ballo. Quando escii, ero fidanzata. Poi...
Ebbene disse pronto Stanis volete imparare?
Imparare! ma come? dove?
Oh bella! ora, qui, con me...  imperdonabile che non sappiate ballare la mazurka. Se me lo permettete, sar io il vostro maestro e Edwige funzioner da orchestra. Edwige, ti prego...
Edwige s'era messa al pianoforte e cominciava una mazurka facile, dal ritmo fortemente accentuato.
E prima che Bianca avesse potuto decidere in cuor suo se la cosa fosse fattibile, la cosa era fatta. Le poltrone erano state rimosse dal centro della sala, e Stanis, dopo aver profondamente inchinato la marchesa, l'aveva stretta alla vita con un braccio, e la faceva danzare.
Bianca, confusa, atterrita quasi da quel subito contatto, aveva al primo momento, come per una inconscia ed involontaria protesta, irrigidita la persona; ma Stanis, stringendola un pochino di pi al petto, la guard da presso, mettendole negli sguardi il fascino dei suoi grandi occhi forestieri. No le disse sottovoce, no... cos non va bene, non v'irrigidite a quel modo, lasciatevi andare, secondatemi.
Bianca ubbid. Si lasci portare; la rigidezza istintiva del suo corpicino si mut in un abbandono involontario. Essa assecondava ora il suo compagno, andava a tempo, docile alla forte e dolce volont che s'era impossessata della sua. Non sentiva pi la terra sotto i piedi, un'ebbrezza inesplicabile l'aveva colta ad un tratto. Danzarono cos per pochi istanti, poi essa ebbe l'improvvisa sensazione d'una vertigine. Basta, sussurr con voce soffocata.
Egli la vide impallidire e si ferm, sostenendola sempre. Essa vacillava, come un giunco commosso dal vento. Ma subito si riebbe, e spiccandosi rapidamente da lui, si diresse verso Edwige. Basta... disse anche a lei. Basta.
E cos chiese Stanis raggiungendola presso al pianoforte, che ve ne pare? Siamo andati benissimo, per la prima volta. Ora siete stanca, ma potremo ricominciare quando vorrete.
Non ricominciarono n allora, n mai pi. Egli comprese dal rifiuto, gentile ma deciso, ch'ella oppose ad una seconda proposta di lezione, quando l'impressione della prima le fosse tornata poco favorevole.
E quel ch' peggio, perdurava.
Bianca non poteva liberarsene, neppure alla villa. Nel raccoglimento della cappella, nell'atmosfera soffocante della stanza dei vecchi, nel silenzio freddo del suo appartamento solitario, il suono della mazurka tornava, ostinato e preciso; il ricordo della sensazione vertiginosa si riproduceva esattamente. E il ronzo delle cicale sulle deodare del giardino, lo strepito degli aghi da calza di donna Clara, il tic tac della pendola sul caminetto, tutti quei piccoli rumori quieti delle cose in moto, parevano ripercuotersi nel cervello di Bianca, colla cadenza molle, assieme e marcata d'un tempo di mazurka.
Giuditta!
La voce di donna Bianca era gaia e vibrava nella tiepida ampiezza della camera da letto.
Signora Marchesa.
 bel tempo oggi, nevvero?
Guardi, risposo Giuditta, spalancando le imposte.
Dio! che splendida giornata! Che azzurro cupo nel cielo, che sfolgorio di sole, che incrociarsi di voli irrequieti di rondini, nel vano delle finestre.
La camera era grande, e aveva un non so che di verginale. Pure non era quella gi occupata da Bianca quand'era fanciulla. Ma non era neppure il ricco stanzone, coi parati gialli, ch'ella aveva abitato con Bruno... Dopo la partenza di suo marito, Bianca aveva scelto per suo uso, un grazioso appartamento, fra quelli destinati ai forestieri. La camera da letto era simpatica, colle sue pareti di scagliola rosata e i delicati arabeschi bruni della soffitta. Poi c'erano tre finestroni, dai quali, si poteva scorgere un buon tratto della campagna circostante. E il sole, da quel prepotente ch'egli , spadroneggiava nella stanza, sin dalle prime ore del mattino.
Donna Bianca sorrideva a quel suo vecchio amico... il sole! E quella mattina per l'appunto, pareva accoglierlo con una dolcezza gaia, con uno di quei sorrisi lenti ed inconsci che, da qualche tempo in qua, sorgevano spontanei e meno rari, sulla delicatezza grave della sua fisonomia.
Giuditta, disse donna Bianca, dammi quel libro che si trova sul mio tavolo da notte.
Giuditta le porse il libro richiesto, ed ella lo apr alla pagina dove aveva messo il segno, prima. E si assorse completamente nella lettura, abbandonando alle mani esperte di Giuditta la sua bella testina bruna e l'onda morbida, lucidissima delle chiome entro la quale il pettine si spingeva a fatica.
Pure, non un romanzo quello che attraeva cos fortemente l'attenzione della marchesina. Era un volume della storia de' Jagelloni, illustrata dai ritratti di vari principi, corpulenti e biondi, pomposi nella ricchezza orientale delle loro gemme e delle loro pellicce... Donna Bianca leggeva il libro e guardava i re... Quella era dunque la storia e questi i reggitori della patria polacca, tanto cara ai suoi nuovi amici?
Stasera pens donna Bianca, deponendo il libro, potr parlargli di Sobieski. Ora so cosa ha fatto.
Nel nuovo appartamento di donna Bianca non c'era oratorio. E per ella diceva le sue preghiere su un semplice inginocchiatoio, davanti a una Madonna di biscuit, la sua prediletta, che aveva recato dal convento.
Le preghiere di donna Bianca furono quella mattina, pi lunghe del solito. Preg pei suoi, pel marito assente, pel pap... per l'imperatore. Poi preg per i poveri polacchi.
Glielo aveva raccomandato Stanis. Edwige le aveva detto quanto la loro fede fosse osteggiata da una tirannide eretica... E Bianca pregava con squisito fervore; la profondit delle sue convinzioni si confondeva mirabilmente col pensiero della grande fratellanza cristiana, dei legami di simpatia religiosa che le davano il diritto, il dovere, di affratellarsi a quei nuovi suoi amici.
Terminata la preghiera, scese frettolosa in giardino a visitare i rosai. Erano in piena fioritura. E che fioritura! Qualcosa di splendido, una variet infinita di forme, di dimensioni, di tinte. E tutte d'una freschezza meravigliosa, stillanti ancora rugiada, nicchiate nella tenerezza verde del fogliame, e erette alte sullo stelo: serbatoi di profumi, irritanti a furia di dolcezze... snervanti a furia d'intensit. E Bianca le contemplava, sorridendo, con un sentimento affatto nuovo d'ammirazione.
No... era impossibile. Non poteva lasciarle appassire inutilmente alla sferza del sole. Ne coglierebbe le pi belle, per mandarle agli Zamenoiwski. Edwige aveva una vera passione per le rose della Malmaison. Stanis, in fatto di rose, era originale davvero. Adorava le minime. E per Bianca non poteva vedere una rosa minima, senza pensare a Stanis... naturalmente!
Il giardiniere era poco lungi, occupato ad innestare un arbusto.
Bianca lo chiam.
Tonio, vieni qua, colla paniera e colle forbici.
Il giardiniere obbed, e Bianca, s'accinse tosto all'opera. Recideva le pi belle rose, ammonticchiandole via via nella paniera. Ma questa fu in breve ricolma, ed ella si ferm ridendo, perch le rose cominciavano a cadere a destra, a sinistra. Alz la paniera, cercando, con un gesto deliziosamente impacciato, d'arrestar colle braccia quella profumata valanga, e chiam in suo aiuto il giardiniere.
Presto... presto grid. Prendile, ma bada che non si sciupino... bada... le minime... quelle mi...
S'arrest a un tratto sbigottita. La campanina della cappella s'era messa in moto... Suonava a morto.
Bianca stava immobile, reggendo la paniera dalla quale le rose continuavano a cadere.
Cos', perch suonano cos? chiese impetuosamente al giardiniere.
Oh! eccellenza, non sa? Fanno l'ufficio dei morti, perch oggi comincia il triduo per l'anniversario di... della disgrazia, sa bene.
Donna Bianca rimase un momento come trasognata, poi lasci cader la paniera. Una nuvola di rose si sparpagli ai suoi piedi.
Ma certo, tre giorni ancora, e sarebbe precisamente l'anniversario della morte di Febo. Ed ella... ella non s'era rammentata.
Ma cos'accadeva dunque nell'animo suo?
Bianca decise che per tutta la durata del triduo non sarebbe andata... in nessun luogo. E mantenne fedelmente la risoluzione. Buona parte del primo giorno fu passata dagli Arcello nella cappella, parata a nero. Ma l'animo di Bianca era inquieto, la sua preghiera non riesciva n continua, n calma; ed accadeva bene spesso che il suo pensiero, spiccandosi da tutta quella funebre pompa di commemorazione, divagasse sui piccoli incidenti della vita attuale, sulle nuove conoscenze, sulla musica di Stanis, per esempio! A volte invece, il suo dolore si rinvigoriva a un tratto, in un senso subitaneo, quasi nervoso, di raccapriccio; poi tornava nuovamente in campo il presente, e ronzava attorno al cervello di Bianca, come una farfalla splendida ed importuna. Bianca soffriva realmente, umiliata di quell'aridit nuova del suo cuore, di quell'impotenza al raccoglimento, che ella aveva provato cos solenne, cos assoluto, non pi d'un anno prima, in quella stessa ricorrenza di anniversario.
Pure si ostinava, pregava incessantemente, cogli occhi serrati, per non vedere, dal finestrone dell'arco, quel lembo di cielo, azzurro che sovrastava al giardino. Udiva il gaio stormire delle foglie, sentiva la frescura aromatica della pineta... Si figurava di continuo il caprifoglio della facciata, le pareva vedere tremolar nel vano del balcone quelle ciocche leggere, dai pistelli lunghissimi e bizzarri. E nell'incorniciatura formata dai rami, vedeva sempre una bella testa biondissima, di gran signore!

Era l'ultimo giorno del triduo e Bianca s'era recata a passeggiare nel giardino superiore. Era stanca e sentiva un lieve mal di capo, procacciatole dalla lunga dimora nella camera dei vecchi.
Oh quanto le giovava l'aria aperta, come le pareva pura, vivificante! Le ore calde erano passate, una serenit blanda pervadeva l'atmosfera. Bianca camminava rapidamente, eccitata dalla reazione di vita e d'attivit necessariamente successa, alla reclusione di due giorni. E anche il terzo era quasi compiuto. Non restava ormai che una sola di quelle sere vuote, interminabili.
Domani, domani finalmente tornerebbe al chlet, presso i suoi amici, in quella sala cos bella, cos lieta. Aveva tante cose da dire ad Edwige e Stanis...
Una voce gaia s'alz dietro la siepe. Una voce che chiamava: Donna Bianca!
Ella s'arrest con un gran batticuore. Al di l della prossima siepe stava Stanis, sorridente, con una tavolozza tra le mani.
Ah! infida disertrice, eccovi finalmente. Come mai avete potuto lasciarci in tanto abbandono, per due giorni di seguito? Edwige non sapeva pi che pensare dei fatti vostri ed io...
Non prosegu e rimase muto a contemplare quella delicata figuretta vestita a corruccio e che lo guardava con un sorriso illuminato da una gioia inconscia, immensa!
Sono stato in questi giorni di un umore atroce continu Stanis. Verrete stasera?
Ella scosse gravemente il capo.
Domani sera?
S.
Non escite di solito a quest'ora, nevvero?
Ella lo guard attonita. Infatti. Ma come lo sapete?
Oh... so tante cose. So, per esempio, che ieri non vi siete mai affacciata alla finestra. Nemmeno oggi, ma non me ne lagno. A proposito, giacch siete qui, volete onorare d'una visita il mio studio?
Bianca esit. Non aveva forse promesso a s stessa di non concedersi nulla, prima del termine di quei tre giorni?
 qui, a due passi, insist dolcemente Stanis Abbiate la bont di costeggiare la siepe per un momento.
S'avvi ed ella pure. Camminavano lenti guardandosi al disopra della siepe verdissima, fitta, animata da un incessante brulichio d'insetti. Giunti a capo di quella barriera, il giovane ebbe tosto raggiunto la marchesa.
Venite meco, le disse.
Lo studio di Stanis era veramente vicinissimo. Un boschetto di otto o dieci frassini, un panchettino rustico, di fronte ad un alto cavalletto, sul quale poggiava un dipinto pressoch terminato. A terra, un libro, la scatola dei colori e un bicchiere coi pennelli.
Oh! disse Bianca!  questo il vostro studio?
Certo. Da una quindicina di giorni. E sapete cosa dipingo? Guardate.
La condusse presso al cavalletto, rimosse alquanto i rami pi bassi della pianta vicina, e Bianca ravvis subito la prospettiva artistica concessa da quella specie di cannocchiale. Un lembo del giardino e un'ala della villa, l'ala abitata da lei.
E ora continu Stanis date una occhiata al mio scarabocchio.
Non era per nulla uno scarabocchio, ma una fine e abilissima riproduzione di quella prospettiva. Ad una delle finestre era affacciate una figuretta bianca. Il lavoro di quella macchietta era trattato con una finitezza ed una valentia speciale. La testina di Donna Bianca spiccava, perfettamente riconoscibile, sullo sfondo cupo del vano.
Ed essa si riconobbe. Si volt impetuosamente verso Stanis.
Ma quella balbett quella?
Siete voi, rispose gravemente Stanis. Chi volete che sia, se non voi?
Tacquero... tenendo entrambi fissi gli sguardi sulla tela, e stettero per un momento cos immobili, che i passeri, credendosi soli, tornarono a cinguettare nelle fronde pi alte dello studio di Stanis.
Se ne avr il tempo, continu poscia il giovane mi prover a fare uno schizzo a lapis. Il male  che non vi vedo mai, durante il giorno. Una figuretta nera... cos, come siete ora.
Disegn nell'aria qualche linea... socchiudendo gli occhi, come per veder meglio un quadretto della sua fantasia.
Poi parve colto da un altro pensiero, chiese con una certa asprezza:
Perch avete messo quell'abito nero? Perdonatemi soggiunse subito sono un indiscreto. Ma... mi era passata per la mente un'idea, un ricordo dei miei viaggi. Siete mai stata in Spagna?
Io? disse Bianca attonita. Ma vi pare?
Infatti,  vero, non avete mai viaggiato. Io s, sono stato in Spagna. E una sera, a Granata, udii cantare una coplita, che mi ha fatto ridere come un matto. Diceva cos:
...
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...
Mal haya la ropa negra
Y el sastre que la cort,
Que mi nia est de luto
Sin haberme muerto yo!
...
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...
Avete inteso il senso di questa coplita?
No, disse Bianca non ho inteso nulla... non so neppure cosa sia una coplita.
Egli si mise a ridere. Tanto meglio sclam.
Le coplite sono cose assurde Non so perch codesta m' venuta in mente ora. Scusatemi e... decisamente quel grigio della terrazzina  falso come l'anima di Giuda.
Afferr i pennelli, sedette sul deschetto, e cominci a lavorare.
Bianca lo guardava con una strana beatitudine. Il sole, presso al tramonto, illuminava di sbieco la sua figuretta, splendida e rosea, nel corruccio severo degli abiti. Stanis taceva ora, come assorto nel suo lavoro. Ma, ad un tratto gett via il pennello.
Non dipingete pi? gli chiese Bianca.
No...  tardi, la luce buona  cessata.
Era tardi infatti. Cinque colpi s'eran staccati a volo dal campanile.
Le cinque... sclam Bianca... E tosto si diresse frettolosa, come colpita da un subitaneo timore, verso l'escita del boschetto.
Egli le tenne dietro, e la trattenne per un momento, con un'ansiosa domanda: A domani, nevvero a domani?
Bianca abbass il capo.
Stanis la lasci andare. A domani... grid ancora.
Ella si volt, sorridendo.
A domani, disse anch'ella, correndo veloce come una fanciulla, nella direzione della villa.
E solo quand'ebbe messo il piede nel recinto del giardino inferiore, sent piombarle nuovamente sul cuore, non scevra d'un vago senso di rimorso, l'impressione dolorosa e solenne di quel giorno: Il quarto anniversario della morte di Febo.
...
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Capitolo 9.
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...
L'amicizia, gi cos saldamente stabilita, fra la marchesa d'Arcello e i suoi ospiti del chlet non tard a ricevere una grande ed alta consacrazione. Bianca seppe il mistero formidabile delle loro vite, seppe i pericolosi scopi ch'essi celavano nell'ozio apparente della loro dimora in Lombardia.
Aveva sospettato qualcosa, prima d'allora. Essa non li vedeva mai durante il giorno, ma sapeva che escivano pochissimo a passeggiare e che erano di continuo occupati. Ogni settimana Sacha, il loro domestico di confidenza si recava a piedi al mercato del borgo pi prossimo e tornava colle provviste per la mensa dei padroni. Ma non erano tutte cibarie quelle che uscivano dal paniere, scoperchiato, non gi in cucina, bens in camera di Edwige. In quelle sere accadeva spesso a Bianca di trovare la sua amica in animato colloquio col fratello e di vederla affaccendata, in mezzo ad una farragine di carte e di giornali. Quelle sere Edwige era nervosa, aveva frequenti distrazioni. Prendeva molte tazze di th fortissimo, con qualche goccia di Arak. Avendole Bianca chiesto una volta se quel th cos carico non le avrebbe impedito di dormire, essa rispose con accento bizzarro: Precisamente, cara, ho bisogno di non aver sonno, stanotte, e di non dormire. Tre o quattro volte erano capitati degli ospiti al chlet. Erano polacchi, s'intende, amici o parenti degli Zamenoiwski, uomini di mezza et, fisonomie accentuate, modi cortesissimi, ma pieni di riserbo. La cura d'intrattenerli era specialmente devoluta ad Edwige; essi facevano con lei lunghe passeggiate in giardino, parlando sottovoce ed in polacco, mentre Stanis raddoppiava la sua solita dose di brio e di spirito, occupandosi di Bianca.
Edwige le aveva molto parlato del suo paese, della sua famiglia, del castello lituano ove era nata. Bianca seppe delle vicende degli Zamenoiwski, delle irrequiete fazioni, alle quali non mancava mai, come capo, un membro di quella famiglia, tradizionalmente insofferente d'ogni giogo forzato, che contava degli insorti, cio dei martiri, sino dal 1794, che aveva dei puniti a Posen, dei giustiziati in Galizia, dei deportati al Caucaso. E se in quella famiglia c'era l'abitudine del martirio, perch non ci sarebbe stata anche quella delle congiure?
Una sera Bianca, giungendo al chlet, trov delle novit.
Il Conte era assente. Edwige, sentendosi poco bene s'era ritirata in camera, ma pregava la marchesa d'Arcello di salire e tenerle compagnia.
Bianca sal di buon grado. Era la prima volta che metteva piede nella stanza di Edwige, e rimase colpita dall'aspetto austero di quell'interno, dissimile affatto dalle sale a terreno. Il letto era senza parati, e in mezzo alla camera, invece del tavolo, c'era una grande scrivania, ingombra di carte. Sulla parete di fianco al letto, campeggiavano una piccola Madonna bizantina e un piccolo reliquiario davanti al quale ardeva una lampadina accesa. Il davanzale del caminetto era ingombro di alcuni campioni di minerali: stagno, rame, piombo. C'era anche un piccolo blocco di malachita e un pezzo di terriccio rugginoso, corso da venature azzurre, di quella tinta inimitabile che appartiene alla vera turchese.
Edwige accolse festosa l'amica, e la rassicur subito sull'entit del proprio malessere. Si trattava soltanto d'una febbriciattola effimera.
Cara le disse baciandola, come sei bella stasera!
Io? rispose Bianca facendosi rossa in viso, Ma ti pare?
No, lasciatelo dire. Non sei una di quelle creature frivole alle quali torni dannosa la coscienza del proprio potere. E da qualche tempo in qua, vesti meglio assai.
Ma questo  merito tuo.
Non ti avrei giovato per nulla, ove tu non possedessi il senso innato dell'eleganza. Anche Stanis lo ha osservato.
Davvero? balbett Bianca arrossendo ancora.
Ed  buon giudice, sai continu Edwige. Possiede tutte le pi delicate intuizioni del bello artistico. Il mio Stanis, vedi,  un tipo vero di gentiluomo. Sapessi come lo amano i suoi. Che fascino esercita su tutti! Ti parr strano, nevvero, che io parli con tanto entusiasmo di mio fratello?
No rispose Bianca. Anzi, capisco. E t'invidio. Io soggiunse quasi involontariamente non ebbi fratelli.
Poveretta! So che i tuoi genitori morirono mentre tu eri ancora bambina. Per cui sei sempre stata sola...
Sola ripet Bianca con accento profondamente scorato.
Stettero un momento in silenzio. Edwige impietosita, aveva presa, fra le sue, una delle mani di Bianca, e l'accarezzava dolcemente.
Povera piccina mormor sottovoce.
Una dolcezza arcana agit il cuore di Bianca, la voce di Edwige somigliava a quella di Stanis!
Anche Edwige era bella quella sera! La febbriciattola, nel periodo ascendente, ravvivava l'espressione arcana della fisonomia, mettendo uno splendore nelle pupille dilatate. La giovane parlava volentieri, con un bisogno inquieto d'espansione.
Ma certo disse gaiamente quel nastro rosa ti sta benissimo. E hai dei pendenti bellissimi alle orecchie. Sono splendide quelle perle, non te le avevo mai vedute.
 il regalo di nozze del mio tutore rispose Bianca. Ho tanti gioielli prosegu a voce bassa, senza vanit alcuna I brillanti di casa d'Arcello, quelli di casa mia. Ma non li porto mai.
Successe una pausa. Edwige guardava nel vuoto, con un sorriso strano.
Bianca chiese subitamente Edwige tu ami i gioielli, non  vero? Ebbene, noi ne avevamo tanti, ed erano forse i pi belli che vantasse l'aristocrazia polacca. Nostra madre, una discendente del Sobieski, possedeva una gemma, pel riscatto della quale, dopo l'assedio di Vienna, il Sultano aveva offerta una citt della frontiera. Quando nostra madre entrava (in una sala da ballo colla testa china sotto il peso di quel regale scintillio), tutti ravvisavano il retaggio senza pari degli Zamenoiwski. E quel retaggio fu nostro... mio e di Stanis.
E ora? chiese attonita Bianca.
Ora, continu Edwige con animazione crescente ora,  sempre nostro! Lo splendore della gemma storica non  offuscato. Ma essa  diventata del pane per nutrire gli esiliati fedeli alla patria, quelli che l'amano, che sperano, che soffrono per lei! I brillanti sono caduti ad uno ad uno dalle incastonature: sono diventati la paga dell'agente segreto, i caratteri della stamperia clandestina, le falci nascoste dei contadini, le spade, i fucili, i cannoni, le armi tutte della rivolta!
Ma voi? esclam Bianca atterrita... voi!
Noi rispose audacemente Edwige siamo dei ribelli. No, questa pace sepolcrale del nostro paese non ci contenta. Ci sono dei prudenti, degli ottimisti che raccomandano la tolleranza, che dicono: "Aspettiamo ancora! Lasciamo che il Governo russo colmi la misura; rafforziamoci, organizziamoci meglio." E c' chi parla di fidarsi, Bianca, di fidarsi dei vincitori, dei Romanoff, di quello Czar che appone giornalmente la firma ad innumerevoli decreti di morte, di bandi, di confische, che ci flagella, ci esilia, ci tortura, senza piet dei nostri dolori, senza terrore del nostro odio.
Ma dunque, anche voi, chiese angosciosamente Bianca la vostra famiglia?
Ha dei conti vecchi coi Romanoff. Mio padre era un fratello d'armi di Kosciusko. Un fratello di mia madre fu ucciso a Grouchodovo. I nostri beni in Polonia sono confiscati: da quindici anni viviamo in esilio. Nostra madre  morta di dolore; nostro padre d'ira e di sconforto, per non aver compiuta l'opera alla quale aveva consacrato s, e tutti noi.
Edwige s'era alzata a sedere sul letto in un caldo impeto d'entusiasmo. Teneva tuttora fra le sue la mano di Bianca, ma non l'accarezzava pi, la stringeva forte, affascinando la giovane signora coi suoi sguardi accesi, colle vibrazioni nervose della sua voce, colla foga di quelle pericolose confidenze.
Nostro padre continu Edwige ci aveva lasciato morendo un espresso comando: quello di continuare l'opera sua. L'abbiamo obbedito. Il nemico ci fu sempre presente, non cessammo mai di osteggiarlo. Palesemente, quando si poteva, dissimulando, quando n'era d'uopo, soli o con altri, seguendo o prendendo l'iniziativa. Le nostre sale si aprivano a frequenti feste da ballo, dove molti fra gli ospiti venivano solo per affiatarsi con noi e con altri del nostro partito. Sul tavolo del mio salotto da lavoro, fra una matassina di seta da ricamo e un gingillo artistico, si compilavano i programmi del Comitato segreto, delle misure vitali si concertavano nel mio palchetto all'Opera. Attorno a noi ferveva la vita frivola, vertiginosamente mondana della nostra classe e noi n'eravamo partecipi, ma col nostro scopo davanti agli occhi, col nostro giuramento suggellato nell'animo. Vivevamo soli in quella folla, io e mio fratello. Egli era giovane, inesperto. Nostro padre lo aveva affidato a me. Ed io mi dedicai a lui; lo amai, venerandolo quasi, con un geloso amore, pressoch materno, poich egli rappresentava, agli occhi miei, la forza viva, della nostra famiglia. Vissi por la patria, ma in lui; per lui scordai la mia giovent e il mio cuore;... rinunziai ad essere sposa, madre... per lui, intendi?
Ah! disse impetuosamente Bianca s... intendo...
Intendi nevvero? intendi ci che voglio dire! Le opere veramente grandi non ammettono rivalit. Io non avevo il tempo d'esser donna, altrimenti che coll'intensit, colla pertinacia sottile del mio intento. E Stanis cresceva, bello, meravigliosamente dotato da Dio di tutte quelle qualit, di quei fascini che possono distrarre un giovane dagli austeri scopi dell'esistenza. Egli fu presto in mezzo al pericolo; l'ora delle passioni si anticipava per lui, come si anticipava quello della lotta. Le simpatie femminili scoppiavano, ardenti, intralciate, attorno a lui. Ed io doveva salvarlo da quel pericolo, doveva vigilare come una madre, attizzare di continuo il fuoco sacro, come una vestale, impedire che quelle inevitabili distrazioni diventassero un elemento preponderante nella sua vita e si frapponessero, essenzialmente, tra lui e l'opera nostra.
Edwige s'arrest ad un tratto, pensando che la sua giovine amica non poteva forse, a cagione della sua inesperienza, seguirla in quell'ordine d'idee. Ma Bianca le impresse sulla mano una stretta impaziente e chiese con voce strozzata: E poi?
Io doveva continu Edwige tutelare la sua sicurezza, impedire che egli si compromettesse invano, prima del tempo. Nel suo carattere esistono due elementi, che mi furono e mi saranno sempre cagione di gravi inquietudini: un fatalismo strano, e una imperiosit violentissima, nello scatto di ci che vuole. Non conosce incagli, n cautele, quando si tratta d'uno schietto irrompere delle sue passioni. Tu lo vedi calmo, quieto, ti sembrer a volte quasi freddo... Ma se sapessi... Bianca... se sapessi!
Bianca non sapeva... non poteva sapere, ma era profondamente turbata ed un tremito interno le pareva mozzare il respiro.
Stanis continu Edwige  generoso come un leone, ma non  (come dovrebbe essere chiunque s'accinge alla nostra opera) astuto come una serpe. Non sa resistere alle sue passioni, l'esperienza non l'ha ammaestrato come vorrei. La sua giovent prende ancora dello brusche, delle improvvise rivincite sull'anormalit della nostra esistenza. E io non voglio che ci sia... intendi. Non voglio ch'egli si esponga prematuramente a dei rischi che temo, solo perch sono inutili, ingloriosi, mentre la gloria d'un altissimo, d'un sacro periglio reclama...
Che! interruppe imperiosamente Bianca il conte... tu... correte dunque dei pericoli?
Noi? rispose orgogliosamente Edwige chiedi se noi corriamo dei pericoli? Noi siamo sempre nel pericolo! Rasentiamo, camminando, l'orlo d'un precipizio.
Ma come! grid Bianca, come?
Edwige sorrideva ora, con una specie di compassione grave e indulgente.
Vedi disse a Bianca accennando il reliquiario appeso alla parete, vedi quel gingillo? Esso contiene un lembo d'abito, una ciocca di capelli, un anello, una penna, una medaglietta e qualche altro minuto oggetto. Ma tutte queste cose appartennero agl'individui della nostra parentela che, solo dal trentanove in poi, furono impiccati, fucilati, uccisi a vergate per delitto di Stato, per gl'identici moventi, cio, che ispirano ora tutte le nostre azioni.
Dunque? chiese Bianca con indicibile angoscia.
Quella continu Edwige con calma quella  la giustizia dei Romanoff. E se vuoi farti un'idea della loro clemenza, guarda.
Le accenn i campioni di minerali, disposti sul davanzale del caminetto.
Quelli disse provengono dalle miniere imperiali, dal Caucaso, dalla Siberia. E gli operai che strappano quel minerale dal grembo dei monti sono i condannati, criminali e politici. Quelli che hanno assassinato per derubare e quelli che hanno avuto una parola d'indignazione per la rapina spudorata compiuta sulla Polonia intiera. Le grandi ali della misericordia dello Czar coprono cos, delinquenti fortunati, quelli che hanno protezioni alla Corte... La loro buona stella li conduce in quei luoghi dove si vive la morte, giorno per giorno, minuto per minuto...
Edwige strinse pi forte la mano di Bianca, e le narr a lungo le vendette esercitate dal Governo russo sui detenuti politici. Le descrisse gli avvilimenti supremi, la disperazione folle, il lento sfacelo di chi abita la Siberia, quella Gehenna infernale. Le parl dei lunghissimi convogli di prigionieri, transitanti sotto l'eculeo del cosacco per l'infinita bianchezza della steppa, seminata di morti, dei lavori incessanti, intollerabili, delle pene, delle torture senza nome, cui non pone fine che la follia o il suicidio... Le disse dei raffinamenti di strazio coi quali i governatori, gl'impiegati, i carcerieri, la gerarchia tutta dei servi del vincitore si diletta di far sentire ai vinti il tallone inesorabile che li schiaccia calpestando pi forte laddove l'elemento  pi delicato e gentile: eletti e fieri gentiluomini, dame altiere e splendide, fanciulle soavi, cresciute come fiori nella tepida atmosfera di famiglia, giovani adolescenti tolti alla scuola e ai precettori! e quell'infamia si ripeteva da anni ed anni; il fiore di un'intiera popolazione s'incalzava laggi, ridotta ad armento, tramutata nel materiale umano d'una immensa industria di mercante imperiale... S tutto... tutto finiva l, in quella tomba sterminata, ove si sotterrava franto, maciullato, il cadavere d'un popolo...
Bianca pendeva, atterrita, dalle labbra di Edwige. Quando questa ebbe finito il suo tetro racconto, Bianca rimase un istante come sopraffatta; poi chiese: Ma dunque, anche voi?
Edwige scosse alteramente il capo.
Certo! disse con appassionata energia. Abbiamo fatto abbastanza, Stanis ed io, per attirarci il sacro onore della vendetta dello Czar. E non so davvero, o meglio, so bene cosa sarebbe stato di noi, se fossimo rimasti in Polonia.
Bianca gett un grido, un grido di trionfo e di gioia.
Ma non siete in Polonia, siete qui ad Arcello, in sicuro!
Edwige non rispose, accarezz di nuovo, nervosamente la mano di Bianca.
Nevvero, nevvero? replic questa, afferrando con impeto la mano che l'accarezzava qui, non correte pericolo alcuno!
No rispose Edwige qui non corriamo pericolo alcuno. Ma continu a voce bassa non potremo sempre rimaner qui.
Perch? chiese impetuosamente Bianca.
Perch rispose seria Edwige, perch abbiamo altrove un supremo interesse... perch il momento dell'azione  ormai poco lungi.
Guard Bianca a lungo, in silenzio, scrutandole l'anima sul volto.
Tu le disse poscia non conosci e non ami il tuo paese, nessuno mai ti ha insegnato quell'amore. Ma io, ti ho indovinata, povera creatura; so il vuoto del tuo cuore, vorrei poterlo riempire, facendoti noto ci che  bastato per dare uno scopo alla mia vita. Vorrei insegnarti, io stessa, cos' l'amore di patria, ed il tuo cuore, cos bisognoso d'un indirizzo, potrebbe dissetarsi a quella fonte... Bianca! voglio dirti un segreto.
Un segreto? chiese Bianca sbigottita.
S continu Edwige, a voce bassa e parlando rapidamente il nostro grande segreto. Noi siamo qui, ma solo per aspettarvi il momento favorevole al nostro ritorno in Polonia.
Bianca si fece pallidissima e gett un grido di terrore. Edwige non l'avvert: il suo pensiero era tutto concentrato in quanto essa era per narrare.
L'opera in questi anni non  stata infeconda. L'agitazione, mantenuta con tanti sforzi, s' propagata e serpeggia. Il nostro distretto non attende, per sollevarsi, che la parola d'ordine. Nei nostri antichi possedimenti, i contadini fedeli all'antica fede, al padrone d'un tempo, aspettano, per insorgere come un sol uomo, il figlio del loro signore, il rappresentante della famiglia Zamenoiwski... aspettano Stanis.
Ah! grid Bianca Stanis?
Certo, Stanis! E non lo aspettano invano. Non appena avremo avuta certa contezza che tutto  pronto, partiremo, e i nostri amici, i nostri aderenti della frontiera, troveranno il modo di farci penetrare sul territorio polacco. La presenza di mio fratello ravviver tutte le fedi, riunir tutte le aspirazioni, tutte le speranze. I contadini seguiranno entusiasti quegli che ha tutto arrischiato per venire a capitanarli. Io sar ai suoi fianchi, animer i timidi, mi concerter cogli audaci. E, al momento favorevole, l'insurrezione scoppier fra noi, trascinandosi dietro quelle degli altri distretti. La lotta sar impegnata, e, se Dio non abbandona la Polonia, se...
S'arrest e tese l'orecchio. Il galoppo d'un cavallo risuonava in giardino, facendosi sempre pi prossimo al chlet.
 lui! disse Edwige.
Fece, sorridendo, un rapido cenno a Bianca, raccomandandone il silenzio, e si volse verso l'uscio, aspettando Stanis.
Stanis non tard ad entrare, allegro, bellissimo nel suo attillato assetto da cavaliere. Nel ravvisare Bianca ebbe, e represse, quasi ad un tempo, un lieve cenno di sorpresa.
Come! disse col fare disinvolto che pareva semplificare e rallegrare tutto attorno a lui in flagrante delitto di chiacchiere, queste signore! E devono essere state serie davvero, almeno per Edwige, che veggo alquanto agitata.
Ma balbett Bianca temo sia colpa mia. L'ho fatta chiacchierar troppo.
No, no interruppe Edwige la colpa  mia... Ma che vuoi? avevo bisogno d'un po' di sfogo, e... abbiamo parlato di cose gravi.
Ho capito disse Stanis, dopo aver considerato un momento le labbra pallide e strette di Bianca e quelle tuttora frementi di Edwige la mia signora sorella ha creduto to let the cat out of the bag. Questa frase prosegu dirigendosi in tono scherzoso a Bianca  tolta ad imprestito dalla perfida Albione, ed equivarrebbe, nel vostro adorabile idioma a: lasciar sfuggire il gatto dal paniere. Spero per che non vorrete odiarci per questo.
Io? sclam Bianca con impeto.
S... voi... per l'appunto! Ho pur troppo motivo di temere che siate molto pentita d'aver accolto entro i vostri dominii una coppia cos compromettente.
Stanis, Stanis, non farla disperare! disse Edwige leggendo sulla fisonomia di Bianca lo sgomento suscitatovi dalle parole di Stanis.
Ma questi si divertiva assai, e continu:
Interrogare i vostri ricordi, Marchesina. Non m'avete forse risposto, tre o quattro settimane fa, quando vi chiesi se il nostro Esculapio fosse ammesso all'onore di farvi visita che in casa d'Arcello il medico veniva solo professionalmente, a cagione della sua aperta professione di fede liberale?
Ors, disse Edwige, finiscila, una buona volta!
Egli la fin subito. S'inchin profondamente davanti a Bianca e le disse con dolcezza scherzosa: Ah! mia sorella  stata una sussurrona, un'indiscreta! vi ha raccontate delle cosaccie. Ebbene, ci ho gusto. Mi pesava di serbare un segreto per voi. I vostri occhioni mi davano ogni tanto una buona monitoria, non osavo guardarli, pensando che essi non avevano ancor letta quella pagina nera dei nostri fatti. Volete perdonare al pi fedele dei vostri schiavi, d'essere un ribelle di tre cotte verso lo czar?
Si chin all'improvviso, le prese la mano e gliela baci. Gliela baciava di frequente ormai, addicendo a motivo l'usanza polacca di non salutare altrimenti l'ospite dama. E Bianca provava sempre una strana sensazione, ricevendo quell'omaggio, espresso con una cortesia delicatissima. Era un atto d'ossequio... nulla pi, ma lasciava, alla donna cos salutata, la vaga impressione d'esser, per quel secondo, una regina, una regina bella e idolatrata.
E ora disse poscia Stanis, lasciamo da parte le malinconie e congiuriamo solo contro il tempo, acciocch sembri meno lungo alla nostra ospite gentile.
Il tempo non parve lungo all'ospite gentile. Agitatissima tuttora per le recenti confidenze dell'amica, Bianca non sapeva prendere parte attiva alla vivace conversazione che non tard a stabilirsi fra Edwige e suo fratello... Ascoltava in silenzio, col pensiero smarrito in una confusione tra dolcissima ed angosciosa di sensazioni. Egli, come se avesse indovinato qualcosa di ci che accadeva nell'animo suo, non le rivolgeva direttamente la parola, ma pareva compiacersi a rovesciare davanti a lei un torrente d'idee varie, bizzarre, paradossali dove il serio cozzava col faceto. Descrisse qualcuna delle fasi pi brillanti del loro esilio, parl della loro dimora a Parigi, delle feste date recentemente alle Tuileries per la nascita del principe imperiale. Parl dei saloni parigini, dei teatri. E tutto quel mondo ignoto assumeva, cos narrato, delle proporzioni, fantastiche, nella mente di Bianca, diventava una confusione abbagliante di splendori, in mezzo ai quali le figure dei suoi nuovi amici, coll'eroismo del loro intento, coll'indicibile fascino delle loro doti, spiccavano fortemente. Un'ammirazione calda, appassionata le riempiva il cuore. Sentiva una tiepida gioia d'essere al fatto dei loro progetti, nell'angustia stessa dei suoi terrori s'appalesava l'orgoglio di sapersi, di sentirsi loro amica, trattata con s nobile e fiduciosa confidenza... Bianca credeva ormai di conoscere la cagione di quel trasporto ardente che aveva messo cos bruscamente un elemento nuovo nella sua vita, e creata nella solitudine arida del suo deserto, un'oasi di vegetazioni prepotenti, una subitanea fioritura d'affetti, di sentimenti, d'idee...
Quando Bianca s'alz per partire era pallida, quasi febbricitante anch'essa. Le due amiche scambiarono un bacio caldo, vibrato, in cui si riassumevano intiere, da ambe le parti, le impressioni di quella sera.
Giuditta stanca d'aspettare, s'era addormentata sull'ottomana dell'antisala. Stanis dovette svegliarla, e fu lui che, invece della cameriera, ancora intontita dal sonno, pos sulle spalle di Bianca la mantellina. Poi le porse il braccio e s'avviarono.
Un plenilunio limpidissimo inondava il giardino della sua bianchezza. Il vento, uno scirocco mite, che aveva spirato per tutta la giornata e che ogni tanto si ridestava ancora, aveva lasciato sul suo passaggio uno straordinario nitore dell'atmosfera, una diafanit meravigliosa, entro la quale i particolari del paesaggio si accusavano, con una chiara precisione di contorni. Non pareva quasi notte, ma piuttosto una semi metamorfosi del giorno... travestito in un capriccio misterioso di penombra e di velature. A destra, poco lungi dal viale e addossata al declivio d'una collinetta, si vedeva la facciata bianca d'una specie di galleria, a grandi finestroni spalancati. L'imposta d'uno di questi non era bene assicurata, e quando il vento si rianimava, essa si moveva lentamente, accostandosi e allontanandosi dal davanzale, con una nota delicata e bizzarra di cigolio, mentre la luna, infrangendo uno dei suoi raggi sui cristalli in moto, vi suscitava un balenio tremolante che andava di rimando a proiettarsi sul viale dove passavano in quel momento Stanis e Bianca.
Camminavano in silenzio, rallentando il passo. Nel pallore di quella notte serena, Stanis pareva a Bianca stranamente pallido e bello. Ed egli si mordeva lievemente le labbra, perch sentiva tremare di continuo sul suo braccio il braccio della Marchesa d'Arcello.
Siete stanca? le chiese a un tratto.
No rispose essa, colpita dalla misteriosa dolcezza di quella frase indifferente.
Non era stanca, pure si fermarono, senz'avvedersene, forse.
Che notte! disse Stanis, sempre con quell'accento.
Bianca non rispose, chin gravemente il capo.
Oh' diss'egli ecco il vento.
Era il vento infatti. Ma languido, sussurrante anch'esso. Un soffio tiepido e misterioso, che si alz subitaneo, rasent il viale, rasent quei due con uno stesso bacio, rapido e fuggitivo, poi venne meno. Gli alberi ebbero un momento di commozione e le foglie sussultarono.
L'imposta del porticato si mosse pi rapida e il lume di luna mand anch'esso da lontano, su quei due, il lampo d'un suo bacio.
Guardate disse Stanis la luna vi manda a salutare.
 una delle finestre della serra. Bisognerebbe chiuderla. Ora lo dir a Giuditta.
Non dite nulla a Giuditta. Facciamo un viaggetto, e andiamo noi a sorprendere le ambasciate della luna. Vi pare? soggiunse guardandola, e pregando colla voce e collo sguardo.
Bianca scosse il capo, ma non disse di no.

La porta era aperta, e la serra pressoch vuota. Alcuni arnesi di giardinaggio stavano ammonticchiati in un canto, assieme a dei mobili rustici in disuso, fra i quali spiccava un divano zoppo, di vimini ingraticciati. In un angolo s'alzava dal terreno il fusto gagliardo d'un arrampicante, le cui diramazioni piatte e regolari avevano rivestito di verde tutto quell'angolo della serra e si spingevano su per la vlta, tappezzandola d'un delicato ricamo. Un fauno di gesso bronzato, rotto in pi luoghi, era accostato alla parete, e ai piedi del fauno una palma, in vaso, diramava le foglie appassite e recline. Un grillo, cacciato in una fenditura della parete, faceva le sue confidenze alla notte e alla solitudine.
Stanis e Bianca non si presero subito la cura di chiuder l'imposta. Stavano in silenzio, guardando il fauno e la palma...
Ora, disse Bianca le piante sono tutte in giardino, e qui non ci mettono se non quelle ammalate.
S'accost alla palma e accarezz dolcemente una delle foglie pendenti.  mia, disse poscia. Era bellissima tempo fa, ma ora intristisce... L'ho fatta levar di terra e metter qui, ma temo che non giovi. Credete che morr?
Forse no disse Stanis, chinandosi ad osservarla. Ma  certo che langue.  stata trascurata, ha sofferto il freddo.
Sapreste dirmi cosa ci vorrebbe per farla riavere? disse Bianca.
Egli parve colpito da una strana impressione, da uno sgomento inesplicabile.
A me, disse lo chiedete a me! Ma subito si riebbe, e con una gravit nuova in lui, con una profondit patetica e quasi involontaria, soggiunse, guardando Bianca:
Ci vorrebbe il sole.
Ma,  a mezzogiorno osserv timidamente Bianca.
Egli sorrise. Certo  a mezzogiorno. Ma non  il suo mezzogiorno. Il sole di qui  poco per lei; ha freddo, e le calme umide di queste primavere l'intirizziscono. Il vento bacia le sue foglie, ma non le reca le carezze infocate dell'aria meridionale. Il sole dei vostri cieli le manda dei raggi aridi, che l'insultano e non la vivificano, che irridono ad un tempo la natura e...
Si ferm all'improvviso. Povera palma! disse dolcemente.
Bianca non rispose. Quell'accento sommesso le rammentava un'altra frase: Povera piccina!
Un segreto istinto le imped di parlare pi a lungo della palma. Ed ella s'accost ad uno dei finestroni, cercando collo sguardo Giuditta.
Stanis tenne dietro a Bianca come attratto da una forza misteriosa. Essa gli parve molto bella ogni momento pi bella. Gli venne una strana idea che quella creatura ignorante, la cui profonda inesperienza dell'amore l'aveva a volte indispettito, potesse in certi momenti diventare pericolosa, anche per lui, per la sua provata esperienza, pel suo scetticismo stesso.
Sapete? disse subitamente.
Bianca si volt, e vedendo ch'egli non proseguiva, chiese colla divina purezza della sua semplicit Cosa?
Egli scosse il capo. Niente disse. Sapete continu un momento dopo che questa  una notte divina!
S disse Bianca.
E la vista  pure bellissima. Guardate come  bello quel piano, cos immerso nel lume di luna! Sembra quasi coperto di neve.
Ah! sclam Bianca, con un brivido no.
Perch no? diss'egli, comprendendo ci che Bianca pensava in quel momento, e ridendo con un riso secco, perch non volete che somigli alla neve? Per l'appunto,  cos bianca la steppa che conduce in Siberia, solo  assai pi vasta, e non v' strada per tornare indietro.
Parlava a scatti, con un acre desiderio d'irritare qualcosa in lei, fosse pure un dolore.
Bianca disse Bianca! mentre un rapido accelerarsi del moto del sangue, lo faceva parer pi pallido.
Non l'aveva mai chiamata cos. Ma essa non pens a sgomentarsene. Giunse le mani, con un atto inconsulto e appassionato di preghiera.
Oh! sclam dominata da un febbrile sgomento, non parlate cos, non alludete a quella possibilit. Non pu essere, nevvero che non pu essere?
No disse egli frenandosi subitamente non temete, non  vero... Edwige sogna, io sogno... Quella non  la steppa,  il vostro bel piano lombardo. Lo Czar  lungi e dorme. I Polacchi dormono. La Siberia non esiste, nessuno congiura, nessuno punisce, la politica non esiste. Una sola cosa esiste... ed  vera...
Essa lo guardava smarrita, ascoltando con segreto sgomento quei suoi scherzi, cos dissimili dai soliti!
 semplicemente assurdo continu il polacco non dev'essere e non sar. Bisogna esser ragionevoli, Marchesa. Abbiamo tutti sbagliato. Io, voi, Edwige... io pi di tutti. Pure... dovevo saperlo. Vi giuro sul mio onore che non ebbi mai pi divina occasione di vivere, che non n'ebbi mai tanta voglia. Che luna splendida, non  vero? Ecco il vento daccapo. Ma  caldo! caldo! caldo! Non importa... saremo freddi, avremo giudizio.
Ah! disse Bianca con gioia sarete prudenti, non vi esporrete inutilmente?
Egli ebbe uno strano scoppio di risa.
S disse saremo prudenti.
E con una mossa istantanea s'allontan dal finestrone.
Mosse qualche passo per la serra e si ferm davanti al fauno. Lo contempl a lungo, poi torn indietro lentamente.
Ve ne prego disse con un accento pi posato non state ad inquietarvi. Edwige  facile a vedere le cose dal lato pi avventuroso. La preoccupazione continua d'un solo intento la rende, a volte troppo esclusiva nelle sue viste. Essa mi ama.
Oh, tanto interruppe Bianca con un'effusione calda, involontaria.
Stanis si ferm a contemplarla ancora un momento, poi seguit:
Ma non indovina sempre. Ora, per esempio, non m'indovina. Ed io pago il fio di non aver indovinato me stesso. Non era nulla, non poteva esser nulla ma, quando per l'appunto avevo d'uopo d'esser forte, d'appartener tutto a me stesso, ecco che in me  successa...
Si ferm, e pass la mano sulla fronte mentre Bianca lo interrogava collo sguardo.
La reazione! concluse semplicemente Stanis.
Si appoggi sul davanzale, vicino a Bianca. Essa sentiva il suo respiro caldo, faticoso. Qualcosa negli occhi di lui le cagion un terrore incerto, un commovimento strano di tutto l'essere. E dalle sue labbra scatt involontaria, ma imperiosa, una parola: Andiamo.
Andarono e... fu bene!!
Stanis accompagn Bianca sino al luogo solito, e, dopo averla salutata, si chin sulla balaustra, per vederla a scendere. Quando l'ebbe persa di vista, rimase ancora immobile per un momento, come se non potesse spiccarsi da quel luogo. Un'intuizione agitava il suo cuore. Egli sapeva che Bianca, marchesa d Arcello, lo amava colla pi terribile delle passioni, la passione che ignora s stessa.
Ed egli, per una di quelle fatalit che parevano comporre esclusivamente il tramite della sua esistenza, sentiva divampare in lui un amore imperioso per quella donna cos stranamente infelice, cos inesperta, cos diversa di quante aveva conosciute ed amate. Ora non si trattava d'un capriccio. Bianca non era per lui un episodio, stava alta, minacciosa nel suo cuore, di fronte alla Polonia stessa.
Camminava frettoloso, correndo quasi, verso lo chlet. La sua ombra fuggiva lunghissima, dinanzi a lui, sulla ghiaja del viale. Ed egli, correndo, la guardava e l'interrogava: A chi apparteneva quell'ombra? A un eroe o ad un imbecille? Ad entrambi, apparteneva ad un innamorato!
Arriv a casa senz'aver definita la questione. Ma qualcun altro la defin per lui. Qualcuno che ora soltanto era visibile, nella solitudine assoluta del giardino, e vi faceva l'effetto d'una brutta macchietta.
Un uomo sbuc, lentamente, frammezzo all'umidit fredda dei tufi. E la luna, coi suoi divini pallori d'idillio illumin la testa di Bista Bottacci, emergente dal livello dell'ombra. Egli saliva i gradini con infinita cautela, e colla mossa raggrinzita di chi  stato lungamente a disagio, in un'immobilit forzata. Quando fu all'alto, si ferm e stette in orecchio. La villa era immersa nel silenzio, chiuse le finestre della facciata. Ud bens nella direzione dello chlet lo strepito d'una porta che qualcuno rinserrava a chiave.
Bista Bottacci alz le spalle, e mettendosi le mani in tasca, s'avvi per un sentiero laterale, che guidava all'ortaglia. Imbecilli! mormor a mezza voce. Un soffio di calda aria notturna, ripassando di l, afferr quella parola e la rec ora a volo come v'aveva recate un momento prima le tronche e incerte parole di Bianca.
...
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Capitolo 10.
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...
Un giorno, Bianca cominci a sgomentarsi. Non era ancora la luce, ma era gi l'impressione di doverla rintracciare, la coscienza che quell'ardente amicizia pei suoi inquilini, diventava ora nella sua esistenza un elemento preponderante. Uno scontento cupo, una mal definita ribellione s'agitavano nel pi intimo dell'esser suo. I suoi doveri di padrona di casa, le cure incessanti ai quali i vecchi suoceri si erano abituati, la trovavano spesso stanca, impaziente, segretamente irritata. Da mesi e mesi non eran giunte lettere di Bruno e i vecchi se ne dolevano con Bianca, ma ella, pur assentendo apparentemente a quei rammarichi, subiva una strana impressione, la certezza cio che una lettera di suo marito, giunta in quei giorni, le avrebbe destato nell'animo un senso penoso. Sentiva in confuso delle sensazioni irritanti, violente, alle quali non sapeva dare un nome, dei languori, delle spossatezze soavi, delle energie subitanee, delle tristezze e delle gioie, del pari immotivate, delle paure strane, non scevre da un misterioso incanto. Le cose, assumevano per lei degli aspetti inattesi, un fermento ribolliva nella sua intelligenza. E nella delicatezza inquieta della sua coscienza, priva qual'era di saldo consiglio e di sicuro indirizzo, coll'intuizione d'esser fraintesa se avesse dato contezza a qualcuna fra le poche persone onde era attorniata, di quel suo nuovo e bizzarro stato d'animo. Bianca sent il bisogno di isolarsi per qualche giorno e d'interrogare s stessa.
Certo, la luce sarebbe scaturita dalla onesta coscienziosit di quell'esame, la fase dell'inconscio era presso al suo termine e il pericolo, rivelandosi finalmente alla fiera purezza di Bianca, le avrebbe ispirato per fermo, la suprema necessit di uno scampo. Ma una fatalit, suprema anch'essa, di tradimento, doveva colpire Bianca. Il tradimento del tempo.
Da due sere, Bianca non si recava al chlet. E non vi si sarebbe recata neppur quella sera se non avesse ricevuto, mentre appunto stava per ritirarsi in camera sua, il seguente bigliettino, scritto a lapis da Edwige.
"Carissima Bianca,
"Ti abbiamo atteso angosciosamente queste due sere. Perch non sei venuta? Vieni, te ne scongiuriamo, io e Stanis.  accaduto qualcosa e debbo assolutamente parlarti. Domani sarebbe tardi. T'aspetto, vieni.
"Sempre tua
"EDWIGE".
Bianca rimase atterrita. Qualcosa? Una sventura forse? I suoi amici correvano qualche pericolo? E nell'intensit stessa delle apprensioni una gioia violenta si faceva strada. La gioia di dovere andare al chlet.
Si diresse verso una delle finestre e l'apr.
Era tardi. Il tempo ch'era stato cattivo per tutta la giornata non pareva avviato a migliorare. La serata era afosa, il vento sciroccale manteneva una inquietudine costante nelle piante e negli arbusti del giardino. Uno stormo di nuvole cupe erravano pel cielo, accennando ad agglomerarsi. No, decisamente, non ci sarebbe luna.
Donna Bianca chiam Giuditta e, accompagnata da questa si rec al chlet.
Appena messo piede nell'atrio, vide subito che era realmente accaduto, qualcosa di nuovo. Un certo disordine regnava a terreno, e, accanto alla porta che metteva alla scala interna, erano accatastati bauli e valigie. L'uscio della sala era chiuso. Bianca picchi sommessamente, in uno smarrimento vieppi confuso d'inquietudini, fra i quali primeggiava il pensiero di una malattia di Stanis e di Edwige. Ma l'uscio fu spalancato da Stanis e una cosa strana colp subito gli sguardi di Bianca: un gran fuoco che ardeva nel caminetto. E davanti al caminetto stava Edwige ritta, col volto acceso, cogli occhi sfavillanti. Parlava in polacco, con vibrato accento, ad un signore alto, magro, in abito da viaggiatore.
Allo strepito della porta che si rinchiudeva, Edwige s'interruppe e corse ad incontrare la sua visitatrice.
Oh Bianca! le disse fervorosamente e gettandole le braccia al collo. Come hai fatto bene a venire! Come sono contenta! Ma non sai che, se non venivi stasera, correvamo rischio di partire senza dirti addio.
Bianca la guard, incerta, come se non capisse.
Partire? mormor partire?
S! esclam Edwige. Partiamo stanotte alle tre. E prosegu con accento di supremo entusiasmo. Sai dove andiamo? Andiamo in Polonia?
Un grido di terrore si sprigion dalle labbra di Bianca. Essa afferr per non cadere, lo schienale di una seggiola vicina.
S continu Edwige rallegrati con noi. L'ora  finalmente giunta. La rivolta sta per scoppiare nel nostro distretto. Zenartowits  venuto a recare la grande novella. Egli ci condurr laggi, dove siamo attesi... dove Stanis si metter alla testa degli insorgenti... Oh, Bianca! finalmente! Ma pensa... pensa!
Bianca non pensava. Si sentiva venir meno.
Si lasci condurre inerte, rigida come un automa, al centro della sala, dove il vecchio patriotta Zenartowits le fu ufficialmente presentato e dove Stanis Zamenoiwski, baciandole la mano, la sent gelida come quella d'una morta, al contatto delle sue labbra frementi.
Le ore... le ultime ore passavano rapidamente.
Edwige era in uno stato febbrile di esaltazione. Si moveva di continuo, scattando sguardi di fuoco, gesti rapidi, frasi vibranti d'entusiasmo, smozzicate dall'emozione. Ma ricuper il completo dominio di s stessa quando dovette accingersi ad una delicata operazione. Il fuoco acceso nel caminetto si alimentava ormai dello spoglio d'un gran fascio di carte e di lettere che Sacha aveva deposto accanto alla padroncina e che questa metteva in disparte o gettava sul fuoco, dopo averle accuratamente esaminate con Zenartowits. Quell'operazione contribuiva al caldo soffocante della sala, dove, appunto per non tradire all'esterno quel bizzarro auto da fe, le imposte e i vetri erano ermeticamente chiusi.
Bianca non poteva riaversi dall'impressione schiacciante della notizia test avuta. Si sentiva colta ogni tanto come da una specie di vertigine; l'idea del pericolo che stavano per incontrare i suoi amici le produceva dei sussulti di terrore, urtandosi nel suo cervello, coll'egoismo d'un pensiero non meno insopportabile. Come potrebbe vivere senza di loro?
Il caldo entusiasmo di Edwige la spaventava. Ma essa non pensava dunque a cosa esponeva suo fratello!
Questi, come se avesse indovinati i tumultuosi strazi del cuore di Bianca, non tradiva con lei le impazienze magnanime della lotta. Le si era seduto accanto e le parlava coll'umorismo brillante delle altre sere, solo la sua voce aveva delle intonazioni ancor pi carezzevoli. Ed ella, udendolo, aveva degli strani intervalli d'oblio. No, quella voce che le parlava cos non poteva cessare di risuonarle all'orecchio.
Stanis! chiam a un tratto Edwige, accennandogli una lettera, sul destino della quale bramava il parer suo.
Stanis s'alz, scusandosi appo Bianca, e si diresse verso il caminetto. Bianca lo vide ritto, di profilo e fu violentemente colpita da quella che le parve in quell'istante una sacra bellezza di martire. Mentre egli protendeva il capo per esaminare meglio la lettera, la Marchesa vide il suo collo, un po' esile, lungo, aristocratico. Un'orribile fantasia le dipinse tosto su quel collo stupendo l'immagine di due corde intrecciate, che recingendolo lo stringessero forte... sempre pi forte.
Balz in piedi con un gesto delirante e approfittando d'un momento in cui nessuno la guardava, coll'impulso della belva ferita che corre a nascondersi, si rec nel vano d'una finestra, nell'ombra d'uno spesso cortinaggio. Vi rimase alquanto, inavvertita, cogli occhi chiusi, colla fronte poggiata ai vetri. Sentiva l'inquietudine confusa delle foglie nel giardino; ebbe la percezione d'un lampo che attraversava all'esterno il buio della notte. Ud in lontananza un lieve brontolio di tuono. Ma un altro strepito, vicino e dolcissimo, le giunse ancora all'orecchio.
Qualcuno s'era seduto al pianoforte e suonava. Qualcuno! Bianca non aveva aperti gli occhi, ma sapeva che al pianoforte stava Stanis. E, pensando che lo udiva per l'ultima volta, ascolt, immobile, cieca, ci ch'egli le diceva per mezzo della musica.
Egli suonava in sordina, senza forti accentuazioni, velando gli effetti. Le frasi musicali si susseguivano fondendosi una nell'altra, in una serie di sfumature incessanti e regolari come il mormorio d'una fonte. Quell'armonia aveva qualcosa di singolarmente calmo e straziante, pareva come se un dolore immenso trovasse nell'eccesso stesso della propria intensit la forza d'estrinsecarsi in una manifestazione regolare matematicamente logica. E collo stesso carattere di strazio e di misura quegli accordi parevano narrare a Bianca lo spavento calmo di due verit, di due sentimenti, di due passioni che ora soltanto si trovavano di fronte. Essa rintracciava di quella musica l'estensione dei suoi sbagli, l'inganno di tutta quanta la sua esistenza. Aveva sempre creduto di aver amato Febo e ora s'avvedeva che la sua affezione pel fidanzato era stata il fanciullesco ed ignaro vagheggiamento che tutte le fanciulle hanno per generico ignoto dell'amore, che il suo culto per Febo morto non era nulla pi che l'esaltazione d'uno sviato idealismo. S'avvedeva di ci che le aveva reso intollerabile l'amore di Bruno, di ci che nei primi momenti del suo abbandono l'era parso dapprima un sollievo e che s'era poscia con una lenta transazione mutato in un senso doloroso di solitudine e di vuoto.
Ma ad un tratto tutte le facolt dormenti nell'animo di lei s'erano svegliate, come un esercito intiero si desta allo squillo della tromba di battaglia! L'amore, impreveduto, sconosciuto, larvato da tutte le pi squisite sorprese dell'animo, dalle pi alte gioie dell'intelligenza, magnificato dalla grandiosit poetica, dalle circostanze, dalle emozioni d'una tragedia ben pi alta e pi nobile di quella ond'era stata funestata la sua prima giovent, era sorto improvvisamente davanti a Bianca. Ed ella sentiva che Stanis l'amava. Quella persuasione le giungeva improvvisa... ma invincibile in una di quelle crisi intime a cui va soggetta la donna pi pura, pi virtuosa. Bianca non aveva mai avuto il pi lontano pensiero che potesse recare oltraggio al suo legame con Bruno. S'avvedeva ora soltanto d'amare Stanis e la partenza imminente di lui puniva, come una giustizia inesorabile, l'imprudenza onde s'era resa colpevole la marchesa d'Arcello. Ma tutto era finito. La risurrezione metteva capo alla tomba.
Stanis aveva smesso di suonare, ma Bianca teneva tuttora gli occhi chiusi. Li apr solo quando ud chiamarsi dolcemente per nome. Stanis era venuto a raggiungerla e la rimproverava, scherzando, d'essersi andata a rintanare cos lontano.
Ella fece atto di allontanarsi, ma egli la trattenne.
Essa rimase immobile, tentando di sorridere.
Quando torner... cominci lietamente Stanis.
S'arrest, ascoltando. I vetri della finestra avevano avuta una leggera oscillazione, il temporale brontolava, echeggiando cupamente.
Donna Bianca, continu Stanis rammentatevi i miei consigli, vestitevi sempre di bianco. Poche donne hanno al par di voi la facolt di diventare a piacer loro nuvola, giglio, falda di neve. Non dimenticate gli amici vostri, pregate per noi e scriveteci.
Bianca scosse gravemente il capo. Ma Edwige mi ha detto...
Lo so interruppe Stanis Edwige vi ha detto di non scriverle per ora. Ma io non ho parlato di Edwige... Uditemi... no, non rivolgete il capo altrove... Che importa ormai? soggiunse con una specie di violenza appassionata. Parto stanotte. Ed  impossibile, capite, impossibile che si rimanga cos, senza un filo, un nesso, pur che sia. Io ho a Vienna un amico sicuro. Una lettera per me, racchiusa in un'altra al suo indirizzo, mi perverrebbe senza fallo.
Scrisse rapidamente a matita, sul dorso d'un suo biglietto da visita, il seguente indirizzo: Henrik Herner, Bakergasse, 11, Vienna. E porse il viglietto a Bianca.
Questa lo prese macchinalmente.
Non vi scriver rispose.
No, non mi scriverete, sinch... Ma tutto  possibile... Credetemi, ci sono nell'esistenza delle cose imprevedute, delle fatalit. E se un giorno foste... in un'altra posizione ed aveste bisogno d'un amico, allora... rammentatevi di quest'indirizzo e scrivetemi. Ed io verr subito... amenoch...
La marchesa d'Arcello gli tronc la parola con un gesto incerto... spaventato... Poi volle mutar discorso. Come fa caldo, nevvero... stasera... mormor con voce spenta.
Gi! rispose Stanis, con una calma pietosa. Edwige non la finisce pi con quel suo giudizio di Minosse.
Bianca! Stanis! chiam Edwige dove siete? Ho finito; venite, dunque, a prendere il th.
Erano quasi le undici, l'ora della separazione era scoccata e le due amiche s'eran detto addio. Ma stavano ancora strette una all'altra, nell'angoscia inenarrabile di quel momento. E davanti al pallore cadaverico di Bianca, alla fissit quasi smarrita del suo sguardo, l'entusiasmo stesso della polacca s'era adombrato d'una piet infinita.
Un dubbio le balen al pensiero... Forse, senza saperlo, coll'intenzione pi pura di beneficare, quell'anima derelitta, aveva eccitata in lei una sensibilit dormente e ora...
Bianca? le disse, stringendole forte le mani, interrogandola collo sguardo ansioso.
L'altra sorrise, scosse il capo, ebbe un gesto vago. Con una veemenza che aveva qualcosa di feroce, baci ancora l'amica. Indi mand all'ingiro, come a caso, un cenno di saluto ed esc.
Stanis l'attendeva appi della scala. Bianca ebbe, nel vederlo, un senso inesplicabile di terrore.
Restate gli disse avrete da fare.
No rispose Stanis. E come ella insisteva, nello smarrimento d'una intuizione, egli le disse supplicando: Stanotte parto. Accordatemi questa grazia... per l'ultima volta.
Giuditta aspettava immobile presso all'uscio e stava guardando il cielo. Signora marchesa, disse timidamente,  nero come in bocca al lupo e mi pare che minacci un tempaccio.
Aspettate un momento insistette Stanis... lasciate che dica a Sacha di recarci dei paracqua.
No... disse Bianca... il tratto  cos breve. E senza aspettare, senza udir altro, s'avvi pel noto sentiero. Era clta da un desiderio violento di accelerare la fine di quella tortura. Ma appena oltrepassato l'atrio, dovette rallentare il passo. L'oscurit la cingeva da ogni lato.
Da questa parte disse Stanis, raggiungendola e afferrandole una mano, che pass nel concavo del suo braccio.
La notte era oscurissima, rischiarata solo a intervalli da un lampeggiamento che si faceva sempre pi frequente, e invadeva in una amplissima zona, il buio opaco del cielo. Il rimbombo del tuono si prolungava, cupo, insistente. Il giardino non era che uno sfondo informe di tenebre irrequiete, agitate dal tremolio convulso, intermittente d 'un vento caldo. Le foglie avevano dei fremiti soffocati, le fronde degli ululi sommessi, le cime dello piante dei contorcimenti febbrili che si risolvevano in uno stridore fischiante. E quando il vento cessava, un silenzio plumbeo pareva immobilizzare tutto in una suprema tensione d'impotenza e d'attesa; la notte spaventata taceva, nel raccapriccio segreto dell'uragano che si levava dal suo grembo, straziando le sue viscere, come nella laboriosit feroce e prolungata d'un parto.
Stanis reggeva Bianca, che, in preda ad un'agitazione sempre crescente, camminava a grandi passi, incalzata dall'impulso cieco di chi agisce sotto l'impero di uno spasimo nervoso!
Sentite le disse Stanis questa  la mia vita, tutta la mia vita. Sono nato nella tempesta, morr nella tempesta. Sono fatalista e per non ho paura,... Oh se quest'uragano potesse crescere... crescere, e scoppiando, portarci via! Guardate... sembra la bufera infernale del vostro Dante, quella che portava Paolo e Francesca nell'eternit della loro dannazione. Ma uniti, indivisibili, per sempre...
Un lampo squarci il velo delle nubi. Quei due si videro per un secondo, anelanti, lividi come due morenti!
Bianca, chiam subitamente Stanis Bianca!
Uno scoppio inatteso di tuono, lungo e alto come l'urlo d'un Atlante ferito a tradimento, gli mozz in bocca la parola. Si arrestarono, per riavere il respiro. L'aridit soffocante dell'atmosfera aveva qualcosa d'intollerabile, come la vicinanza immediata d'un incendio. Bianca urt a un tratto col piede il tronco d'una pianta. Di un sobbalzo e afferr per non cadere, le mani, il braccio di Stanis. Questi le pass un braccio attorno alla vita, reggendola.
Eccomi le disse non temete.
Ella non temette, per un secondo. Avrebbe voluto morire... cos, in quel secondo. Poi si rialz, dibattendosi.
Andiamo disse andiamo.
Il vento torn violentissimo, sollevando un turbine di sabbia e di foglie divelte. Essi procedevano a stento, mezzo accecati. Stanis si curvava su Bianca tentando proteggerla dalla furia del vento. Le parole di lui le giungevano vicine, ma spezzate, senza nesso, calde come l'uragano.
Bianca non rispondeva... no. Ma sentiva il suo cuore spiccarsi da lei, avvinghiarsi disperatamente a lui, nella tempesta d'una lotta interna ben pi violenta di quella che li minacciava.
A un tratto, s'accorsero di non sentir pi sotto ai loro piedi la ghiaia del sentiero e s'arrestarono. Un balenio prolungato permise loro di ravvisare il luogo dov'erano andati a parare. Si trovavano poco lungi dalla serra e, senza avvedersene, s'erano allontanati parecchio dalla terrazza che dava adito al giardino inferiore.
Signora marchesa grid Giuditta fra due tuoni  impossibile che vadano avanti a questo modo, a momenti scoppier il temporale. Qui, dove son io c' una scorciatoia. Mi lasci correre a casa... porter delle ombrelle e il lanternino. Intanto loro si riparino l... nella serra.
No disse Bianca no.
Si prov a rimettersi per via ma l'oscurit s'era fatta cos intensa e il chiarore dei lampi cos abbagliante che ella non poteva orientarsi. Alcune rade gocciolone di piova si scaraventarono di sbieco sulla faccia, sugli occhi, accecandola.
Va disse imperiosamente Stanis a Giuditta. E voi prosegu rivolgendosi a Bianca, con una fermezza appassionata afferratevi a me e non temete, fra un minuto saremo al riparo.
Essa tent ancora di resistere, d'irrigidire il suo corpo fremente, come l'aveva irrigidito nella movenza della mazurka.
Ma il braccio di lui ebbe una tensione energica, cos irresistibile ch'ella lo segu inerte, in una specie d'estasi di febbre. S'ud, in un momento di accalmia, il passo della cameriera che si allontanava.
Giunsero alla serra, ma appena in tempo. La piova si rovesciava ora impetuosissima, sbalestrata dal vento, mutando direzione ad ogni momento, sferzando l'oscurit.
Bianca era ormai in preda ad una eccitazione nervosa quasi delirante. Stanis non parlava pi, avevano entrambi la febbre.
Non erano completamente al riparo neppur nella serra La pioggia entrava dalle finestre spalancate; i chicchi della grandine, che cominciava a cadere, rimbalzavano, con uno strepito di moschetteria sulle invetriate, sbattute, urtate dal vento, e i cristalli s'infrangevano repentini, come se scoppiassero nel fuoco d'un incendio. Il caldo era soffocante Il tuono vi rintronava ancor pi cupo, i lampi spesseggiavano, come al punto culminante di una luce pirotecnica, illuminando delle strane cose. La forma contorta dell'arrampicante nell'angolo pareva un enorme serpente, appiattato, che aspettasse. Il Fauno spiccava nero, spettrale contro la parete. Il ghigno di Pane era impresso sulla bellezza classica del suo volto di adolescente. La palma sembrava un cadavere galvanizzato, agitava violentemente le sue grandi foglie, pareva, negl'intervalli luminosi, contorcersi nel parossismo d'un'ebbrezza, in un desiderio furente di correre l dove ferveva l'uragano, di consumarsi, ma subito, splendidamente incenerita dall'amplesso d'un fulmine, degno di lei, degno dei suoi cieli. Bianca vide tutto ci. Poi, non vide pi nulla. Sulla sua bocca arida era caduto a pi riprese qualcosa di simile alle goccie violente, calde, sibilanti, che le si eran scaraventate sul volto un momento prima. Ella gett un grido... un grido di spavento e di ebbrezza, che si smarr subito nella tempesta.
...
.
...
Giuditta, giunse sana e salva ma in uno stato compassionevole sotto il porticato della villa. Stava per aprire l'uscio che metteva all'interno, quando s'arrest ad un tratto. Una forma lunga e nera si era rizzata silenziosamente accanto a lei.
Ges! grid la donna spaventata.
Non temere disse una voce ironica e fredda son io.
Infatti, era lui, Bottacci, avvolto in un grande ferraiuolo bruno.
Sola? chiese fra due rombi di tuono. E gli altri, dove sono?
A riparo nella serra.
Ah! Soli?
S... Mi lasci andare a prendere ombrelle e lanterna.
Egli aveva trasalito. Ah! gli ombrelli e la lanterna disse lentamente. Ebbene, va pure a prenderli.
Essa entr correndo. E Bista rimase immobile, aspettando.
Giuditta non tard a ricomparire e mentre stava per varcare la soglia del porticato, senti calarle greve sulla spalla una mano di Bista e la voce di questi sussurrarle imperiosa rientra!
Ella s'arrest esterefatta. Ma la mia signora? chiese.
Ci penso io.
Ma... insist Giuditta.
Taci! ribatt il fattore con tuono che non ammetteva replica. Alla signora ci penso io. Poi, con un gesto le accenn l'uscio. Va di sopra, va nella tua camera e aspetta ch'ella ti chiami. S'ella ti rimproverer, le dirai che ho voluto andar io in vece tua. Ma non ti rimproverer.
La spinse in fretta verso l'uscio, poi, senza perder tempo, s'ingolf nel buio del giardino. Il punto luminoso della lanterna errava, appena visibile nel velame agitato della piova che si rovesciava violentissima, mischiata alla grandine. Si smarriva nel bagliore sanguigno dei lampi e ricompariva nei momenti d'oscurit, ma sempre pi lontano, sempre pi incerto, nella direzione della scalinata.
D'improvviso, scomparve.
La violenza del vento aveva rotto gli schermi di cristallo? una goccia di piova era schizzata all'interno? Forse.
Ma Bista non torn indietro per riaccenderla. Il lampo pi prossimo trad, per un secondo, sull'ultimo ripiano della scalinata, la sua forma immobile. Un altro lampo lo trov all'istesso luogo. Rimaneva solo, ritto, attento, in mezzo alla tempesta che imperversava. La sua mano teneva stretta sul petto, colla tenacit d'una morsa di ferro, le pieghe riunite del ferraiuolo.
...
.
...
La tempesta era ormai cessata. I lampi e il tuono si fecero pi lontani e pi radi. Ma l'oscurit, non pi interrotta, parve diventare ancora pi cupa. Bista s'alz ad un tratto e stette in orecchio, gli era parso di udire un passo che si veniva accostando.
Un secondo dopo quel dubbio si mut in una certezza.
Allora Bista aspett ancora un momento, poi, quando ud vicino quel passo, lasci andare, con un brusco e subito movimento, le pieghe del mantello. La luce scatur immediata della lanterna. Egli alz questa a livello della balaustra, figgendo lo sguardo cupido nella zona di terreno illuminato.
Il passo s'arrest immantinente e una forma bianca apparve. Due mani si protesero, con un gesto inconscio, come per respingere la luce.
Donna Bianca! sclam il fattore.
Essa non gli rispose. Pass. Bista vide transitare nell'oscurit la macchia bianca di un grande pallore.
Aspett un momento, poi tenne dietro alla signora mentre questa scendeva rapidamente la scalinata. La movenza di Bianca non era pi interrotta, ma secca e precisa come quella d'un automa: essa pareva un fantasma che calasse silenziosamente nell'abisso. Giunta al fondo, travers diagonalmente il giardino. La sua ombra, una grande ombra nera e disperata, si trattenne un istante, come in una suprema lotta d'esitazione, davanti all'uscio che metteva all'interno. Poi l'uscio si apr e l'ombra scomparve.
Il fattore si ferm sotto al portico. Il lanternino illuminava la sua faccia grondante di piova, coi capelli appiccicati alle tempia, ma raggiante, ma orribile, nel trionfo e nella giocondit d'un brutale sorriso!
La pioggia si fece minutissima e una quieta subitanea s'adagi nella notte.
Solo la vecchia villa non poteva darsi pace. Le porte e le finestre sbattevano come in un parossismo di dolore; dei gemiti soffocati si esalavano per le serrature, e nella grande galleria, i ritratti si guardavano, esterefatti, con un terrore indignato nelle pupille polverose. Degli scricchiolii, violenti come imprecazioni, si sprigionavano dall'aridit dei legnami. S'udiva all'esterno, sulla ghiaia del giardino, lo scroscio incessante, il dirotto pianto delle gronde. La vecchia casa urlava e piangeva!
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Capitolo 11.
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Il dottor Ferri, da trent'anni medico condotto del Comune d'Arcello, era rincasato allora allora, dopo una lunga sequela di visite. Erano le cinque, ed egli sperava ormai d'aver compiuta la sua opera giornaliera. Perci s'era messo in veste da camera e allungato comodamente nell'ampio seggiolone di cuoio nero e stava per cominciare la lettura d'un recente numero del Crepuscolo, il giornale a lui prediletto.
Il dottor Ferri leggeva con profondo interessamento, ed il suo volto onesto e intelligente rivelava la calda impressione di quella lettura, nonch il perfetto assenso ch'egli dava, in cuor suo, agli alti e audaci principii propugnati da quel giornale. Egli s'era per l'appunto ingolfato in una delle pi delicate e mordaci allusioni al Governo austriaco quando ud all'uscio il sommesso "si pu?" della sua vecchia servente.
Senz'aspettar risposta, la vecchia cacci dentro il capo.
C' una giovane disse che vorrebbe parlarle.
Venga! rispose rassegnato il dottore.
Un minuto dopo, la giovane gli stava dinanzi, non era una contadina; vestiva decorosamente, in lana scura col grembiale bianco, in capo aveva uno scialletto, a maglia, che le copriva buona parte del volto.
Che c'? disse il dottore, mentre la vecchia serva usciva chiudendosi dietro l'uscio.
La donna rimosse dal volto le frangie dello scialletto.
Oh! Giuditta, sei tu? sclam il dottore. La marchesa Clara  forse assalita nuovamente dai suoi dolori?
Mi scuser, signor dottore rispose in tuono scontento la Giuditta ma se alla signora marchesa Clara fossero tornati i dolori, le avrebbe mandato la sua fida Teresina o il Rico. Mi scuser anche se le dico che a questo mondo e in casa d'Arcello non c' mica solamente la marchesa Clara. C' anche la marchesa Bianca.
Il dottore sorrise. D'accordo rispose benevolmente. Ma, sapendo ammalata la marchesa Clara, supponevo naturalmente che si trattasse di lei!
Ebbene, non si tratta di lei, invece si tratta della mia padrona, la marchesa Bianca... Vengo da parte sua, per chiederle se potesse venire a farle visita domattina alle sei.
Che! disse premurosamente il dottore... Donna Bianca  ammalata? Ma posso andare stasera... adesso.
Nossignore, verr domattina all'ora che le ho detto. Verr alla porticina del giardino e lo condurr io di sopra.
Benissimo! tanto meglio. Se non preme,  segno ch' una indisposizione leggera.
Ehm... mormor la Giuditta.
Cio... come sarebbe a dire?
Niente... cosa vuole che sappia io, se la sua indisposizione  leggera o no? Certo, che  un bel pezzo...
Un pezzo? Come mai non si  curata?
Si sar forse anche curata, chi pu dirlo? Ma intanto, son quasi due mesi che dura cos.
Due mesi? Ma perch non ha detto nulla?
Lo sa lei? Che vuole che le dica ... Non sar un male acuto.  un malessere che va e che viene. Secondo me,  tutta passione. Qualche gran dispiacere, forse; non mangia pi, non ride pi, non ha pi gusto a nulla. Hanno fissato, nientemeno, di star qui tutto l'inverno ad aspettare il signor Marchese, se mai venisse. Immagini lei, che bel divertimento! Ebbene, crede che le rincresca? Niente affatto, tal e quale come se fosse una vecchia. E ha ventitr anni!
Poveretta! mormor il dottore.
Sicuro continu Giuditta, incoraggiata. Ora non le importa pi nulla. Si ricorda quando, tre mesi or sono, andarono via a un tratto quei signori forestieri che avevano preso in affitto il chlet e fatta tanta amicizia colla mia signora? Si figuri... andavamo lass tutte le sere! Ebbene non li ha rammentati neppur una volta, come se non li avesse mai conosciuti.
 coricata? chiese il dottore.
Coricata? Neppur per sogno. A volte le vien male, ma un male terribile, che qualunque altra, andrebbe subito a letto e non si alzerebbe pi per dieci giorni. Ma lei... Provare a dirglielo!  sempre in piedi, fa la sua vita solita, in chiesa, a pranzo, presso i vecchi.
Il dottor Ferri pensava. Il cicaleccio di Giuditta gli rammentava l'impressione recentemente lasciatagli, da un incontro fortuito colla marchesa Bianca. Gli era parsa stanchissima, abbattuta, quasi invecchiata. Era stato a un pelo di chiederle se non si sentisse bene, ma non aveva osato.
Allora continu Giuditta posso dirle...
Ma certo, senza fallo, domattina, alle sei.
Alla porticina del giardino, si rammenti bene. Le raccomando soggiunse in tuono misterioso e confidenziale, la faccia guarire. Lei lo capir certo il suo male, e trover il rimedio. Io... che vuole... basta...  un destino maledetto che ha voluto cos, ma... vederla soffrire a quel modo!
L'emozione della giovane, per quanto bizzarramente espressa, era cos sincera ed affettuosa che il dottore ne fu colpito.
Vi prometto, le disse sorridendo di far quanto sar in poter mio.
Giuditta strisci una riverenza, e stava per avviarsi, ma invece si rivolse di nuovo, e con imbarazzo, al dottore:
Non dir a nessuno,... nevvero,... che son stata qui?
Il dottore fece un gesto irritato.
Cosa credi? ribatt seccamente.
Scusi... sa... non voleva mica... E perch... se sapesse in che posizione son io... per mio conto. Una posizione che a volte... m'augurerei... Insomma ho delle buone ragioni d'aver paura... e...
Ti ripeto disse alteramente Ferri che non hai nulla a temere.
Giuditta, strisci ancora una riverenza ed esc. Camminava in fretta, con cautela, osservando di continuo attorno a s. Ma non vide nulla d'inquietante.
Che l'abbia passata liscia! pens in cuor suo.
Un momento, per, sent una certa apprensione. Nel traversare la piazzetta parrocchiale, le parve udire qualcuno che la pedinasse. Ma credette d'avere sbagliato. La nebbia della sera avvolgeva, attorno a lei, lo spazio completamente deserto.
Giunse non vista alla villa e pot del pari entrare in guardaroba. Aspett un momento per non farsi scorgere dalla Teresina e dalla cameriera di donna Clara, poi si rec dalla padrona.
Donna Bianca era nella sua camera... sola, inerte... Seduta accanto a un tavolino, sul quale si trovava soltanto un libro di preghiere, essa si reggeva il capo colle palme. Pareva un povero fiore di serra, colpito dalla tempesta! Si mosse languidamente vedendo entrar la Giuditta. E l'interrog soltanto colla tristezza profonda del suo sguardo.
Signora Marchesa disse Giuditta la commissione  fatta. Domani alle sei sar qui... Non m'ha visto nessuno.
Donna Bianca accenn, con un moto, d'aver inteso. Puoi andare disse quindi, vedendo che Giuditta aspettava.
Ma questa non si mosse subito, e con una voce sommessa, in cui la ruvidezza nativa lottava con un senso di gentile piet, chiese timidamente: Scusi..., Eccellenza... come sta?
Bene, grazie rispose donna Bianca.
E riprese la sua posa accasciata, chiudendo gli occhi.
Giuditta esc in punta di piedi e crollando il capo.
Due ore dopo, mentre le altre donne erano discese a cena ed ella si preparava a seguirle, ud appi della scaletta di servizio la voce in falsetto di Tonino il paggio, che la chiamava. Ohe! Giuditta!
Che c' chiese questa, chinandosi sulla balaustra del ripiano e colpita da un presentimento.
C' qui il signor fattore strill il ragazzo che vorrebbe farvi un'ambasciata, per la signora. Gli dico di salire, eh?
Giuditta si percosse la fronte. Ah! quel demonio... Pure, non si poteva evitare.
S! grid a Tonino.
Un momento dopo Bista e Giuditta erano soli nello stanzone delle guardarobe.
La cameriera tremava come una foglia. Egli l'aveva atterrata per le mani, e le parlava sommesso, cos vicino che il suo occhio crudele le pareva grande pi del vero.
Ah! le diceva colui, hai voluto dunque provarti a disobbedire ai miei espressi comandi, e fare una commissione segreta senza prima rendermene avvertito... E credi forse che io non l'abbia saputo?
Oh! signore singhiozz atterrita la poveretta. Io non ho mica fatto apposta... sarei venuta senza fallo, dopo cena.
Non mentire stridette minaccioso il fattore. Credi dunque ch'io non mi sia avveduto che, da qualche tempo in qua, tenti di mancare ai tuoi obblighi... Eppure, sai di che si tratta, nevvero?
S, s... so tutto... per carit mi perdoni. Ma vede, ormai sono due anni che son qui, le voglio bene, propriamente per lei, poveretta.  la mia padrona.
Egli lasci libere le mani di Giuditta, e le chiese con subita calma: Ah! lei dunque  la tua padrona? E io... chi sono?
Lei? mormor Giuditta meravigliata lei ... il signor fattore.
Gi continu Bista freddamente io sono il fattore. Bista Bottacci. E lei  la signora marchesa Bianca d'Arcello. Ma ora, pensaci bene, prima di rispondere, fra noi due... io e lei, chi  il padrone vero... per te?
Oh! disse impetuosamente Giuditta ... Ma tosto si ferm, esitando. Poi, senza parlare, chin il capo.
Se lo volessi continu dopo una pausa il fattore credi che non potrei trovare il mezzo di farti scacciare? E troveresti difficilmente da collocarti altrove, quando si sapesse che sei la figlia di...
Ella fremeva, col capo sempre chino, torcendosi le mani.
Vedi, dunque, che il tradirmi non sarebbe facile come ti sembra... A conti fatti... non ci avresti convenienza. Infine, a te che importa? Tu la servi, lei ti paga, siete pari e patta. Perch tenti di celarmi i fatti suoi?
Perch... perch... balbett Giuditta appunto perch adesso le voglio bene, e ho sempre paura che quello che dico, lei lo adoperi per farle del male.
Ah! disse Bottacci, assumendo un fare meravigliato ed un sorriso equivoco  questo che ti d pensiero? Ma chi ha detto ch'io voglia farle del male? Gliene ho forse fatto sinora?
No... disse dubbiosamente Giuditta. Ma mi pareva...
Ah! ti pareva..., nevvero? Ebbene, ti sei sbagliata. C' bens una persona che far del male, molto male, tutto il male possibile alla tua padrona E questa persona sai chi ?
No davvero! -esclam impetuosamente Giuditta. Ma bisogna pure che sia una gran canaglia per...
Non  una gran canaglia interruppe tranquillamente Bista  lei stessa.
Lei! ripet Giuditta sbalordita.
S, lei stessa. Vedi dunque che non avrei bisogno di adoperarmi per conto mio, se volessi farle del male.
La guardava attento, tenendo dietro all'effetto delle sue parole La giovane stava silenziosa, come nell'incertezza di due opposte impressioni.
Lo so, continu Bista, che mi credete capace di tutto, che mi odiate pi del diavolo, che dareste tutti quanti un anno di vita per vedermi a crepare. Ma non me ne importa, vedi, e puoi dirlo a tutti, se ti aggrada. Io vado per la mia strada, intendi? Ed  una strada stretta dove cammino soltanto io. E se qualcuno si mette per la mia strada, ebbene, sar il pi forte che passer... o il pi furbo... ecco tutto. E ora continu ripigliando a un tratto il tono minaccioso di poco anzi torniamo a noi. Alle 7, stasera, tu eri in casa del dottore e hai parlato con lui. Chi t'ha incaricata di farlo?
La mia padrona... mormor Giuditta.
Ah! E voleva?
Voleva... una visita.
Segreta, nevvero? E quando?
Domattina allo sei mormor a malincuore Giuditta.
Bene fece Bista. Tacque per un istante, poi ripigli: La camera di donna Bianca  a destra, nell'angolo dell'ala dei forestieri. Ha tre porte. Due mettono nel salottino, e l'altra?
Nello spogliatoio sugger timidamente Giuditta.
E questo ha un'altra entrata, nevvero?
Sicuro... quella del corritoio.
E quel corritoio fa capo?
Qui fuori. Al ripiano della scaletta di servizio.
Benissimo. Ora ascolta. Domattina alle cinque ti troverai in fondo alla scaletta. Ci sar io pure.
E poi? chiese inquietissima la Giuditta.
E poi... farai quello che ti dir di fare. Ora basta: scendi pure a cena.
La donna ubbid. Era ormai completamente dominata dal volere di Bista.
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Capitolo 12.
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Una mattina d'autunno, umida e triste, cominciava nella camera da letto della marchesa Bianca. La candela, quasi al tutto consumata, un certo disordine fra gli oggetti distribuiti sul tavolino da notte, ma, pi di tutto gli occhi rossi e la fisonomia alterata della signora, facevan fede di una nottata insonne. D'una di quelle nottate, in cui il silenzio morto delle ore s'aggrava sull'animo, e i cupi sfondi della tenebra sembrano porte spalancate dalle quali si avventano incessanti i fantasmi pi angosciosi dello spirito. Notti interminabili, che tingono del loro tetro colore ogni pensiero, ogni cura, che recano alle guancie pi fiorenti il marchio della prima ruga ai cuori pi baldanzosi il primo senso di quel martellamento che  gi l'indizio d'una lesione.
Donna Bianca aveva tosto passata una di quelle notti.
E non era la prima. Nel nuovo orrore ond'era colpita, essa non poteva, se non durante alcuni brevissimi momenti di sonno, scompagnarsi dal rodimento incessante del suo rimorso, non poteva dimenticare. Si sentiva stampato sulla fronte, a caratteri incancellabili, il marchio ch'ella non aveva mai pensato a temere, tanto l'era sempre parso lontano da lei.
Bianca non cercava attenuanti. Nella severa intransigenza dell'animo suo, essa non sapeva i sottili sofismi dei quali suole bene spesso farsi schermo la fragilit della donna.
Non accusava del proprio fallo n l'inesperienza della sua giovent, n la strana fatalit delle circostanze. Non pensava al suo isolamento, non a quella fatale sequela di sorprese che avevano fatta divampar improvvisa la passione, in uno di quei momenti che solo le pi gagliarde ed atletiche virt sopportano impunentemente. Bianca accusava se stessa, nessun altro! Aveva tutto offeso: Dio, Bruno, la famiglia, la casa ove viveva, l'aria che respirava! Non osava pi pregare, le sembrava che le sue parole dovessero giungere, nelle supreme purezze di lass, coll'eco d'un suono osceno, le pareva che la sua statuetta dell'Immacolata, la ascoltatrice di suoi rosei sogni di fanciulla, dei suoi austeri sgomenti di sposa, non potesse, non dovesse, intendere le disperate confidenze della peccatrice.
E Bruno?
Un raccapriccio la scoteva tutta quando pensava a Bruno; un raccapriccio dove l'antico spavento di lui si mischiava a quello dell'arrecatagli offesa. Pure il suo primo impulso era stato quello di scrivergli, di dirgli la verit.
Scrivergli? ma dove! E intanto? Vivere cos... senza poter neppure prevalersi del diritto che solo rimane ai delinquenti, quello di presentarsi al giudice e di confessarsi colpevoli.
Da tre mesi. Bianca viveva cos. Non aveva saputo pi nulla degli Zamenoiwski. Non aveva per Stanis n rancore, n odio. Ma forse essa non sentiva pi d'amarlo, in quel momento; l'orrore supremo del fallo commesso era tale in quell'anima timorosa ed ardente da uccidere il sentimento che n'era pure stato la sola cagione. Il vuoto della solitudine non esisteva pi per Bianca, s'era popolato dei terrori incessanti della sua mente, ed essa ne viveva come si vive del pane quotidiano.
E quando cominciarono in lei quelle misteriose sofferenze ch'ella non aveva mai provato prima, pens che forse potevano essere i prodromi della liberazione... il primo avviso mandato dall'angiolo del perdono.
Per un momento la giovent, l'istinto, si combatterono col desiderio della fine. Poi questo vinse. Ella desider sinceramente, sper di morire!
Pure... per un segreto movente, che non avrebbe potuto spiegar bene neppure a s stessa, Bianca si sforzava a dissimulare quelle sofferenze. Non aveva mai interrotte le sue abitudini, adempiva macchinalmente, col solito rigore, i suoi doveri di nuora e di padrona di casa.
Ma non and guari che donna Clara s'avvide di qualcosa. Per quanto affievolita, la vista le bastava per avvedersi a volte dei pallori improvvisi di donna Bianca e dell'alterazione dei suoi tratti. La sgridava allora, con uno strano miscuglio di prepotenza e d'affetto, d'essersi troppo stancata in questo, o in quello, d'essersi esposta alle intemperie. Donna Bianca rispondeva che non era nulla, o al pi, che era gi passato. Senonch, da qualche giorno, il male ingagliardiva, e nel timore appunto d'essere dominata, e della possibilit di tradirsi nel delirio di un accesso febbrile, Bianca si decise a ricorrere ai consigli del dottor Ferri.
L'aspettava in quella mattina, all'ora da lei scelta per evitare un ritardo nelle sue occupazioni e i commenti della servit. Pareva veramente un'ammalata, nell'abbandono spossato di tutto l'esser suo, allungata ed immobile nel letto, coi cerchi lividi che le cingevano gli occhi, quei poveri occhi turbati, che le lagrime velavan cos s frequente, e che il sonno chiudeva cos di rado. Il dottore verrebbe fra poco. Ed ella, nella sconsolata intensit del suo rimorso, sperava di spiare sul volto di lui, di indovinare dalle sue frasi, l'annunzio della fine, la certezza che dall'ombra funesta del peccato il suo cuore passerebbe presto nell'ombra quieta e purificatrice del sepolcro.
A destra, di fianco al letto, era rizzato un paravento. L'uscio che metteva allo spogliatoio era aperto in quel momento, e la portiera, calata nel vano, aveva ogni tanto dei tremiti, delle leggere oscillazioni. Un secondo il lembo perpendicolare si rimosse alquanto, e trad la paziente fissit di uno sguardo.
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Bista Bottacci, dal suo nascondiglio, aveva veduto entrare il dottor Ferri, ma ora non lo vedeva pi, questi s'era fatto avanti, nello spazio esistente fra il letto e il paravento. Il fattore udiva la sua voce franca e gaia, le parole colle quali egli salutava, senza servilit alcuna, ma con vera cortesia, la gentildonna ch'egli aveva sempre ammirata da lungi, e della quale aveva udito dir tanto bene dai poveri e dagli ammalati d'Arcello.
Bista ud chiarissime le prime frasi del dottore, le solite domande e risposte colle quali comincia ogni colloquio fra il medico o chi ricorre alle sue cure. Ma subito cominci ad afferrar meno distinte le risposte della Marchesa. La voce di questa pareva affievolirsi, le frasi farsi tronche, esitanti. Ad un tratto, anche il dottore abbass la voce. Allora il colloquio divenne un mormorio indistinto, spezzato da lunghe pause, da silenzi stranamente gravi. Un momento si ravviv, divenne inquieto, come se medico ed ammalata non s'intendessero pi.
Poi, la voce del dottore si fece lenta, cauta...
A Bista non giungeva che qualche monosillabo, qualche lembo di frase. Il colloquio si prolungava, facendosi vieppi sordo, sommesso; ricordava il rotto mormorio che si ode alla vigilia di qualche solennit, nei pressi del confessionale, in mezzo alla penombra vespertina delle chiese.
Per un momento, e non breve, egli non ud pi nulla. Poi un urlo improvviso, feroce, ruppe il silenzio della camera.
Si ripet, soffocato, sibilante, e fin nel gorgoglio d'un riso convulso.
Bista, che aveva spinto il capo oltre il lembo della portiera, lo ritrasse precipitosamente. Il medico correva per la camera, guardandosi attorno, cercando in fretta qualcosa. Fortunatamente gli venne subito veduta una boccia d'acqua e un bicchiere posati su un tavolino. Li afferr, torn accanto all'ammalata, e Bista pot sollevare di nuovo il lembo della portiera. Il dottor Ferri lott a lungo contro l'intensit di quell'attacco nervoso e quando l'ebbe vinto, quando la coscienza della vita torn all'infelice, essa si ramment di ci che aveva test udito da lui. Una supplicazione ardente, uno scongiuro pazzo s'affollarono sulle sue labbra. No, era impossibile... era troppo atroce. Dio non poteva castigarla in quel modo!
Dottore, grid in un parossismo d'ambascia e afferrandolo violentemente per un braccio, dottore, abbia piet di me..., mi dica che non  vero...
Ricadde sul letto, colpita da un nuovo smarrimento dei sensi. Ed egli la guardava impietosito, colle lagrime agli occhi. Ma non poteva dirle che s'era ingannato, non poteva sconfessare la terribile e misteriosa evidenza di quella punizione che dal nulla, aveva evocata un'anima, dalla colpa, una vita!
Le nove erano scoccate, ed il colloquio fra Bianca e il medico continuava. Essa gli aveva detto tutto. In uno sfogo inconscio e delirante, gli aveva fatta la storia, cos breve e cos funesta, della passione ond'era stata vinta.
Ed egli l'ascoltava, triste, coll'indulgenza grave di chi conosce veramente la vita. Medico espertissimo, il dottor Ferri non era un materialista. Aveva saputo abituare i suoi nervi allo spettacolo incessante delle miserie umane, ma quella famigliarit sconfortante colla vista degli effetti, non aveva attutito in lui il rispetto pel sacro ignoto delle cause. L'esperienza non gli era giunta n egoista, n vana, non aveva ucciso l'ideale nel cuore di lui. Ed egli era profondamente colpito dall'angoscia di donna Bianca, dalla tortura incessante a cui la condannava l'alto senso morale da lei posseduto. Era sbigottito e commosso dall'intensit di quei rimorsi; l'avvenire di quell'anima delicata lo spaventava; intuiva che quella donna non si consolerebbe mai, che, tosto o tardi, l'ermellino morrebbe della sua macchia!
Le parl dolcemente, come un amico. Non tent n di consolarla, n di diminuire agli occhi suoi l'entit della sua sventura. Le parl di coraggio, d'espiazione, dell'obbligo che le correva ormai di rispettare doppiamente la sua salute. E quando si conged promettendole di ritornare pi tardi, essa, completamente affranta, non lo salut che d'un lievissimo cenno in cui egli pot indovinare un delicato senso di gratitudine, e l'accettazione dell'amicizia ch'egli aveva tacitamente saputo offrirle... nella suprema difficolt di quel colloquio.
Bista aveva veduto allontanarsi il dottore e sapeva ormai tutto ci che aveva voluto sapere. Pure rimaneva immobile nel suo nascondiglio vinto dall'acre curiosit di vedere ci che farebbe ora donna Bianca.
Ella rimase a lungo immobile, come schiacciata dal peso dei suoi pensieri. Finalmente, s'appigli ad una risoluzione.
Bista ud che s'alzava, indovin che si vestiva. Poi vide emergere dall'ombra del paravento la povera personcina vacillante, avvolta alla meglio in una veste da camera, la vide dirigersi verso un piccolo scrittorio e piombar seduta sulla poltrona, mentre una mano tremante afferrava la penna e l'altra, con un moto febbrile, estraeva dal tiratoio alcuni fogli di carta.
Ma la misera non s'accinse subito a scrivere. Si dibatteva ancora collo spasimo d'un'esitazione. Si strinse tenacemente la fronte, celandone il rossore. Poi si guard attorno, interrogando le pareti, chiedendo alle pareti della casa di Bruno se fosse possibile di fare altrimenti, di evitare la misura definitiva alla quale stava per appigliarsi. Ma, come il Re biblico, ella lesse sulle pareti una condanna.
Allora, intinse la penna e scrisse.
Qualcosa di molto breve. Una data, due frasi e una firma. Accese quindi la bugia, ripieg e suggell il foglio, apponendo sul verso un titolo e due nomi. Prese poscia un altro foglio, nel quale compieg la prima lettera, senza nulla scrivere all'interno. La suggell accuratamente, e scrisse sulla pagina esterna un secondo indirizzo. Rimase un istante immobile fissando la lettera con uno strano sorriso. Egli le aveva detto: "Scrivetemi. Nella vita ci sono delle fatalit." Infatti, cos era. E per ella gli aveva scritto.
S'alz, si trascin di nuovo accanto al letto, e Bista ud lo squillo del campanello.
Giuditta accorse subito, ansiosa di sapere cosa aveva detto il medico. Ma non ard rivolgere domanda alcuna alla sua padrona.
Questa le porse la lettera ordinandole di recarsi tosto, in persona, al borgo vicino e di consegnarla di propria mano all'ufficio postale.
Ah! mormor Bista. Non aspett la fine del colloquio, si ritrasse senza strepito alcuno, scivolando fuori dello spogliatoio, colla prestezza di una serpe che si rimbuca dopo un agguato. E un quarto d'ora dopo Giuditta aspettava, fremente ed accigliata nella cucina deserta della fattoria.
Bottacci, solo nel suo studiolo, era assorto in una trista operazione. Apriva con molte cautele una lettera, vergine ancora del bollo postale, e indirizzata al signor Heinrich Herner, Bakergasse, 11, Vienna. Essa ne conteneva un'altra pel conte Stanislao Zamenoiwski. Bista l'apr del pari e lesse:
"Arcello, 10 settembre 1855.
"Sono madre. Venite.
"BIANCA D'ANCRASERRA-D'ARCELLO."
Non cautele, non tergiversazioni, non scuse. Una suprema audacia di confessione e d'appello. Nulla vi mancava, n la data, n la firma. Il documento era perfetto.
Dieci minuti dopo, Giuditta vide entrare in cucina il Bottacci, che le porse, suggellata come prima e intatta all'apparenza, la lettera diretta al signor Heinrich Herner a Vienna.
Tieni le disse tranquillamente portala pure alla Posta.
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All'indomani, Bista si rec a prender gli ordini dell'illustrissima signora padrona, per certe rinnovazioni d'affitti. Immaginava d'udirsi annunziare che la signora era indisposta e non poteva riceverlo, ma cos non fu. Bianca era coi suoceri e in giardino. La marchesa Clara aveva fatto trascinare la sua poltrona a ruote sull'estremo lembo del porticato, e il marchese Matteo, appoggiato al braccio di sua nuora, errava lentamente alla base della facciata, contemplando con somma compiacenza, la ricca fioritura delle rose arrampicanti. Un bel sole d'autunno accarezzava splendidamente quel gruppo, la vecchiaia serena e pura del gentiluomo e la giovent sbattuta, profondamente umiliata di Bianca.
Guarda, Bianca diceva con entusiasmo il buon vecchio com' riescito bene l'innesto dello scorso aprile. Voglio dire a Tonio che ne faccia subito un altro, su questo rosaio di tutti i mesi... Cos, al venturo maggio tu potrai fare i mazzi per la cappella, stando al balcone della galleria!
Si diede una fregatina di mani, poi ammicc Bianca.
E se sar tornato Bruno continu sempre pi contento e malizioso e se star bene... lei... la signora padrona, sai cosa faremo, io e te? Andremo a Milano, da quel famoso orticoltore, a comperare qualche pianta rara, qualche nuova variet di fiori... nevvero?
Bianca chin il capo, come se assentisse... pensando alle mura del convento lontano, dove la troverebbe il prossimo maggio. Ella avrebbe a quell'epoca compiute tutte le stazioni del suo Calvario, avrebbe nascosta per sempre, in un sacro rifugio, la sua funestata esistenza.
Volete capirla, Matteo? borbott da lungi la Marchesa di non star cos a capo scoperto, con questo sole? Mi par che ne abbiate preso abbastanza.
Egli mise in capo, frettolosamente, la papalina che s'era tolta poc'anzi, e scocc di sottecchi, alla nuora, uno sguardo umile e mortificato... Poi si avviarono entrambi, docilmente, verso il porticato.
Bista, ritto dietro la poltrona della marchesa Clara, assisteva a quella quieta scena di famiglia. E nella pace calda del meriggio la fontanina sussurrava monotona, come in quella sera estiva di sei anni prima, quando egli, di ritorno della scuola agraria, era venuto a riverire i padroni. In quel luogo istesso Bianca aveva alzato il capo, sorridendo al grottesco annunzio del matrimonio di Bista. Ella aveva dimenticato, forse. Ma egli si rammentava. E adesso era lui che sorrideva. Umilmente  vero, ma sorrideva mentre Bianca gli passava accanto col capo chino, collo sguardo vago, senza obiettivo.
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Capitolo 13.
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Bianca aspettava Stanis.
Lo aspettava con un desiderio assoluto di por fine all'intollerabile strazio della menzogna ch'essa perpetuava di giorno in giorno, col suo contegno e col suo silenzio. Bramava ardentemente di lasciare quella casa, tanto oltraggiata dalla sua presenza. Sapeva che, lungi da quelle mura, la sua esistenza diverrebbe uno stato irregolare, nel quale essa non avrebbe pi titolo alcuno al rispetto ed alla considerazione altrui. Ma ci non la sgomentava. Le pareva che tutto, che qualunque forma d'espiazione fosse preferibile all'attuale, a quella calma vilmente scroccata col silenzio e coll'indugio. L'idea di rivedere Stanis non le incuteva gioia alcuna; paventava anzi il pensiero della vista di quel complice, che poteva averla bens amata, ma che non poteva pi stimarla, e che probabilmente nelle lotte gloriose da lui combattute non aveva avuto pi il tempo di rammentarsi di lei. Pure non dubitava della sua venuta. Le aveva detto: "scrivetemi ed io verr."
Verrebbe dunque.
Egli verrebbe... doveva venire. Orribile a dirsi, ma era l'unico suo appoggio in quella circostanza; e poich ella non poteva vivere sotto il tetto di casa d'Arcello, lo seguirebbe dovunque a lui piacesse di strascinarla, sinch essa potesse affidargli una missione. Poi il convento. E tutto sarebbe finito per lei.
Aveva ritrovata una specie di calma in quella determinazione, e preparava tutto per la partenza. Si congedava ogni giorno, silenziosamente, da quei luoghi che parevano esserle divenuti a un tratto cos dolorosamente cari, da quei poveri suoceri, alla vecchiaia dei quali essa aveva serbata l'onta d'un oltraggio senza pari.
S'alzava ogni mattina con quel pensiero: oggi verr, e vi addestrava l'animo suo. Ogni momento che passava poteva essere l'ultimo di quel martirio di aspettativa, ma l'ultimo altres della sua pace, della sua incolumit di donna onesta e rispettata. Le stanze del suo appartamento avevano assunto agli occhi suoi il carattere di tempio. S, quello era il sacro asilo dove ella avrebbe potuto vivere in pace, nella sicurezza d'una vita solitaria ma regolare, austera ma elevata. Il rispetto dei dipendenti, la gratitudine dei poveri, le esigenze stesse dei vecchi suoceri, abituati alla pazienza gentile delle sue cure, le parvero allora i supremi beni dell'esistenza. Ed ella ne afferrava tutto il valore, quando, appunto per non profanarli, vi rinunziava di moto proprio e per sempre!
Cos visse, per quindici giorni, in una continua vicenda di sofferenze fisiche e morali. La parola: "a meno che" le tornava ora ostinata alla memoria. Forse la lettera non gli era giunta? forse... egli non voleva...
Bianca scrisse al suo tutore. Una lettera breve, nervosa, in cui gli chiedeva apertamente dei Zamenoiwski, ma con un pretesto plausibile. I suoi inquilini erano partiti all'improvviso, lasciando nel chlet parte del loro mobiglio. Avrebbe voluto farne la restituzione, e si rivolgeva a lui perch le dicesse dove essa potrebbe dirigere una lettera agli Zamenoiwski. Ma anche la risposta del tutore si fece aspettare. E solo quando Bianca, nell'eccesso del suo turbamento, cominciava a temere che le desse di volta il cervello, allora soltanto, giunse la risposta del barone di Sambriano.
Per un'antica consuetudine, la posta, che capitava ad Arcello una sol volta al giorno, veniva consegnata alla marchesa Clara e fu la mano tremante di questa che porse a Bianca il foglio a lei diretto, e sull'indirizzo del quale la vecchia inferma aveva subito ravvisata la grossa scrittura tonda del suo antico avversario.
Sentiamo un po' disse donna Clara con una lieve curiosit cosa dice quel caro Barone!  un secolo che non so nulla di Milano, n della corte dell'Arciduca.
Ma la curiosit di donna Clara non fu soddisfatta. Bianca aveva presa la lettera, ma non accennava ad aprirla. Accennava piuttosto, col suo pallore estremo, col tremito convulso delle labbra, all'appressarsi d'una di quelle strane forme di attacco isterico che s'eran pur tradite talvolta anche al cospetto di donna Clara, la quale si ostinava a definirle per: turbe nervose.
Non ti senti bene? chiese, fissando con benevola inquietudine la nuora.
Questa s'era per un momento abbandonata sulla seggiola, ma, udendo quella domanda e come rinvigorita dallo spavento che le cagionava, si eresse subito sulla persona.
No disse coll'eroismo d'un sorriso no... sto bene!
Uhm! mormor donna Clara non si direbbe davvero. Anzi, dammi retta, va a riposare un momento, la lettera la leggeremo pi tardi. Io non ho bisogno di nulla, t'assicuro.
Bianca s'alz macchinalmente e si ritir. Donna Clara le tenne dietro collo sguardo.
Non sta bene davvero disse fra s e s ed  un po' di tempo che me ne avvedo. Bisogner che domandi a quel signor dottore... Ci vorrebbe anche questa, che s'ammalasse lei... ora. Ma! sarebbe tempo davvero che Bruno tornasse a casa soggiunse donna Clara, mentre un profondo sospiro si esalava dal cuore della madre.
Frattanto Bianca era salita in camera sua e leggeva la lettera del tutore.
Una lettera lunga, impacciata, e che per due facciate trattava di cose indifferenti. E sull'articolo degli Zamenoiwski cominciava cos:
"Non avrei mai creduto, di avermi s poco a rallegrare della mia aderenza ai desiderii di monsignor Aderbowski. Ebbi giorni sono una sua lunga lettera in proposito, e rimasi convinto ch'egli ignorava al par di me le pessime intenzioni che animavano quei due sconsigliati giovani a far ricerca d'una villeggiatura nei pressi della frontiera austriaca. N io vi avrei mai fatto menzione di queste circostanze, se non avessi rilevato nella vostra lettera l'intenzione di mettervi in rapporti epistolari, con persone che sarebbero state, in ogni tempo, non degne dell'amicizia vostra, e che si trovano attualmente all'infuori d'ogni civile consorzio. Sarete, non ne dubito, assai meravigliata nell'udire che, sotto le pi favorevoli apparenze, essi appartenevano in realt ad una di quelle abbominevoli stte, cos dette liberali, che cospirano in oggi contro le pi salde istituzioni e minacciano pur troppo di farsi strada anche in Italia. Essi cospiravano, assolutamente cospiravano contro il Governo russo, e bench fossero giustamente banditi dalla Polonia e privati dei loro beni, pure vollero rientrarvi e tentare un improvviso colpo di mano contro la legittima autorit costituita. Senonch, la fortuna non arrise a quella nefanda impresa, la ribellione fu domata prima che si estendesse ad altri distretti, le poche truppe raggranellate andaron disperse, e i capi di quello sciagurato ed assurdo moto rivoluzionario dovettero cercare uno scampo nella fuga. Errarono per qualche tempo nelle campagne, deludendo le ricerche della Polizia russa. Stavano anzi per toccar la frontiera e mettersi in salvo, quando il riferto d'una cantante boema, della quale il conte Zamenoiwski era innamorato e alla quale aveva imprudentemente confidato l'esser suo, pose le Autorit sulle sue traccie. Egli fu catturato assieme a sua sorella, il processo venne brevemente istruito, ed eglino avrebbero realmente pagato colla vita il fio dei loro imprudenti intrighi, se la somma generosit dello Czar e le alte influenze adoperate a favor loro da alcuni amici e parenti non avessero addolcito l'estremo rigore di quella sentenza, ottenendo che fosse mutata in una condanna di lavori forzati a perpetuit nelle miniere della Siberia. Essi avranno probabilmente, a quest'ora, raggiunta la loro destinazione..."
Bianca non lesse oltre. E in quello spaventoso crollo di tutto il passato, nell'agonia di quel momento, che pareva rovesciare su di lei l'opera tutta d'un'implacabile fatalit... essa non s'abbandon... non si lasci uccidere dal dolore... Un istinto nuovo, cieco, pi forte di lei, del suo amore tradito, del suo rimorso, della sventura di Stanis, scosse in lei una fibra ignorata sino allora.
Una forza sovrumana la sostenne in quella suprema prova, l'aiut a non morire. Ma non gi per lei... oh non gi per lei!
...
.
...
Il dottore l'ascoltava, attento, con un senso di gentile piet, mentre essa gli narrava, con rotte frasi e angosciosamente, la nuova complicazione della sua sventura. E quand'ebbe finito, quando la voce le venne meno nello scoppio d'un pianto disperato, egli le disse soltanto: La comprendo, signora Marchesa.
La lasci piangere a lungo, non le mosse rimprovero della determinazione presa. Ne intendeva il movente, e intendeva come avesse potuto nascere e farsi irresistibile in quell'anima onesta ed ardente, che s'era cos ciecamente urtata contro la fatalit e che brancolava ora, derelitta, nel buio.
Signora Marchesa disse finalmente e con grande semplicit si fida di me!
Uno sguardo di Bianca, tutt'ora velato dalle lagrime, s'alz impetuoso verso la fronte del dottor Ferri.
S disse poscia la Marchesa.
Non aggiunsero altro. Ma donna Bianca si ricord bene spesso, nel corso della sua vita, di quel momento che le aveva dato un appoggio solido e sicuro. Con un moto istintivo gli porse la mano.
Egli chin la sua testa canuta su quella bella mano: non la baci, la strinse rispettosamente come un amico franco e leale.
E ora disse poscia vediamo di provvedere alle emergenze attuali.
Parlarono a lungo, sommessamente.
No, disse il dottor Ferri al servo che, accompagnandolo, si dirigeva verso l'uscita, vorrei passare un momento dalla marchesa Clara.
La marchesa Clara, udendo annunziare il dottore, ebbe il presentimento ch'egli veniva per parlarle di sua nuora. Le parve anzi naturalissimo ch'egli venisse a consigliarsi con lei e a chiederle il suo parere in proposito. Accolse dunque con degnevole condiscendenza quell'individuo, il quale, dopo tanti anni di soggiorno ad Arcello, non era mai diventato "di casa." Non gi che le fosse proprio antipatico, ma quelle sue opinioni, quelle sue benedette opinioni politiche! Si buccinava persino che nel 48 fosse stato cospiratore! Figurarsi! Era veramente deplorevole che egli fosse cos poco: ben pensante, mentre la sua perizia come medico era innegabile. Avrebbe potuto venire ogni domenica a pranzo e alla sera fare il quattro a tarocchi. Non sarebbe forse stata una bellissima cosa? E pure, nossignore, si ostinava nelle sue fisime sovversive, mentre invece... se avesse avuto due dita di cervello...
Due, dieci, cento, quante dita di cervello conteneva la scatola ossea del dottore furono adoperate in quel giorno nel suo colloquio con donna Clara. E donna Clara non ebbe mai tante occasioni di ripetere in cuor suo la coscienziosa frase: Peccato! Era decisamente in vena, e il dottore non aveva che a corroborare in tutto e per tutto i suoi asserti. Nemmeno il parere delle turbe nervose incontr opposizione. Eh, eh... non si poteva negare... Anzi, come aveva egregiamente osservato la Marchesa, si trattava per l'appunto... sicuro... E cos d'induzione in induzione, di parere in parere, i due consulenti finirono a trovarsi pienamente d'accordo. L'illustrissima signora marchesa Bianca era minacciata dall'aggravarsi d'una spiccata affezione nervosa. E questa minaccia richiedeva una sollecita cura preventiva. Per ci il dottor Ferri sottometteva alla signora marchesa Clara il suo parere su questa cura da iniziarsi. Si potrebbe per esempio... un mutamento d'aria... un soggiorno di qualche mese in un clima pi corroborante...
Che! sclam donna Clara, in un momento d'inconscio egoismo. Bianca andar via! Ma e noi, come faremo senza di lei?
Il dottor ebbe un sorriso. Oh! la signora marchesa era troppo modesta. E se una gravosa infermit privava pur troppo la famiglia d'Arcello dei benefici della sua meravigliosa attivit, pure la sua esperienza; la sagacia del suo colpo d'occhio eran pur sempre le stesse!
La corda sensibile era trovata e vibrava. Vibr anzi a lungo, come la soneria d'un campanello elettrico, sul bottone del quale continua ostinata la pressione d'un dito.
La cosa fu dunque decisa in seguito a quel memorabile colloquio. La marchesa Bianca soffriva di un'afflizione nervosa. E la marchesa Clara decret che sua nuora avrebbe intrapresa una cura, la cui base fondamentale consisteva in un mutamento di clima.
I primi freddi vennero solleciti in quell'annata, e donna Bianca cominci a risentirne gli effetti e a passare buona parte del giorno in camera sua. I suoi poveri, bench ricevessero sempre abbondantissime le elemosine, non le avevano pi direttamente da lei. I dipendenti stessi della casa non la vedevano pi che alla domenica in chiesa, nella tribuna riservata esclusivamente ai d'Arcello. La figuretta pallida e sbattuta era solo visibile oltre il livello della balaustrata. China, per lo pi, come aggravata da una grande stanchezza. La si vedeva pregare, cos di continuo, col raccoglimento immobile d'una reclusa. I contadini dicevano che pareva una santa. E nessuno pens a soggiungere: una martire.
Il giorno preciso della partenza fu fissato l per l. E questa ebbe luogo prontamente. Cos prontamente che nessuno ebbe il tempo di venire a presentare i debiti omaggi di saluti e d'augurii. Un bel giorno si seppe che donna Bianca era partita alla mattina! Il dottor Ferri era partito anch'egli, ma un giorno avanti, per trovarsi a riceverla nel luogo che le aveva suggerito come soggiorno invernale.
Una circostanza sola riesciva incomprensibile a quella buona gente. Giuditta Servati, la cameriera di donna Bianca, non l'aveva accompagnata. Rimaneva per ad aspettarla alla villa, spesata di tutto, come se fosse in attivit di servizio.
L'invernata fu cattiva, e i vecchi non escirono quasi mai dai loro appartamenti, dove bazzicava, invece di donna Bianca, un'uggiosa dama di compagnia. Questa faceva probabilmente quant'era in poter suo per contentarli, ma quelli, e pi specialmente donna Clara, non vedevano l'ora e il momento che tornasse Bianca. Il dottore, il quale era in continua corrispondenza colla famiglia presso alla quale aveva allogata la marchesina, parlava bens d'un continuo miglioramento, ma non della possibilit d'un immediato ritorno. Sarebbe stata somma imprudenza esporre donna Bianca ai rigori straordinari del verno, in una casa destinata esclusivamente all'uso di abitazione estiva.
Donna Bianca giunse solo colle ultime viole dell'aprile. Era pallida e magrina assai, ma un certo miglioramento era visibile, i sintomi inquietanti erano scomparsi. La sua surrogante fu licenziata prontamente, con uno splendido regalo.
La vita solita non tard a ricominciare in villa. Donna Bianca parlava cos poco di s stessa, del tempo passato in Riviera, che i vecchi non durarono gran fatica a dimenticare quel periodo d' interregno. Bista Bottacci aveva persuasa donna Clara d'aver governato stupendamente in assenza di donna Bianca, ed essa non aveva cercato pi in l, Giuditta aveva riassunto le sue funzioni di cameriera presso la Marchesina, e questa era tornata ad addossarsi, con una scrupolosa coscienziosit i doveri tutti e i pesi della sua posizione. Pareva alquanto invecchiata, ma la sua bellezza non ci aveva perso nulla. Lo sguardo pareva essersi fatto pi lungo pi penetrante, il sorriso, pi raro ancora di prima, aveva una dolcezza nuova di patetico e di profondo. Tranne questi lievissimi mutamenti che nessuno forse pensava ad avvertire, l'assenza temporaria di donna Bianca non pareva aver arrecato novit di sorta, e nessuno pi ne parlava.
Pure donna Bianca stessa doveva aver serbato qualche ricordo della sua dimora in Riviera. L'improvviso annunzio d'una visita del dottore le chiamava a un tratto sulle gote due vampe di fuoco. E accadeva talvolta, quand'erano soli, ch'egli, togliendo di tasca una lettera col timbro postale di laggi, gliene mettesse sott'occhio qualche periodo. Essa leggeva, facendosi sempre pi rossa, frenando un tremito misterioso, qualcosa come una violenta palpitazione di cuore. Quand'aveva finito, toglieva lo sguardo dal foglio, e il dottore lo riponeva questo. E per alcuni momenti donna Bianca taceva... come se sapesse di non potersi fidare del suono della propria voce.
Donna Bianca era da un mese di ritorno ad Arcello, quando, una mattina, Giuditta le annunzi che una povera vecchia l'aveva pregata di raccomandarla specialmente alla carit della Marchesina.
Chi  questa donna? chiese donna Bianca.
 la madre di uno stradino del Comune. Suo figlio  morto quindici giorni sono, e la sua nuora ha avuto un bimbo stanotte. Il sesto, si figuri! Sono in miseria addirittura.
Donna Bianca sembrava assorta nei suoi pensieri. Ma esc a dire ad un tratto: Dove stanno?
Eh... lontano... in una cascina. Se crede posso far avvertire subito quella poveretta che si trovi qui oggi o domani.
No disse pacatamente donna Bianca. Insegnami dov' questa cascina. Ci voglio andar io.
E ci and davvero, sola, il giorno stesso.
Giuditta non l'aveva ingannata: la miseria di quella famiglia era estrema. Cinque bimbi facevano un infernale tramestio, passando di continuo dall'unica camera da letto, nella cucinetta vicina, dove una vecchietta accoccolata davanti al focolare, preparava in un pentolino quella squisita cosa che si d solo ai malati gravi o alle puerpere nel giorno del parto, una minestra di brodo col pan bianco bollito.
La povera vedova giaceva pallida e spossata nel letto, la sua mano scarna teneva stretto un fazzoletto di cotone stampato a piccole righe nere. Accanto a lei, sulla grossolana coperta, tinta col zafferano, giaceva il neonato, spietatamente stretto nella fasciatura. Una miseria di bimbo, evidentemente anemico, e che girava attorno di continuo, senza aver la voglia o la forza di piangere, l'instenza profondamente attonita e vaga dello sguardo.
Donna Bianca sedette al capezzale della donna, e ponendo freno, con un dolce cenno d'autorit, alle sue fioche scuse, prese a parlarle sottovoce con un misterioso interessamento. Le consegn una forte somma, che la donna, confondendosi in ringraziamenti, nascose in fretta sotto il capezzale, mentre gettava uno sguardo furtivo verso la cucinetta. Poi la Marchesa spinta da uno strano e misterioso impulso, afferr il cuscino dove giaceva il bimbo, e se lo tenne stretto per un secondo al seno, con una pressione forte, mirandolo cupidamente. E, corrugando la fronte, gett sulla madre, uno sguardo, indescrivibile, quasi bieco!
Un pesante tramestio di passi risuon all'esterno.
Donna Bianca depose in un attimo il bambino sul letto e si prepar alla partenza, davanti all'irruzione di tre contadine che entravano col pretesto di salutare l'ammalata, ma in realt per assistere al grandioso spettacolo di quella visita.
Le donne non potevano credere ai loro occhi. Era proprio lei, la padrona giovane, quella santa, che s'era scomodata a far tutta quella strada per venir a trovare un'ammalata! Che bont, che degnazione! Dio le darebbe sicuramente il paradiso, di qua e di l, per ricompensarla.
Una morettona, tutta gesti e irrequietezza, non la rifiniva pi con quell'enfasi rustica di lodi che cominciavano ad irritare alquanto la Marchesa E questa, per troncarle, accenn col gesto di tacere, onde non intontire l'ammalata.
Allora la morettona divenne tutta compassione per quella poveraccia. Sicuro, bisognava lasciarla stare. Le eran, capitate tutte le disgrazie. Ci voleva anche questa per l'appunto, eh?
Donna Bianca taceva ed era assai pallida.
T seguit l'espansiva comare, curvandosi verso, dalla banda del bimbo e ridendo forte.
 questo qui? Ges Maria per le anime! S' mai visto un cancherino di questa fatta?
Prese il cuscino sul quale era adagiato il bimbo, e lo abballott per un momento, come se fosse una di quelle pollastre ch'ella si vantava di pesar fra le due dita.
-State allegra disse quindi rivolgendosi alla puerpera -datevi pace che stavolta il Signore vi ha proprio voluto bene! Non passan dieci giorni che avrete in paradiso un bell'angiolino. Potete proprio chiamarvi...
S'arrest. Donna Bianca s'era fatta fatta avanti e la fulminava d'uno sguardo splendido d'indignazione.
Tacete scatt a dire impetuosamente come potete parlare cos? Ma non sapete che una vita  una cosa sacra... che una madre  sempre madre... anche quando... anche se...
Si arrest all'improvviso arrossendo davanti al gruppo delle donne che la guardavano, senza fiatare, annientate dall'imperiosa violenza delle sue parole.
No continu donna Bianca con voce anelante il Signore non vuole... noi non sappiamo... Io...
Balbettava ora, come se non trovasse pi le parole. E rapidamente, con impeto subitaneo si diresse come appellandosi, alla madre: Ma voi... ma parlate dunque!
Io? rispose la donna, senza comprendere, ma colpita dalla repressa passione di quell'accento, sicuro che gli voglio bene, poverino, e non sar mica malcontenta, se il Signore me lo lascier campare! Ci penser lui, quello lass. Mi rincresce solo che non ha neppur conosciuto suo padre e che non lo conoscer mai.
Donna Bianca si curv all'improvviso sulla puerpera.
Non pensate a nulla le sussurr rapidamente all'orecchio; a quel bambino provvedo io.  gi battezzato?
No rispose la donna a bassa voce. Ma lo porteranno in chiesa stasera.
Avete gi scelto il nome?
Vorrei... mi piacerebbe che si chiamasse come il mio povero marito.
 giusto. Ma sapete che danno pi d'un nome. Chiamatelo anche...
Si ferm: la donna credette ch'ella esitasse pensando alla scelta. Ma subito ud, come in un soffio e mentre le pareva che dalla fronte della signora emanasse un calore quasi di fiamma, il nome che quella desiderava aggiunto a quelli del bambino.
Alberto! sussurr la marchesa.
Poi se ne and rapidamente, come se fuggisse.
...
.
...
Il dottor Ferri e la marchesa Bianca escivano assieme dall'appartamento del vecchio.
L'estate era ormai al suo colmo, ma nell'interno della villa il caldo non penetrava. Le imposte eran tutte accostate, e la lucentezza vitrea dei pavimenti alla veneziana aveva, nella semi oscurit delle sale, dei riflessi freschissimi, umidi all'occhio, come quelli della superficie d'uno stagno, mentre all'esterno, la sferza implacabile del sollione di luglio batteva la campagna silenziosa e come aggravata nel transito di quelle ore bruciate.
Allora chiese donna Bianca la cosa potrebbe avere una certa gravit?
Una certa, non un'estrema gravit. La costituzione del marchese Matteo  buona, e la malattia fu avvertita sui primordi L'et grave e la debolezza del malato militano a sfavor nostro. Sinora la bronchite ha un aspetto benigno, e con molte cure si pu ragionevolmente sperare.
Donna Bianca mand un sospiro.
Poveretto! disse con sentito accento con quanta pazienza soffre, nevvero? com' docile buono!
Con lei specialmente, signora marchesa. Non vorrei per ch'ella si stancasse di soverchio. Seppi ch'ella ha fatto nottata anche ieri. Nella mia lunga carriera di medico, non ho mai trovata persona pi atta di lei a disimpegnare le funzioni di infermiera. Si direbbe una vocazione.
Bianca sospir di nuovo, poi sorrise tristamente.
 una grande fortuna per me disse ch'io abbia l'occasione di rendermi utile a qualcuno. E certe volte... non so neppure se ho il diritto di...
Tutti abbiamo il diritto non solo, ma il dovere interruppe gravemente il dottore di fare il bene che ci  possibile. Due sole cose dobbiamo evitare... l'accasciamento e l'inazione!
Ella non replic, chin il capo davanti all'austero consiglio di quell'uomo. Aveva ormai fede completa nelle sue parole.
Mi duole continu il dottore cambiando discorso che la marchesa Clara faccia palesi a suo marito le proprie inquietudini. Essa sembra da qualche tempo in qua assai turbata.
S... disse Bianca arrossendo.  inquietissima, infatti.
Si capisce che, in queste circostanze, il prolungarsi dell'assenza di suo figlio e la privazione d'ogni sua notizia, debbano tenerla pi specialmente in pensiero.
Sono cinque mesi disse Bianca, evidentemente turbata ella stessa che non abbiamo notizie di... del Marchese.
Tacquero entrambi, sinch non furono giunti sul ripiano dello scalone. Allora soltanto il dottore chiese a donna Bianca il permesso di accompagnarla sino alle sue camere.
Aveva una lettera... da farle vedere.
Ella arross sino alla tempia, mentre una luce subitanea le ravvivava lo sguardo. Senza rispondere, si rec col dottore nel suo salottino. Giuntavi, si lasci cadere su una poltrona e stette, aspettando, con visibile agitazione. Egli tolse da una tasca interna un portafoglio, e ne estrasse una lettera, che le porse aperta, accennandole col dito un dato brano.
Si sentiva il lieve fruscio della carta oscillante fra due tremole manine, mentre sul volto della leggitrice si leggeva l'impressione d'una gioia furtiva ed inquieta.
Dopo un momento, Bianca ripieg il foglio e lo restitu al dottore.
Buone nuove, nevvero? disse questi, riponendolo. Mio cugino scrive anche a me che il piccino sta a meraviglia ed  dotato d'una eccellente costituzione. E la nutrice fa buonissima prova.
Ah! esclam impetuosamente Bianca come vorrei vederla... quanto la invidio quelle donna che nutre il mio Alberto! S'arrest, atterrita d'aver pronunciato quel nome, frenando con vera violenza l'impeto dei suoi pensieri, delle parole che le correvano alle labbra. E rimase in silenzio... fremente...
Scrivo oggi stesso disse dopo un momento il dottore. Che debbo dire... da parte sua?
Nulla rispose con profonda amarezza donna Bianca. Oppure questo soltanto. Dica ai suoi cugini, che ne abbiano cura... che lo amino, e che io... pregher per loro... sinch avr vita.
Si arrest ancora, con un pallido sorriso, frenando le lacrime e porgendo la mano al dottore.
La ringrazio soggiunse con un sorriso straziante ed alzandosi. E ora non la trattengo pi.
Ferri s'inchin salutando e si avvi per partire. Ma invece si trattenne. Un frettoloso scalpicco risuonava sempre pi immediato nel salotto vicino, poi s'ud all'uscio la voce di Giuditta che ripeteva un: si pu? rotto e pressante.
Ferri si rec ad aprire e Giuditta entr correndo, trafelata Oh signora padrona! sclam con un fare tra misterioso e trionfante son io... che glielo dico per la prima... gli altri non sanno ancor niente... che il signor marchese...
Cosa c'... sta male? chiesero ad una voce Bianca e il dottore.
Ma che! non  mica lui!  l'altro padrone...  il signor don Bruno, ch' tornato.
Che! sclam il dottore passando rapidamente davanti a Bianca e mettendosi proprio di fronte a Giuditta. Cosa dici? sei pazza?
Niente affatto... le dico e le ripeto ch' tornato lui... il signor padroncino.
 qui? dove? chiese ancora Ferri, continuando a frapporsi tra Bianca e la cameriera.
Oh!  ancora lontano continu questa, che non aveva pi fiato, ma che s'ostinava a narrare. Stamane il Tonio  andato in borgo... al mercato.  tornato adesso adesso, e dice d'aver veduto uno che rassomigliava tale e quale al signor marchese, meno che gli pareva un po' pi nero in viso e pi magro. Lo vide all'ultimo momento, a una finestra dell'albergo della Stella, dove si fermano le diligenze. Ud anzi che chiedeva se ci fossero delle carrozze da affittare, e anche alla voce gli  parso lui. Ma non ha avuto il tempo di sincerarsi, e adesso pi ci pensa e pi gli pare che fosse proprio lui. Allora io gli ho detto di non dir niente a nessuno, e son venuta qui, per avvertire la signora Marchesa, se, a buon conto, volesse mandar la carrozza.
Ma la voce di donna Bianca non si levava n a dar ordini, n a far commenti. La marchesa stava immobile, come pietrificata, sulla seggiola ove era caduta a sedere.
Senti disse il dottore alla Giuditta. Corri subito in guardaroba e non ti muovere di l. Sta attenta se vien qualcuno a parlare colla sura Teresin. Non vorrei ch'ella sapesse la novit e andasse subito a dirla a donna Clara. Che se poi il Tonio avesse preso un granchio, sarebbe un bel dispiacere per quella povera signora. Donna Bianca suoner se avr bisogno di te.
La Giuditta, tutta fiera di poter sorvegliare la sua rivale, ubbid in fretta e furia, ed esc correndo, com'era venuta, trionfante del suo strano segreto.
Il dottore chiuse l'uscio a chiave e torn presso la Marchesa. Questa era sempre immobile, senza parole, d'un pallore cadaverico. Lo guard fiso, con uno spavento inesprimibile.
Marchesa disse Ferri, con voce ferma e autorevole, si scuota, e m'ascolti.
Ella si scosse, ma non lo ascolt.  impossibile grid Bruno! Oh mio Dio, mio Dio?
Ebbene? chiese pacatamente il dottore cosa conta di fare?
Non so... Ma non posso rivederlo cos, oggi... senz'essermi preparata. Mi lasci andare. Abbia piet di me, mi conduca via, continu, alzandosi con impeto e dirigendosi verso l'uscio.
Dove? replic duramente il dottore, arrestandola al varco.  questa la calma ch'ella mi aveva promesso di serbare in ogni caso!
Ella si dibatteva, cercando d'avviarsi.
Ors, disse brusco il dottore. Non si lasci vincere da una pazza impressione. Ella, signora Marchesa, si  gi danneggiata abbastanza.
Parlava chiaro, severamente, senza piet, n misericordia. O meglio, la piet vera ch'egli provava per quella misera donna l'animava ad assumere lo spietato linguaggio che poteva solo tornarle giovevole in quel critico istante.
Non si lasci vincere da un cieco impulso prosegu con ferrea autorit. Pensi che non ha asilo, appoggio alcuno, fuori di qui.
Non importa singhiozz donna Bianca. Ma non lo vedr. L'ho troppo offeso, per poterlo rivedere. E se debbo rimanere, se debbo veramente assistere al suo arrivo, sar soltanto per dirgli tutto.
E tacque, nell'angoscia di quella subitanea risoluzione, nello strazio e nella vergogna anticipata del suo atto d'accusa.
A questo rispose evasivamente Ferri c' sempre tempo. Nessuno, nevvero, nessuno, all'infuori di me, conosce questo fatale segreto?
Nessuno,  sclam Bianca, con febbrile energia. Ma lo so io... lo so io. E non posso tacerlo a lui... la mia colpa  troppo grave.
Infatti, disse austeramente Ferri  una colpa grave, ed  giusto ch'ella abbia ad espiarla. Ma le par giusto che altri debba portarne le conseguenze? che delle persone innocenti che l'amano, che hanno d'uopo di lei... scontino il suo errore?
Bianca taceva, nell'angosciosa incertezza suscitata dalle parole di Ferri.
Faccio appello continu questi recisamente alla sua equit. Io... conosco il marchese Bruno, so cosa sarebbe per lui quella rivelazione, conosco la risoluzione alla quale si appiglierebbe! Pensi allo scompiglio in cui sarebbe gettata tutta la famiglia! E in quale momento! Pensi a qual tenue filo s'attiene ormai l'esistenza del marchese Matteo. E sa cosa sarebbe ora per lui il colpo crudele che ella gli arrecherebbe!
No... interruppe Bianca indovinando no...
S insist spietatamente il dottore. Sarebbe... la fine.
Bianca rec le mani alle tempia, con un gesto pazzo. Ma, dottore, grid, pensi a ci che mi chiede...
Il dottore pens che non era il momento d'aver piet. E non l'ebbe. Prese il suo cappello, come per escire.
Dottore esclam Bianca atterrita mi lascia ora?
Signora Marchesa rispose severamente il vecchio non ho altro a dirle. Ho la coscienza di aver adempito al mio dovere, depongo ora nelle sue mani la responsabilit di quanto pu accadere.
Oh dottore! supplic donna Bianca. Non mi lasci... cos. Ella vede cos' per me quest'annunzio...
 appunto perch so, interruppe con profonda compassione il dottore, quali lotte si combattono ora nell'animo suo... vorrei ch'ella non si appigliasse ad una disperata e irreparabile decisione. Io non ho il diritto di penetrare nei delicati recessi della sua coscienza; lei sola pu vedere sino a qual punto potrebbe tollerare quella che, nelle sue circostanze, potrebbe essere la forma pi difficile e meritoria dell'espiazione: l'espiazione, cio, del silenzio.
Il silenzio? disse impetuosamente Bianca. Ma se mi  tanto costato fino ad ora il serbarlo cogli altri! se...
Intendo, signora Marchesa. Ma non posso darle altro consiglio. Accetti questo da un vecchio amico, da un uomo che  stato giovane, che ha amato, che ha sofferto, e che la compatisce... con tutta l'anima sua...
Essa piangeva ora in silenzio, ascoltandolo.
Mi creda, continu sempre pi commosso il dottore, non s'appigli ciecamente ad una risoluzione di quella gravit. Ad essa potr sempre ricorrere, quando s'avveda di non poter reggere all'altro cimento. Si provi. Soffrir molto, incessantemente, ma soffrir sola. Ho il presentimento che Tonio non s' ingannato, che suo marito pu giungere da un momento all'altro. Ed egli non deve avvedersi che lei, fosse per un momento, ha pensato a disertare il posto assegnatole da Dio, nella battaglia della vita! In avvenire, le ripeto, far ci che creder. Ma ora, mentre un'ombra solenne sta forse per protendersi su questa casa, non evochi lo spettro del rancore e della vendetta. Non turbi la pace di quei poveri vecchi, rispetti la tarda gioia che Dio loro concede, e che pu esser l'ultima per essi.
Bianca continuava a piangere. Egli le prese le mani dolcemente: Marchesa le disse non pianga, Dio l'aiuter!
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Tonio non s'era ingannato. Pi tardi, quando il giorno volgeva alla fine, una carrozza polverosa si ferm davanti al cancello del giardino. Un signore magrissimo, dal volto abbronzato, discese in fretta dal legnetto e conged il vetturale. Rimase un momento immobile, guardandosi attorno. Poi con passo rapido, bench alquanto zoppicante, si avvi pel viale, e giunse in breve alla villa. Le rondini schiamazzavano pazzamente attorno alla gronda. Il cane del giardiniere, un botolino novello, che non conosceva colui, lo credette un intruso e gli mand dietro, con insistenza comica e dispettosa, una prova mal riescita d'abbaiamento. Ma l'intruso non s'intimor, pass sorridendo. Pure era inquieto, gli pareva di sentirsi fiacco assai, come se tutte le fatiche, le stanchezze del suo viaggio, cos lungo ed avventuroso, si ripetessero ora, nelle inesprimibili sensazioni di quel momento. Perch non si vedeva nessuno a terreno? Perch al primo piano due finestre erano chiuse?
Affrett il passo, e si trov sotto l'atrio. Qualcuno s'avviava lentamente alla sua volta. Era un volto cognito: ma che gli fece provare in quell'istante una sensazione sgradita, il volto del dottor Ferri.
Dottore! chiam forte.
Il dottore gli venne incontro, frettolosamente, con un sorriso rassicurante.
Si trattennero sotto l'atrio per setto o otto minuti, poi salirono assieme.
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Ai vecchi riesc placida, incolume la suprema ora di gioia alla quale il dottor Ferri aveva saputo accortamente prepararli, nel giro di poche ore. E come se una misericordiosa complicit della Provvidenza volesse far quella gioia pi piena e fiduciosa, un non lieve miglioramento si manifest nella malattia del marchese Matteo. Egli pot dunque ottenere che i suoi risalissero, dopo pranzo, in camera sua, e vi si trattenessero sino ad una cert'ora. La vecchia Marchesa aveva fatta accostare al letto la sua poltrona a rotelle, e quei due che il Marchese si ostinava a chiamare gli sposini erano entrambi a pi del letto, proprio dirimpetto a lui. Bruno gli parlava della meravigliosa flora osservata nei suoi viaggi, ma il vecchio pensava a ci che Bruno direbbe all'indomani, quando avrebbe vista quella maravigliosa variet di rose, che era costata a lui e a Tonio tanta fatica di studi e di esperimenti.
Bianca era d'un pallore cereo, ma nessuno pensava a far le meraviglie di quell'effetto, tanto naturale, dell'emozione provata nel rivedere suo marito, dopo una separazione di due anni.
Un paralume di seta verde attenuava la luce della lampada, e il vecchio Marchese contemplava i suoi nella mitezza della penombra. Il dottor Ferri gli aveva raccomandato di non parlare, ed egli stava zitto, abbandonando sempre pi sui guanciali la sua bella canizie argentea e il candore del suo vecchio volto. E adagio adagio, come cullato da quelle sommesse voci, s'addorment.
Dorme... disse ancor pi sommessamente la marchesa Clara. Lasciamolo riposare.
Per un momento si trattennero ancora attorno al suo letto. E nella camera regn quel silenzio, quella specie di raccoglimento religioso che si avverte talvolta, anche in pieno giorno, nell'interno delle case, quando il bambino, o il vecchio per l'appunto, attingono nel sonno, l'immagine della morte, la strana forza di quel riposo ch' il pi potente ausiliario della vita, nei suoi primordi e nel suo declinare.
Il silenzio dur a lungo... anche pi tardi, anche quando la vecchia Marchesa rimase sola nella camera di suo marito... La vecchia casa tacque, pensosa... Gli spiriti famigliari, le cose tutte serbarono il silenzio, come per un sacro patto, sapevano anch'esse che il vecchio s'era addormentato... sorridendo ai suoi figli.
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Il signor Bottacci aveva anch'egli le sue ore di udienza. Ma nel suo studiolo non s'udivano, come nell'atrio dove donna Bianca accoglieva benevolmente le sue poverelle, i queruli racconti della miseria e i cori pietosi del ringraziamento. I clienti del fattore non solevano prolungare con lui le spiegazioni e i ragionamenti, per lo pi, la voce secca e stridente di lui s'alzava sola, come quella d'un despota.
Questa era dunque un'eccezione. Il giovane contadino che si trovava davanti a lui, in quel momento, era visibilmente irritato e non si tratteneva dal dire alte e chiare le sue ragioni. No, non avrebbe mai creduto una cosa simile. Mandarlo via, cos sui due piedi, mentre egli credeva di poter continuar a tenere in affitto la masseria, come l'aveva tenuta per tanti anni suo padre.
Mah! disse Bista che volete? non  colpa mia. Io ubbidisco agli ordini.  il signor padrone che ha disposto cos.
Il padrone! borbott iroso il contadino cosa vuol che sappia il padrone? Il padrone si fida del fattore...
Ah! vi pare nevvero? Eh giovanotto... vorrei vedervici! Sapete per cosa si fida il padrone, a cosa  buono il fattore? A farsi prendere in odio da tutti. Ma a S. Martino, a chi toccano i rimproveri, sa non consegna l'entrata che  scritta sui registri! Le prediali, le decime, chi le paga? E pel resto... gli danno retta come a un cane in chiesa... Oh! una volta, la cosa era diversa, i padroni lasciavan correr l'acqua per la sua china. Ma ora, con questo padroncino, che a girare il mondo, ne ha imparate di tutti i colori!  peggio d'un aguzzino...
Il contadino scuoteva il capo, e non era punto persuaso. E, per sua mola ventura, era di carattere aperto e sincero, e sentiva il sangue ribollirgli nelle vene.
 un pezzo disse acerbamente che si sente a ribattere quel chiodo. A sentirla lei, i padroni son tutti senza fede, n legge, che vorrebbero succhiare il sangue ai poveri. Mentre invece...
Bista gett sul suo interlocutore uno sguardo strano. Poi disse semplicemente. Fate una cosa, andate da lui, e ditegli le vostre ragioni.
No disse esasperato, il contadino, da lui non ci andr. Ma so ben io da chi andr. Andr dalla signora marchesa Bianca.
Ah! andrete dalla signora marchesa Bianca. E credete?
Per Dio santo? grid il giovane, che non ci vedeva pi lume il nostro appoggio ce lo abbiamo anche noi, ormai. Crede che non si sappia che adesso il signor marchese Bruno solo vede cogli occhi di sua moglie? Non  forse stata lei a ottenere la rimessa del debito a Graziano? non  forse lei che ha fatto rifare al Pino la stalla che gli era bruciata? Ne campa, sa, della gente colle elemosine che la marchesa Bianca fa fare a suo marito! Che abbia ad esser io solo ad ottener nulla?  buona sa quella signora! E se  vero quel che ho sentito a dire...
Cosa? chiese Bista, attentissimo.
To', che abbia presto da regalare un erede... al signor Marchese.
Che? interruppe violentemente Bista chi... chi vi ha detto questa cosa?
Mah! continu il contadino l'ho sentito a dire... cos per aria..., dalla suocera della mia cognata, che va in cucina a fare i servizi. E sarei contento che avesse questa consolazione, anche per quel povero signor padrone vecchio, ch' sempre sulle undici ore, per andarsene al mondo di l. E poi, sarei contento per tutti, perch lei ha un bel dire, signor Bottacci, ma io non posso credere che i padroni siano davvero come dice lei!
Ebbene soggiunse Bista, ch'era tornato perfettamente padrone di s provatevi.
E nella placidit di quella frase, mise un sottinteso cos palese di minaccia e di sfida che il contadino, sconcertato, parve esitare per un momento.
Si guardarono in silenzio, mentre un sorriso crudele sfiorava le labbra di Bista.
Provatevi, disse ancora il fattore, allungandosi pi comodamente sul seggiolone.
L'altro sbatt violentemente sul tavolino il cappello, che aveva sempre tenuto fra le mani, in atto rispettoso.
Ebbene disse lo so che lei pu far veder bianco o nero come le piace, e che ha fissato di farmi andar via, nemmeno Cristo mi terrebbe al posto che vuol dare ad un altro. Nessuno gliele avr dette queste verit... nevvero? Ma adesso, a me non importa niente, che lei abbia le braccia lunghe. Far come hanno fatto tanti altri, qui in paese. Me ne andr in America, e addio a tutti. Non ho figli, n moglie,  presto fatto. Ma... per Dio santo, prima d'andar via... voglio parlarle a lei, a Donna Bianca! E, una volta o l'altra il rimedio lo trover essa, che la sa lunga, e che vuol bene ai poveretti. Ha ragione lei, che non  mica pi come un tempo.
Bista lasciava che l'iroso contadino si sfogasse a sua posta, e lo guardava con un sorriso ironico. Ma in realt era inquieto. Lo sapeva anche lui che non era pi come un tempo. In casa d'Arcello regnava ora un ordine reale: una direzione seria e imparziale aveva rinnovato l'andamento della casa. E questa direzione accennava ad estendersi a tutti i rami dell'amministrazione, gli abusi scomparivano un dietro l'altro. Bista stesso poteva constatare sino a qual punto l'influenza della sposina si fosse ingigantita da qualche tempo in qua... mentre egli aspettava.
Forse, aveva aspettato un pochino troppo?
No, era sempre a tempo. Gli piaceva anzi, di assistere ai progressi di quell'influenza, di vederla avvalorarsi giorno per giorno. Pareva quasi compiacersene. Nei primi tempi, dopo il ritorno di Bruno, era stato in attesa di qualcos'altro... di qualcosa che non lo avrebbe punto meravigliato, stante la sua profonda intuizione del carattere della marchesa Bianca. Ma, evidentemente la padroncina aveva stimato pi saggio l'appigliarsi ad un altro partito, assai pi prudente Si capiva ch'era stata consigliata altrimenti. E la cosa s'era prolungata, avviandosi verso la soluzione pacifica che avrebbe suggellato per sempre, nella tomba del silenzio, il mistero del passato. Ma ora? s'era vero ci che aveva detto il contadino? la cosa mutava aspetto.
Ebbene disse Bista a un tratto hai capito ora? Io non ci posso nulla. Dirigiti pure a donna Bianca. Ma non so se arriverai a tempo, caro il mio ragazzo!
L'altro stette in dubbio un momento, cercando d'intendere. Ma non vi riusc. Si morse fortemente le labbra, ed esc senza salutare.
Quando fu solo, Bista balz in piedi, con una mossa subitanea, col viso stravolto. Rimase in forse per un momento.
Ma quell'esitazione non dur a lungo. Con un gesto rapido e deciso, egli agganci il primo bottone della giacca. Poi prese il bastone, il cappello. Ebbe ancora un momento d'incertezza, davanti ad un tiratoio, chiuso a chiave, del suo tavolino.
No, disse poscia, crollando il capo, non occorre... quella sta bene l, posso far senza; non occorre neppur ch'io ne parli!
Si cacci il cappello in testa ed esc.
Giunse poco dopo alla villa, e chiese del signor marchese Bruno. Fu introdotto nella biblioteca, e si ferm dietro a quella massiccia scrivania dove, tre anni prima, il padrone gli aveva annunziata la sua prossima partenza.
Quando Bruno ud entrar Bista, sollev il capo. Il suo volto era raggiante, cos beato che sembrava quasi bello: strano a dirsi, rammentava quello di Febo. E il suo accento, quand'egli salut il fattore, era cos vibrante, tradiva una cos impetuosa beatitudine d'orgoglio, che a Bista non rimase dubbio di sorta. E per un secondo, ebbe compassione di quell'uomo, della sua nuova gioia.
Ma subito si vinse, non era venuto per aver compassione.
Alcune ore dopo, mentre cominciava ad annottare, il dottor Ferri ebbe una sorpresa. Il marchese Bruno d'Arcello veniva a cercar di lui. Allorch il giovane signore pose piede nel salottino, rischiarato da una lucernetta posata sullo scrittoio, il medico s'alz di scatto, colpito dall'inesplicabile smarrimento che si tradiva sulla fisonomia del suo visitatore.
Il marchese Matteo? chiese angosciosamente Ferri  accaduto qualcosa?
S mormor Bruno, con una specie di calma disperata  accaduto qualcosa... Ma non si tratta di mio padre... Si tratta... di me!
L'altro tacque, aspettando con un gran battito al cuore, col terrore d'indovinare...
Voi cominci Bruno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
La notte era a mezzo il corso quando ebbe fine il colloquio di quei due. Escirono assieme e si avviarono lentamente verso la villa. Allorch furono giunti presso la porticina che dava adito al giardino inferiore, si fermarono e rimasero immobili per un istante, senza parlarsi, senza guardarsi. Nessuno li avrebbe presi in quel momento per ci che erano realmente: il proprietario di quella stupenda villa ed un suo amico. Sembravano quasi due malviventi, che attendessero accomunati, da una tenebrosa complicit.
Il silenzio era cos profondo attorno ad essi, che si sentiva distintamente il sussurro incessante dello zampillo, all'interno del giardino.
Finalmente Bruno si scosse. Tolse di tasca una chiave e la spinse nella serratura. Ma prima di aprire si rivolse bruscamente verso Ferri e gli disse con voce soffocata e imperiosa.
Cos!
Cos! rispose sommessamente il dottore.
E si separarono.
Ma Bruno non rientr subito in casa. Stette immobile, per un momento tenendo inerte la mano sul manico del paletto. Visse cos, sono momenti che equivalgono nella vita, ad una vita intiera di torture e di lotta... Si ritrasse bruscamente, guard dietro a s, come chi prova la tentazione, sente la suprema necessit di una fuga... Ma subito dopo, scosse il capo...
No... disse a voce quasi alta tutto... fuorch questo.
Apr violentemente la porta ed entr.
...
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...
Dieci giorni dopo all'incirca, in una bella, ma fredda mattina di novembre, il dottor Ferri esciva dalla camera del marchese Matteo d'Arcello. Egli capitava ormai di frequente alla villa, e la marchesa Clara aveva fatta la peregrina scoperta che quel signor dottore era (a malgrado delle suo deplorevoli convinzioni politiche) un uomo di vaglia e di buon consiglio. Le sue visite per erano sempre professionali. Il periodo acuto della bronchite del vecchio marchese era stato superato, merc l'energica cura indicata dal dottore, ma la guarigione non era completa, la convalescenza si trascinava da parecchi mesi e certi sintomi, abbastanza inquietanti, non ristavano dal far capolino. Il marchese Matteo aveva d'uopo del pi completo riposo e di cure incessanti, e queste gli venivan pi specialmente prodigate da Bruno, mentre a Bianca, a cagione del suo stato ormai dichiarato, si evitava ogni soverchia fatica.
Ma quella mattina, Bruno non s'era veduto in camera dei vecchi, e don Matteo aveva trattenuto a chiacchere il dottore, parlandogli un po' dei suoi malanni, molto delle sue rose, ma ancor pi del piccolo ospite atteso, quel nipotino che si vedrebbe ruzzar per casa l'anno venturo. Gi, non si metteva neppur in dubbio. Doveva essere un nipotino, e si chiamerebbe Febo, come tutti i primonati di casa d'Arcello, come quell'altro, il suo Febo, il suo primogenito.
La visita s'era dunque prolungata, in mezzo a queste liete confidenze. Pure il dottore si dirigeva a lenti passi, verso le camere di Bianca, come se sentisse il bisogno di prepararsi meglio a quella visita.
La giovane marchesa d'Arcello era sola nel suo antico appartamento, intieramente e di recente rimodernato. Vestiva una ricchissima matine non assestata alla vita, e le cui pieghe opulenti dissimulavano l'alterazione, ancora lievissima, delle forme della persona. L'atmosfera era tiepida in quel sontuoso ambiente; varie chaises longues di raso, guarnite di morbidissimi cuscini, invitavano al riposo. Quella stanza aveva qualcosa del nido: alcuni particolari tradivano la cura speciale di renderla comoda e simpatica a chi doveva abitarla. Era veramente la "camera della sposa," quella dove la prossima maternit si elaborava nella gloria nuova d'una sofferenza, concretandosi nella realizzazione d'un sogno lungamente careggiato da tutta una famiglia. Donna Bianca mosse incontro al dottore e gli porse la mano.
Don Bruno? chiese il dottore mentre un rossore fuggitivo e l'espressione d'un intimo sforzo passavano sul suo volto.
Come? rispose donna Bianca non le hanno detto che  assente?  partito sino da ier mattina per la tenuta del Vicentino.
Ah... E torner?
Non so precisamente quando, ma credo non sar assente pi di qualche giorno.
Ferri non rispose. Il suo sguardo studiava profondamente la fisonomia di donna Bianca.
Questa, come se indovinasse la severa interrogazione di quello sguardo, abbass il suo, ed un lieve tremito nervoso agit le sue labbra.
Signora Marchesa chiese il dottore ella ha pianto stamane!
S mormor Bianca ho pianto.
Egli le prese la mano e sent il polso.
 alterato disse e ci non dovrebbe essere. Cos, dunque, ella pon mente alle mie raccomandazioni?
Ahim! mormor donna Bianca S che non sono docile, che non sono buona, che non merito la sollecitudine di nessuno. Ed appunto, certe volte, il vedermene oggetto mi turba e mi rattrista... Io...
Lei, interruppe il dottore, lei ha un torto grave... quello di ostinarsi a rammentare. Lasci in pace il passato... pensi soltanto a ci che le promette il presente.
S rispose con profondo scoramento la marchesa. Ci sono dei momenti in cui l'idea di questo presente mi inebbria della sua felicit... allora non mi ricordo, allora sono felice anch'io... Ma subito, mi rammento, e mi pare di aver fatto male scordando, fosse pure per un minuto. E quando penso che sar cos... sempre cos... Creda... temo a volte di non aver forza bastante per tener testa a me stessa.
La forza non le verr meno, signora marchesa. Ne abbiamo in noi stessi, ben pi di quanto crediamo, e l'occasione soltanto la pu suscitare in noi. Ed ella deve attingere la sua forza all'intensit stessa del sentimento che Dio le ha messo in cuore.
Ah... se le dicessi che questo sentimento per l'appunto  quello che pi mi strazia!
S'arrest, cercando le espressioni, scoraggiata di non poter spiegare a modo suo, la tempesta di affetti che s'agitava nel suo cuore.
Abbia pazienza, dottore, mi lasci dire. Non posso mai, mai, sfogarmi con nessuno. Non mi riescir di spiegarmi bene neppur ora, ma ella m'intender. Questo sento io: di non poter mai amar l'una di queste due creature senza arrecar torto all'altra. Penso al loro avvenire cos dissimile, all'ingiustizia crudele, e pure inevitabile, del destino che tutto accorda ad uno e all'altro tutto nega: mi pare che ognuno d'essi abbia esclusivamente diritto al mio amore! Oh amico mio! Lei, le circostanze, le fatalit hanno voluto ch'io tacessi. Ho taciuto, e non me ne pento, perch, in certi momenti, l'orgoglio, la gioia d'esser madre liberamente, di poter amare la mia creatura  pi forte di tutto, ma... quanto sarebbe meglio ch'io fossi morta prima di ci...
Egli le strinse dolcemente la mano. No, donna Bianca, non dica cos.
S ripet aspramente la marchesina. Ora non siamo in scena, posso dire la verit. S, sarebbe stato meglio, cento volte meglio ch'io fossi morta prima di trovarmi a cimento con delle passioni che sono state, che sono tuttora, pi forti di me, in balia d'un destino che mi trascina per una via ignota, dove mi urto di continuo a quanto v'ha di pi crudele per una donna a cui Dio non abbia tolto ogni barlume di coscienza, ogni rispetto di s stessa e dei propri affetti.
Il dottore non l'interrompeva pi, non tentava neppur di calmarla. Forse quella febbrile violenza d'espansione, favoriva i suoi secreti intendimenti; forse, quello scatto inatteso poteva farle parere meno atroce la rivelazione della sventura ch'egli doveva in quel giorno stesso, farle palese.
Ebbene le chiese nettamente cosa conta di fare, adesso?
Bianca non s'aspettava quella domanda. Rec le mani alla fronte, cercando angosciosamente, nel suo cervello, una risposta adeguata. Ma non seppe trovarla.
Non so... disse finalmente.
E per un momento serb il silenzio, uno di quei cupi e disperati silenzi, in cui l'animo rifugia la mortale angoscia delle sue perplessit.
Non so... ripet ancora dopo una lunghissima pausa. Ma sento che mi sar impossibile il continuare cos. Queste ultime battaglie hanno pressoch esaurite le mie forze. Ora, lo so, non posso far nulla. Ma quando in casa d'Arcello ci sia un ospite di pi..., allora... mi ricorder di Alberto... Ah! ma lasciar questo... questo o questa... che potrei amare gloriosamente in faccia a tutti! Eppure... Non so... ripet per la terza volta questo strazio  troppo forte per me.
Infatti ripet il dottore con un accento misterioso e solenne questo strazio era troppo forte per lei.
Essa lo guard fissa, colpita da quell'accento. Ma egli evitava il suo sguardo.
Dottore grid Bianca balzando in piedi: perch non parla, cosa c'?
Egli continuava a tacere, pallido, turbato.
Dottore, ripet Bianca sempre pi imperiosa, parli una volta, dica la verit... Da qualche giorno ella non mi parla di Alberto... di mio figlio... Ed io voglio le sue notizie, le voglio, intende? Non ho gi cessato d'esser sua madre perch sono la madre d'un'altra creatura. Badi, non abbassi gli occhi cos... E se non mi dice la verit, io parto ora... intende? subito per...
Egli la preso per mano, l'obblig a sedere, le sedette vicino. E allora, con tutte le cautele della piet pi profonda e sagace egli arrec alla misera madre il colpo crudelissimo che stava sospeso sul capo di lei! Le annunzi che l'ultimo anello della sua catena era infranto, che l'ultima testimonianza della sua cieca passione era scomparsa! Ella seppe che il frutto della sua prima maternit era caduto dal ramo, seppe che il suo bambino, il suo Alberto era morto, malgrado le pi amorose cure, in seguito ad una di quelle brusche malattie che decimano la prima infanzia. Una sventura irreparabile aveva tutto riparato; il nodo gordiano dell'avvenire era stato tagliato colla lama d'uno strazio inesprimibile, d'un colpo solo, pari al colpo d'un abile giustiziere. Tutto il mistero, le gioie, il rimorso, l'onta del passato s'erano infranti in quel colpo, e le loro reliquie giacevano tutte in un piccolo feretro. Cos era sciolto il dilemma: un piccolo feretro, nulla pi...
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PARTE SECONDA.
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Capitolo 1.
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Una bella mattina Firenze, destandosi, seppe ch'era divenuta capitale del Regno d'Italia.
Fu bello davvero, il risveglio di quella citt elegante, nicchiata nell'eterno idillio dei suoi colli e nella vetusta maest delle sue memorie. Essa non si meravigli punto della sua inaudita fortuna, accolse pronta, con gloriosa letizia, quel torrente di prosperit, di onori, di esaltazioni. Sbalzati a un tratto col, tutti i congegni caldi ancora dell'ardore della loro fusione, tutte le molle tumultuanti di quell'altissimo portato dei tempi che si chiam ad un tratto il Regno d'Italia, vi si attendarono chiassose, in un magnifico disordine di giovent tripudiante. L'antica sede medicea festeggi con calda ebbrezza il trionfo di quel momento, il pi bel momento forse dell'intera sua storia; seppe sposare alla freschezza di quel momento cos divinamente moderno, il tesoro, educato dai secoli, delle sue artistiche bellezze. Firenze gioiva, beata di sentirsi sopraffatta dall'invasione, di sentirsi costretta a restringere da ogni lato la sua vita intima, personale, per far posto all'irrompere della vita nuova, all'irruenza di quel centro vitale, ove pulsava il cuore della patria risorta. Firenze assisteva ridendo alla rapidit fantastica della sua trasformazione. I palazzi dei gran signori diventavano Ministeri, la burocrazia veniva a deporre il suo solito e borghese portafoglio di cuoio, nei recessi dorati, dove l'arte aveva nidificato per secoli e secoli, come una rondine fedele alla sua nota trave. I Lungh'Arni si espandevano, si allungavano di continuo, a vista d'occhio. In quell'evoluzione progressiva, tutto tendeva a nobilitarsi; le catapecchie assumevano aspetto di case, le case diventavano palazzi, i palazzi si tramutavano in succursali della reggia. Vittorio Emanuele stava a Pitti, e il fior fiore dell'Italia faceva capo a Pitti, quella titanica fantasia di sasso, nata dal puntiglio amoroso d'un privato. Il tempo era splendido, Firenze era splendida, il carnovale era splendido, gli elementi anche i pi disparati scordavano di volersi soverchiare l'un l'altro, Firenze non aveva ancor presa la cattiva abitudine di affibbiar dei nomignoli ai Piemontesi e i Piemontesi quella di aversene a male. Firenze non pensava a far degli epigrammi. La sposa regina vagheggiava nel suo fresco specchio d'argento l'immagine affascinante della sua belt coronata, dava udienza alle sue dame e... si divertiva.
In un delizioso salotto d'una delle pi belle palazzine dei nuovi centri, ora riunita una lieta brigatella di gentiluomini, tra i quali si contavano due o tre ufficiali dell'esercito italiano. L'ambiente era tiepido, gaio, illuminato da una mezza dozzina di lampade accese, e in quel chiarore allegro s'accusava, in tutta la delicata finitezza dei suoi particolari, il lusso veramente signorile dell'addobbo. la conversazione era assai animata, ma si atteneva strettamente all'intonazione pacata che aveva saputo imporlo il tatto squisito della padrona di casa, la sola signora che allietasse quella riunione.
Ma gli ospiti non pensavano a lagnarsene. La duchessa Giulia del Monte possedeva a perfezione l'arte di rendere piacevoli i suoi ricevimenti: non dava feste propriamente dette, ma soleva riunire ogni gioved, alla sua tavola, gli amici suoi e quelli del fratello, il conte di Santieri, brillante ufficiale d'ordinanza di S. M. il Re Vittorio Emanuele. Vedova da parecchi anni, ancora di buonissima et e ben provveduta di beni di fortuna, non aveva voluto saperne di rimaritarsi; serbava un profondo ed affettuosissimo culto alla memoria del marito, ed aveva concentrate tutte le sue cure su un'unica bambina, che adorava. Non era bella, ma piacentissima; possedeva, assieme a un carattere molto franco ed indipendente, uno spirito pronto assai ed una meravigliosa intuizione delle cose. Le difficolta della sua posizione non l'aveva clta all'improvviso. Essa aveva saputo armarsi contro tutte le sorprese ed il mirabile sangue freddo, il senso pratico della giovane vedova l'avevano mirabilmente aiutata a traversare incolume quel fortunoso braccio di mare che si chiama la societ. Aveva saputo anzi guadagnare la stima e l'ammirazione generale; era benvoluta dai pi, invidiata da molte, e se la sua schiettezza e la sua penetrazione le tenevan lontana la turba vana degli adulatori e dei vacui damerini, essa non pensava certo a rammaricarsene. Gli inviti da lei dispensati per i suoi pranzi intimi erano ricercatissimi, e l'ottenerli non tornava facile. Ella aveva il diritto di mostrarsi esigente ed esclusiva nella scelta dei suoi convitati. E ne usava.
Quella sera la Duchessa era in abito da ballo, e, dopo aver gettato uno sguardo sulla pendola del caminetto, aveva cominciato, senza interrompere la conversazione, a calzare un paio di lunghissimi guanti di pelle bianca. Quand'ebbe compiuta l'operazione, alz ad un tratto, con un gesto scherzosamente imperioso, una delle manine test guantate.
Quello era senza dubbio un noto segnale, sul significato del quale nessuno poteva ingannarsi. Il filo della chiacchiera in corso si ruppe improvvisamente, uno scontento generale si manifest sui volti degli ospiti, ed un coro di vivaci proteste sussegu immediato.
Ma  impossibile, non sono le dieci;  troppo presto per mandarci via; una persona che si rispetta non si reca ad una festa in queste ore barbare. E la Duchessa rideva, ma di cuore.
Barbare per voi, rispose scapestrati incorreggibili, che cominciate a destarvi quando gli altri vanno a letto. Ma in casa della brava gente, si fa altrimenti, sapete?
Roberto disse uno degli ufficiali, rivolgendosi al fratello della Duchessa,  possibile che tu dimentichi a questo modo di far valere la tua autorit fraterna, ammettendo che la Duchessa ci metta alla porta, cos crudelmente, per andare ad un ballo che incomincia alle dieci?
Ma! rispose ridendo Santieri, Giulia si emancipa terribilmente da qualche tempo in qua; e siccome stasera non l'accompagno io, cos non ho il diritto di impedirle di compromettersi.
L'altro stava per replicare, ma l'improvviso sopraggiungere d'una visita interruppe quella scherzosa discussione.
Il nuovo arrivato era un uomo sui quarantacinque anni, d'aspetto distintissimo e di fisonomia oltremodo simpatica. Recava all'occhiello dell'abito una piccola filza di decorazioni italiane ed estere.
La Duchessa e suo fratello gli fecero la pi festosa accoglienza.
Oh, Celati! gli disse quella, porgendogli la mano. Come siete stato buono di rammentarvi di noi nel periodo acuto del vostro successo... Ho sulla coscienza il rammarico della vecchia S... Pensate che dispiacere le avete fatto, poverina! Non poter produrre per la prima un uomo che viene dall'estremo Oriente!
E che vi tornerebbe volentieri oggi stesso rispose il conte Celati se dovesse scontare a prezzo di rclame le gioie del ritorno. Fui dolentissimo di non venire a pranzo quest'oggi da voi, ma mi lusingavo di poter passare un'ora o due in vostra compagnia prima che prendeste il volo per il ballo dell'ambasciata inglese.
E chi v'ha detto rispose gravemente la Duchessa che io vada al ballo dell'ambasciata inglese?
La vostra toeletta  eloquente, cara Duchessa, e ho veduto abbasso, in corte, il fatale profilo del vostro brougham. Mi pareva bens un po' presto, ed  ci che mi ha dato il coraggio di salire.
La signora Duchessa osserv un giovane biondo, si mette in viaggio per tempo. Immaginatevi, che vuole andare sino in Boezia.
Essa si volse prestamente, e lo minacci col ventaglio.
Bravo visconte, l'avete detta giusta! In Boezia. Ma peccato, nevvero, che per una consuetudine inalterabile, non si abbia l'abitudine di ricevere forestieri in Boezia, cio in casa d'Arcello?
Il viscontino francese si mise a ridere, lievemente impacciato, ma il conte Celati ebbe un atto di sorpresa.
Che! disse con vivo interessamento avete detto d'Arcello? Lombardi, non  vero? Marchesi d'Arcello?
Come! rispose la duchessa con lieta sorpresa li conoscete? Lombardi, infatti, una famiglia delle pi distinte. La marchesa  una d'Ancraserra, ed era, in convento, la mia amica del cuore.
Non ho l'onore di conoscere la marchesa d'Arcello, ma conobbi moltissimo un d'Arcello. Feci con lui il mio primo viaggio in Africa.
Oh, Dio, Celati! non v'invidio punto, vi dovete esser seccato a morte. Ben inteso, se parliamo dello stesso individuo. Il marito di Bianca, cio, Bruno d'Arcello.
Precisamente, Bruno d'Arcello. Un giovane magro, snello, un po' zoppo.
Bruno, magro, zoppo finch volete, ma giovane, poi... Ho l'intima convinzione ch'egli sia nato a quaranta anni, colla fisonomia cupa che ha oggigiorno. E non ho mai saputo capacitarmi come possa essere il marito di Bianca.
Incredibile! appoggi il viscontino. Il gnomo che custodisce la bella principessa incantata e non le permette di ricevere forestieri.
In quanto a ci ribatt la duchessa potete ringraziarne un pochino Bianca stessa. Essa ha su questo proposito le vedute di suo marito. Ch'egli si ostini nella meschineria dei suoi pregiudizi di campanile, si capisce, ma Bianca...  un altro par di maniche. Ma davvero continu, rivolgendosi nuovamente a Celati avete vissuto con Bruno d'Arcello, sinch dur la spedizione?
Per due anni intieri, nella spedizione alla quale egli prese parte, se non erro, poco dopo aver preso moglie. Fu un'impresa abbastanza arrischiata, e ricordo una circostanza nella quale il coraggioso intervento di Bruno mi salv da un grave pericolo. L'amicizia si stringe presto fra due giovani e in tali circostanze. Diventammo indivisibili.
E poi? chiese la duchessa.
Quando io ricevetti la mia nomina di console a Gerusalemme rispose il conte Celati Bruno si disponeva a far ritorno in Europa. Ci separammo con immenso dispiacere, promettendo di scriverci, di ritrovarci. Gli scrissi, e mi rispose: gli tornai a scrivere, e non ebbi risposta di sorta. Tentai pi volte di ravvivare la corrispondenza, ma non ci fu modo. Egli non mi rispose mai, e io lo persi completamente di vista. Ora, sento che  qui, e naturalmente tutte le vecchie memorie tornano a galla.
Ma certo, disse Giulia con interessamento, io capisco benissimo. Fu anche per me una deliziosa sorpresa, quando ritrovai Bianca. Erano da poco tempo stabiliti a Firenze per motivi di salute. Bruno...
Come! interruppe il Celati Bruno era ammalato?
E abbastanza da impensierire Si trattava di una specie di marasmo, venuto in seguito al dispiacere da lui provato per la morte del padre e della madre, avvenute a brevissimo intervallo l'una dall'altra. Erano stabiliti in campagna, alla bellissima villa d'Arcello, ma, dopo quella duplice disgrazia, Bruno prese in uggia la dimora ad Arcello, e ora, credo non vi passi pi di qualche mese in autunno...
Sono soli? hanno famiglia?
Un bambino soltanto, un caro ragazzino sui nove anni, e del quale Bianca si occupa moltissimo.
Anche troppo interloqu da lungi Gino de Murli. L'amor materno spinto a quest'eccesso diventa qualche cosa di opprimente. Impossibile far visita alla marchesa Bianca senza trovarla in materno colloquio con Febo.
Il tono di questa osservazione era cos comicamente dolente, che tutti si misero a ridere, e la duchessa disse a de Murli ch'era un bel ...no, un brutto impertinente.
Da tutto ci not il Celati posso supporre che il mio antico camerata  un uomo felice.
Ah! grid la duchessa battendo lietamente le mani udite, signori... ve ne prego... cosa ha detto questo illustre viaggiatore! Certo che Bruno d'Arcello  l'uomo pi invidiabile della terra. Prima di tutto, perch ha la fortuna d'avere sposata la mia amica Bianca d'Ancraserra...
Approvato sclamarono tutti in coro.
E poi? chiese sorridendo il Celati.
E poi sospir il principe Marinelli, un napoletano stabilito da vent'anni a Firenze perch ha un amore di bambino.
Perch ha trecentomila franchi di reddito soggiunse pateticamente un secondo.
La pi bella pariglia che si ammiri alle Cascine.
Un palazzo stupendo.
Un chef de cuisine che ha rapito a Demidoff.
Delle opinioni politiche che non gli impongono d'incretinirsi a furia di feste ufficiali.
Dunque! concluse gaiamente il Celati abbiamo trovato l'introvabile, un uomo felice.
La duchessa mosse un tantino il suo ventaglio.
Ho detto solamente: invidiabile, caro Celati.
Ma voi, che avete vissuto cos a lungo e cos intimamente con lui, potrete meglio di noi, conoscere il suo carattere.
Un bellissimo carattere, duchessa. Non ameno forse, n espansivo, ma non vidi mai persona al mondo pi indifferente alle privazioni, pi imperterrita davanti ai pericoli, pi paziente nelle difficolt.
Una meraviglia quasi incredula si dipingeva sul volto di tutti, mentre la duchessa si permetteva un bello scoppio di risa.
Ah mio caro Celati, disse poscia decisamente, avete adottato in Africa l'uso degli occhiali color di rosa.
Sibilla! Siete pregata a spiegarvi.
Niente affatto, io non c'entro. Signori miei, illuminate questo illuso, ditegli che Bruno d'Arcello...
 un orso...
Un essere impossibile.
Un codino dei pi impenitenti.
Un uomo sclam con accento di profonda indignazione uno degli uffiziali che obbliga sua moglie a frequentare le chiese e la societ, che la fa ballare tutto il carnevale e digiunare tutta la quaresima, e che dovunque, all'altare come in palchetto, alla predica come alle corse, non la lascia mai un momento.
Eppure concluse Marinelli non gli si possono negare delle qualit pregevoli. Ma non , non sar mai simpatico. Senza vizi e senza passioni, freddissimo, bigotto, intollerante. E in certe cose, d'un'audacia incredibile! Non arrischierebbe certo due scudi al faraone, eppure non gioca forse uno dei pi rischiosi giochi che si possano tentare? Egli, brutto, zoppo, tutt'altro che amabile, ha per moglie una divina creatura, adorabilmente bella, piena d'ingegno e di cuore, una di quello donne ch' impossibile vedere impunemente. Orbene! egli conduce questa moglie a Firenze, badate bene, ho detto a Firenze; chiama attorno a lei la societ. Sono sette anni, capite, che dura questo gioco e..., il diavolo se lo porti, gli  sempre andata bene!
Ebbene! disse Celati, questo prova che egli ha saputo...
Non ha saputo niente affatto continu il principe. Le sue continue esigenze di rappresentanza, i suoi capricci di rigorismo, i suoi sistemi di vita tra anacoretica e mondana, quel suo continuo e tormentoso oscillare tra una mania di mondanit e una mania di pratiche religiose, avrebbero probabilmente stancata la pazienza di qualunque donna, ma la condotta di donna Bianca  tale che...
L'entrata del cameriere interruppe la conversazione. Egli veniva ad annunziare che la carrozza della signora duchessa era pronta.
Sta bene, disse Giulia, avvisate la Caterina... Sentite, Celati continu poscia, rivolgendosi al viaggiatore mi viene un'idea. Perch non mi accompagnereste in casa d'Arcello? Avrete ugualmente l'occasione di farvi ammirare all'ambasciata inglese. Dalla mia amica si comincia presto, e non si fa pi tardi delle due
Ma credete?
Oh! Bruno sar lieto di rivedervi e di presentarvi a sua moglie. E cos potrete giudicare, per conto vostro, delle orribili chiacchere di questa sera.
Egli s'inchin: Sar per me una vera fortuna il presentarmi, sotto l'egida vostra, al mio antico compagno d'armi.
Benissimo disse la duchessa. Oh! ecco Caterina. E chi vedo anche... chi vedo?
Da una porta laterale del salotto s'era fatta avanti una cameriera, che recava la pelliccia ed un fazzoletto di trina. Dietro alla cameriera faceva capolino, un adorabile visetto di bambina.
Oh! Grazia, disse la duchessa, come mai, sei ancora alzata a quest'ora?  sconvenientissimo, sa, signorina? Ors, giacch si  presa di questi arbitri, venga qui...
Ha voluto venire disse la cameriera, come scusandosi perch dice che, se la sua mamma non le d un bacio, come le altre sere, non pu addormentarsi.
La bambina era gi fra le braccia di sua madre, e questa le stamp sul volto il bacio tanto indispensabile a quell'affettuosa creaturina. Poi questa fece il giro della comitiva, festeggiatissima da tutti. Finalmente dietro un cenno amorevole, ma deciso della madre, scapp via dolcemente, con una indicibile grazietta di piccola fata che s'invola agli sguardi dei profani.
La Duchessa, frenando un lieve sospiro, s'avvolse nella sua pelliccia e, accompagnata da tutti i suoi ospiti, esc dalla sala e discese a terreno. Dopo essersi trattenuta un momento a salutare gli amici, sal in carrozza col conte Celati.
Tacevano entrambi, pensando. Ma a un tratto la Duchessa ruppe il silenzio.
Celati, disse, non ridete, e non ve ne abbiate a male, se mi permetto di darvi un consiglio. Non v'innamorate di Bianca d'Arcello.
Egli non l'ebbe a male, non rise. Non chiese neppure: "perch mi fate questa raccomandazione?" come avrebbe potuto fare uno sciocco o un vanerello.
Stette un momento in forse, poi rispose dolcemente:
Vi ringrazio Duchessa...
Siamo giunti, disse Giulia di l a poco. Cosa provate ora?
Una certa curiosit, rispose coscienziosamente il Celati, ed una emozione sincera all'idea di vedere l'uomo che ha arrischiata la sua esistenza per salvare la mia.
Siamo in ritardo, osserv la duchessa dopo un momento di silenzio, la coda delle carrozze  gi finita.
Il brougham si ferm sotto l'atrio e i due discesero. Il guardaporta spalanc un'invetriata, e il tepore d'una atmosfera di serra avvolse quei due, mentre salivano il grande scalone, la cui antica balaustra di marmo spariva frammezzo a una doppia siepe di cameglie in fiore. Furono in breve nell'anticamera. Mentre i domestici sbarazzavano il Conte e la Duchessa della pelliccia e del pastrano, la portiera d'un uscio a destra si sollev per dar passaggio al padrone di casa.
Bruno, miope qual era, non aveva ravvisato i sopraggiunti, ma si diresse rapidamente verso di loro, per accogliere, chiunque fossero, quegli invitati che arrivavano cos tardi. La Duchessa, occupata ad accomodarsi un fiore sul petto, non lo avvert, e Celati rimase un momento in forse, guardando quell'uomo, che gli pareva il suo antico, amico, quell'uomo cos pallido, cos scarno... cos vecchio.
Ma Bruno lo ravvis subito.
Celati sclam! Celati! L'altro gli gett le braccia al collo, e per un momento rimasero stretti, mentre la Duchessa, li guardava, contenta e meravigliata.
Ve l'ho condotto io, disse poi trionfalmente al Marchese.
Ma questi, come se si pentisse a un tratto di quell'esplosione involontaria, aveva gi riassunta la sua attitudine solita, s'era rifatto di ghiaccio. Ramment subito i suoi doveri di padrone di casa, e con un gesto secco e formale, offr il braccio alla Duchessa.
Vogliamo andare! disse poscia freddamente.
La Marchesa soggiunse dirigendosi a Celati sar lietissima di fare la tua conoscenza.
S'avviarono traversando le sale, stipate d'una folla elegante, dove il chiaccherio discreto e sussurante si confondeva coi dolci accordi della mazurka che si ballava in quel momento e che aveva richiamato nella sala da ballo l'elemento pi giovane e pi brillante dei convitati. E in fondo alla fuga delle sale, nel gabinetto del th, i nuovi ospiti trovarono la marchesa d'Arcello.
Essa stava ritta al tavolino del th, preparandolo per alcune signore attempate che le stavano d'attorno. Spiccava stranamente, nella perfetta fioritura della sua altiera bellezza, sullo sfondo di damasco pallido della tappezzeria, nella luce riflessa da una lumiera antica di Venezia, davanti ai luccicori vari, ricchi, delicatamente fastosi, del vasellame di Svres, dell'argenteria, dei cristalli boemi schierati sul tavolino. E Celati, vedendola comprese ad un tratto tutta la forza e la sagacia dello strano consiglio test ricevuto: "Non v'innamorate della marchesa d'Arcello."
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Lorenzo Celati non s'innamor della marchesa d'Arcello. Era gi avanti negli anni, di carattere posato, e aveva raggiunto quel periodo d'esperienza che permette a certuni, di ravvisare in s stessi ed a tempo, i sintomi precursori d'una passione. Il suo lungo soggiorno in Oriente gli aveva fatto sentire per il desiderio di ritrovarsi in quella delicata atmosfera femminile ove respira soltanto la signora vera, la donna, educata non solo, ma colta e raffinata, dalle abitudini signorili, fine ed artista persino nei proprii difetti.
Celati, stanco della solitudine intellettuale alla quale lo condannava la lontananza della stazione diplomatica assegnatagli di recente in Oriente e delle guerricciole eterne che gli movevano col le insidiose grettezze della slealt ottomana. Una cugina, della quale egli era amicissimo aveva di recente perso il marito, ed egli sent il dovere di aiutarla, per quanto era in poter suo, nella cura della numerosa figliolanza di lei. Aveva dunque rinunziato alla carriera consolare, gli ardui viaggi d'esplorazioni in cui s'era esaurita la foga avventurosa della giovent. Era venuto a stabilirsi a Firenze. L'impegno da lui assunto verso i cuginetti, gli creava quasi una famiglia, ma il suo spirito, uno spirito calmo e sagace, aveva d'uopo d'alimento, e per questo il Celati cominci a frequentare la societ. Era festeggiatissimo ovunque, per le risorse che offriva la sua conversazione, per le rare qualit del suo carattere, nonch per la distinzione dei suoi modi. Non tard guari a far la sua scelta tra i vari salotti che si pregiavano d'averlo ospite assiduo, e cos avvenne che lo si vide in breve capitare, quasi tutte le sere, in casa d'Arcello.
Bruno aveva provato nel rivederlo uno strano piacere. Gli pareva forse, trovandosi ancora con lui, di rivivere un tempo gradito? Chi potrebbe dirlo? Bruno non aveva mutato carattere: era sempre chiuso in s stesso, alieno dal palesare ci che accadeva nell'intimo dell'esser suo. La sua rinnovata intimit con Celati non si manifestava altrimenti che con un saluto abbastanza cordiale, allorch questi giungeva, con qualche breve frase di rimprovero s'egli non si lasciava vedere da qualche giorno. Se a caso s'imbattevano per le vie e se il Celati era solo, Bruno gli si accompagnava, prolungando con lui una passeggiata silenziosa, e della quale egli non determinava mai la direzione, n la durata. Anche in casa sua Bruno parlava pochissimo. Aveva per Febo un'affezione profonda, ed era attentissimo a tutto ci che riguardava la cura e l'educazione del fanciullo, ma il fanciullo aveva un'invincibile soggezione di suo padre e una adorazione appassionata per sua madre, la quale dedicava a lui tutti i momenti che le lasciavano il mondo e la chiesa, quei due inesorabili padroni che Bruno le aveva imposti, e dei quali essa aveva dolcemente accettato il giogo, non lieve.
In quanto a Bruno, nessuno poteva intendere l'attrazione invincibile che spingeva quell'uomo verso quel continuo sforzo di rappresentanza. Non s'intendeva come potesse conciliare la sua aperta professione di clericalismo, l'austerit esagerata dei suoi principi religiosi, con quella vita cos vertiginosamente mondana, e a cui, nulla pareva obbligarlo. Si sapeva che era malaticcio; pure la sua pallida faccia si vedeva sempre, dappertutto. Egli presiedeva a fianco di sua moglie i ricevimenti di casa d'Arcello. Grave, passivo quasi, in quella folla variopinta, che egli vedeva di continuo e che anche in casa sua gli era sempre straniera. Egli si occupava di tutti e di tutto, ma senza mai tradire ombra alcuna di apprezzamento o di viste personali, senza dimostrare n soddisfazione, n noia, colla regolarit fredda e instancabile di un automa.
Un lusso severo, grandioso, senza stravaganza alcuna, ma fastosissimo nella sua regolarit, attorniava i d'Arcello. I loro equipaggi eccitavano sempre l'ammirazione generale alle Cascine, e il famoso scrigno di casa d'Arcello, quello dove si erano accumulati i gioielli di due grandi famiglie, era spesso in requisizione. Bianca aveva imparato a vestirsi, ora, e la sua regale bellezza risaltava imponente, nello sfarzo artistico delle sue acconciature. Passava, senza mai stancare l'ammirazione e gli omaggi, nelle sfere pi alte e pi esclusive della societ, lasciando dietro a s delle impressioni forti e disparate. Da otto anni la si vedeva cos, ma nessuno era mai giunto ad intenderla bene. Una delicata poesia di mistero, si diffondeva attorno a quella donna. Pure, era troppo semplice per essere una Sfinge, non abbastanza serena o indifferente per rassomigliare a una Dea. Non aveva amiche intime: la Duchessa di Monte, la signora forse alla quale Bianca dimostrava una simpatia speciale e che vedeva pi frequentemente d'ogni altra, rispondeva ridendo a tutti i curiosi che si rivolgevano a lei per avere schiarimenti, ch'ella adorava Bianca, ma che ne sapeva sul conto suo, n pi, n meno degli altri. Ed era vero: quelle due donne s'erano del pari indovinate, senza sapere, e sopratutto senza chiedere una dell'altra. Poche amicizie sussistono in queste condizioni, ma l'istinto della reciproca stima, una confusa intuizione di dolori passati e taciuti, aveva riavvicinato Bianca e Giulia. Quella esistenza cos continuamente brillante aveva per Bianca delle esigenze feroci; la metteva,  vero, su un piedestallo altissimo, ma la esponeva altres alla pi terribile delle sorveglianze, quella della folla.
E questa aveva coscienziosamente adempita la sua missione: sorvegliava Bianca come un cerbero, era, in cuor suo, ingenuamente attonita di non aver mai, mai nulla da segnalare. Nei primi tempi della dimora d'Arcello a Firenze, quando non si sapeva ancora bene quali fossero i loro principii, quando nessuno s'era ancora abituato a veder giornalmente in iscena la disparit dolorosa di quella coppia, l'apparizione di quella bellezza, cos misteriosa e splendida ad un tempo, aveva esaltati parecchi cervelli. Pi d'una calda passione s'era destata sul passaggio di lei, pi d'un capriccio s'era messo in moto, pi d'una provata scienza di seduttori s'era messa in agguato. Ma invano.
Quella donna, cos semplice, cos buona, non avvertiva nemmeno ci che agitava attorno a s.
Nella inaccessibile calma della sua virt, non aveva neppur d'uopo di ricorrere a quella suprema difesa della donna che si chiama l'orgoglio; si difendeva senza ferire, con una forza misteriosa che non pareva costarle ombra di sforzo. La folla, sbalordita, non poteva credere ai suoi occhi. Qualcuno aveva detto con un cattivo sorriso di profeta: aspettiamo. Qualcun altro aveva aspettato in buonafede; aspettava tuttora. Ma la gemma continuava a irradiare la purezza sfolgorante dei suoi raggi.
Allora, non manc chi ebbe ricorso a quell'ultimo palliativo della disfatta che si chiama l'accusa. Delle voci, fatte rche dal dispetto, s'alzavano a giudicare la marchesa d'Arcello. Fu decretato esser dessa un blocco di ghiaccio, possedere soltanto la possibilit d'un'adorazione esclusiva di s stessa, della propria bellezza, non il pi lieve indizio di cuore. Un'altra schiera di malcontenti (che si pretendevano pi avveduti) formulava invece un coro, altrimenti intonato, di critiche: la virt della marchesa era il frutto d'una mania religiosa, d'un bigottismo feroce, un servile terrore di suo marito, un'esaltazione morbosa del sentimento materno. Non mancava neppure chi asseriva gravemente essere la marchesa d'Arcello perdutamente innamorata di suo marito. Quei biasimi contradditorii si neutralizzavano a vicenda, e da quell'urto di dicerie emergeva beffarda, l'evidenza delle delusioni.
Bianca ignorava queste come aveva ignorato le speranze e le imprese. Essa continuava la sua vita solita: una regolarit ferrea d'abitudini, di doveri di societ, di cure materne, divideva inesorabilmente il suo tempo. Essa non si opponeva mai a quell'ordine stabilito, si uniformava, senza mai consultare i gusti proprii, alle prescrizioni di suo marito. Praticava i digiuni e presiedeva i grandi pranzi ordinati da lui; passava dalla fredda oscurit della chiesa, alla luce violenta delle sale da ballo; esciva dall'oratorio, dove un celebre predicatore aveva tuonato contro la vanit del secolo, per recarsi ad una mattinata musicale, dove si raccoglieva il fiore della vana mondanit giornaliera; esciva dalle stamberghe, ove aveva arrecato al povero, con tutte le altre sue carit, quella di una lacrima di piet sincera, e trovava subito, appena escita di l, la grazia inimitabile del sorriso, col quale sapeva accogliere e trattenere le sue conoscenze. Si vedeva di continuo, sempre bella, sempre calma, sempre a fianco di Bruno, un po' pallida qualche volta, non mai stanca n ribelle.
A poco a poco, Bianca si guadagn tutti gli animi. La sua grazia, la sua perfetta uguaglianza d'umore le conquistarono tutte le simpatie. Le donne che avevan cessato di temerla, cominciarono a perdonarle tutti i suoi lussi, non escluso quello della bellezza. Ma, come legittimo compenso dell'odio a cui rinunziavano, esse presero ad esercitare verso di lei, colla pi delicata compiacenza, una virt essenzialmente femminile: quella della compassione.
Bisognava veramente essere ingenui per invidiare quella povera e bella creatura, con tutto il suo sfarzo, colle sue ricchezze. La condotta della marchesa era ammirabile, ma non si poteva negare che suo marito non era uno di quei tali, coi quali una moglie si possa permettere il minimo capriccietto. Una vittima, quella cara marchesa, un angiolo di virt, che non avrebbe mai ardito mettersi in lotta con Bruno, quel tiranno odioso, quel fanatico, che non l'abbandonava un istante e faceva pesare su di lei tutte le intolleranze, le prepotenze d'un'indole tetra e bisbetica. Lo sparlare di Bruno era diventato un vezzo. Nessuno avrebbe osato affrontarlo apertamente, ma egli avrebbe potuto forse accorgersi, da qualche furtivo indizio, quale fosse per lui, che tanto sacrificava alla societ, la simpatia e la gratitudine professatagli da questa.
Al Club gli avevano affibbiato un nomignolo: "Ferocino." A lui non si perdonava nulla, gli rendevano a moneta d'indifferenza, appena celata, la freddezza irritante del suo contegno. Lo si sopportava... ma a cagione di sua moglie. I frizzi piovevano di continuo sul suo passaggio; il suo pallore antipatico, il suo difetto corporale, i suoi modi, eran di continuo sul tappeto: doveva pur scontarla, in un modo o nell'altro, l'insolenza incredibile della sua fortuna di marito. Gli inviti in casa d'Arcello erano ricercatissimi, gli ospiti seduti al suo desco abbassavan la voce per scambiare sul conto suo delle piccanti invettive; si canzonavano acerbamente e del pari la sua faccia da chierico, la sua zoppa andatura, l'esagerazione delle sue idee aristocratiche, l'ostentazione dei suoi principii religiosi, e la forma antiquata delle sue argenterie.
Egli aveva udito una volta, ad una festa da ballo in casa sua e mentre passava inavvertito accanto a un tavolino dove cenavano quattro dei pi assidui frequentatori delle sue sale, la seguente risposta, data da uno di questi al compagno che lodava la ricchezza senza pari di quel pasto: eh! mio caro, bisogna pure che colui si faccia perdonare in qualche modo, il rischio che io corro d'incontrarlo per le scale, quando verr fra otto giorni a portargli una carta di visita.
Bruno aveva udito quella faceta risposta, e non aveva data lezione alcuna al suo ospite. S'era allontanato, in silenzio, senza mordersi le labbra. Non aveva cancellato il nome di colui dalla lista degli invitati, lo rivide sorridente, brioso in mezzo alla folla che nella festa susseguente e in quelle che vennero poi ingombrava le sale e sedeva a cena, verso le tre del mattino... negli esotici boschetti della serra di casa d'Arcello.
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Senza essersi innamorato, o forse senza permettere a s stesso d'innamorarsi di Bianca d'Arcello, il conte Celati frequentava molto quella casa ospitale. Finito il carnovale, ebbe parecchie volte l'occasione di trovarsi con loro, in una fase di ricevimenti pi intimi. Bruno continuava a dimostrargli, a modo suo, una certa benevolenza, e la Marchesa non tard a palesargli, colla cordialit pi spiccata del suo contegno, la propria stima e la crescente amicizia. Gli parlava pochissimo di s stessa, mai di Bruno. Egli aveva bens tentato, una volta o due di parlarle della sua riconoscenza per l'amico, dell'aiuto provvidenziale che questi gli aveva recato, in una pericolosissima avventura del loro viaggio. Ma donna Bianca non aveva dimostrato una compiacenza speciale di quei ricordi, e il Conte, col tatto squisito che era proprio, evit destramente, di allora in poi, ogni allusione a quel tempo. I soggetti da conversazione non gli facevano difetto con la Marchesa. Essa si teneva al corrente delle questioni moderne, e dimostrava una certa personalit di vedute, abbastanza curiosa per chi conosceva quelle di Bruno. Ma, in quell'esemplarissima fra le coppie unite dal vincolo matrimoniale, la discussione non esisteva... probabilmente. E Celati non tard a scoprire quale fosse l'argomento che destava infallibilmente tutta l'attenzione, l'interessamento di Bianca. Essa aveva per quell'argomento un'animazione sempre pronta. Si scoteva... aveva delle nuove inflessioni di voce, degli acconti vibrati in cui si tradiva qualcosa d'impetuoso, di febbrile. Quando Celati le parlava di Febo, un'altra donna sorgeva come per incanto in lei stessa, una donna agitata, meno regina del solito, molto pi umana. La sua non era sempre una serena felicit di madre. Celati indovin nella intensit stessa di quei lembi di felicit... la complicazione segreta d'un altro elemento, ch'egli non pot definire. Capiva confusamente che in quel profondo amore di Bianca pel suo ragazzo c'era quasi il conforto d'un rifugio! Ma come? da che? Egli non tent d'investigare quel segreto. Si persuase, che quella donna doveva avere una spina segreta... invisibile. Ma aveva altres una passione: suo figlio...
Contento di questa scoperta, destinata a meravigliosamente aiutare il suo fermo proponimento di non innamorarsi di donna Bianca, Renzo Celati continu a frequentare con assiduit la casa dell'amico che lo aveva salvato un giorno da una morte orribile. E, certe volte, gli pareva bizzarra, anzi eccessivamente bizzarra, la combinazione che del suo salvatore e del marito di donna Bianca d'Arcello... aveva fatta una sola persona.
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Capitolo 2.
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Una sera Renzo Celati, recatosi in casa d'Arcello, ud che la signora non riceveva, il Marchese era indisposto.
Una forte indisposizione? chiese Celati al domestico.
Oh no, un incomodo, di quelli soliti.
Di quelli soliti? pens il conte, mentre se ne andava. E allora soltanto si ramment di ci che gli aveva detto la duchessa di Monte: che i d'Arcello erano stabiliti a Firenze per cagione di salute. Pure Bruno non gli aveva mai detto nulla.
Ripass la mattina di poi, e ud con piacere che Bruno stava meglio, e s'alzerebbe in giornata.
Bruno s'alz non solo, ma Celati, calando nel pomeriggio, dal ponte Santa Trinit, vide passare sul Lung'Arno la carrozza dei d'Arcello. E accanto a Bianca vide Bruno. Gli parve per assai pallido, e not che, contrariamente alle sue abitudini, stava alquanto abbandonato sui cuscini.
Lo rivide la sera dipoi alla Pergola, dove il nuovo ballo Flick e Flock attirava un'immensa folla. Il Celati, adagiato nella sua sedia a bracciuoli, vedeva che il palchetto della marchesa Bianca era assediato da un gran numero di visitatori, e dovette aspettare sino alla fine del secondo atto, l'opportunit, di presentarsi alla sua volta. Calata la tela, si avvi tranquillamente. Ma quando fu nel corritoio della seconda fila, vide Bruno, appoggiato alla porticina chiusa del suo palco. Era non solo pallido, ma terreo in viso, e respirava affannosamente. Udendo appressarsi qualcuno, Bruno si rizz, tentando assumere l'attitudine d'una persona svogliata.
Oh! Bruno disse Celati, cosa c'? cosa fai cost?
Niente, rispose l'altro. Dentro, c' un caldo da affogare... e son venuto a respirare una boccata d'aria. Bel teatro, stassera nevvero?
Bruno disse seriamente Colati, tu non ti senti bene.
Oh! cosa da nulla! Vieni domani sera da noi?
Non so se potr. Dovrei fare una scappata ad Arezzo, per affari, e non mi decido mai.
Per affari? rispose distrattamente Bruno.
Stette un momento in silenzio, osservando quanti entravano ed escivano per le porticine dei palchi.
Si pu entrare? disse Celati mettendo la mano sul manubrio dell'uscio.
Bruno si ritrasse, con un moto macchinale; poi trattenne colla sua la mano di Celati. Un momento, disse abbassando la voce, gi tanto fioca, hai detto di voler andare ad Arezzo, quando ci vai?
Oh! non  cosa di assoluta premura, posso andarci domani, posdomani, quando voglio.
Vacci domani mormor Bruno.
Perch? disse l'altro meravigliato. Hai forse da darmi qualche incombenza?
Io? no... Ma pu essere ch'io abbia bisogno di te, uno di questi giorni,
Se  cosa di premura, posso fermarmi qui per un giorno o due, e mettermi subito a tua disposizione.  un affar lungo?
D'Arcello lo guard fisso, esit un momento, poi croll il capo.
Non credo, rispose pacatamente. Ma ad ogni modo continu, socchiudendo gli occhi come una persona stanchissima, preferisco che tu vada subito e che sbrighi le tue faccende, per poter poi... se  il caso...
Ho inteso interruppe Celati. Per questa volta far a modo tuo e andr domani. Ma tu pure dovresti fare a modo mio, dovresti riposare un pochino. Hai un bel dire che ti senti bene, il tuo viso ti smentisce apertamente.
Bruno sorrise ed apr la porticina. E nell'atmosfera calda, chiara del palco, la marchesa d'Arcello, splendida nella modesta scollatura del suo abito di velluto granata, sorrise pure a Celati, stendendogli la mano calzata di bianco e armata d'un ventaglio che aveva una leggenda, quella d'aver appartenuto alla principessa di Lamballe.
...
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...
Fedele alla sua promessa, il Celati si rec l'indomani ad Arezzo. Gli affari lo trattennero pi di quanto aveva divisato, ed egli non pot far ritorno a Firenze che nella sera del quarto giorno e ad un'ora troppo avanzata per poter far visite.
Ci andr domattina, pens Celati.
Esc infatti la mattina dopo, abbastanza di buona ora, coll'intento di recarsi in casa d'Arcello, quando, proprio allo svolto della via del Melarancio s'imbatt con un conoscente, uno di quegli individui dei quali non manca, in luogo alcuno, un esemplare. Gente che si trova dappertutto, che conosce tutti quanti, che sa, per una specie di miracolosa intuizione, i fatti di tutti quanti ed ha la vocazione di spargerli ai quattro venti. L'amico, che non s'aspettava la ventura d'incontrare cos per tempo un ascoltatore, blocc il Celati, il quale non aveva avuto il tempo di evitarlo, e gl'inflisse il supplizio delle sue confidenze.
Dove s'era cacciato... in quei quattro giorni? Eh! eh! diavolo d'un Celati. Ma, ci aveva perso davvero. Non c'erano mai state novit cos ghiotte. Un piccolo grosso scandalo avvenuto nell'altissima..., l'avventura d'un lustrascarpe ostinato e di una principessa di labile memoria. Poi, la comparsa d'una nuova stella al Pagliano, la caduta alle Cascine d'un ufficiale di cavalleria, ammalatosi poscia di dispiacere per aver avuto il principe Amedeo a testimonio del capitombolo. Poi... a proposito d'ammalati, Bruno d'Arcello...
Che sclam Celati Bruno! Ma non grave... spero... un'indisposizione?
Niente affatto rispose l'altro colla segreta compiacenza di chi d una notizia da non prendersi alla leggera,  molto ammalato, gravemente ammalato. Iersera si parlava di pericolo imminente. Sarebbe curiosa che la bella Marchesa avesse a rimaner vedova!
Celati rimase violentemente colpito da quella nuova. E la sua fisonomia espresse cos chiaramente una dolorosa meraviglia che il suo interlocutore ne rimase per un momento interdetto.
To', mormor... non sapeva che foste tanto amico di colui!
Oh! disse scuotendosi il Celati abbiam fatto vita assieme, ed  giovane... per morire. Ma sta veramente male? Quando me ne andai, giorni sono, era appena indisposto.
Cos fu infatti. Peggior ad un tratto. Dicono ora che fosse ammalato da tempo... qualcosa al cuore... che so io! Ha sempre avuta, gi, una ciera da ammalato, puzzava di cassa da morto lontano un miglio. Si vedeva che reggeva l'anima coi denti.
Perdonatemi, disse ad un tratto Celati, accennando colla mano ad un fiaccheraio vicino. Devo andare, buon giorno.
Piant sui due piedi il suo interlocutore, fu di un balzo in carrozza, gett un indirizzo al cocchiere, e via, di trotto serrato.
Giunse in breve a casa d'Arcello.
Nel palazzo regnava l'ordine solito e un completo silenzio. Celati sal lo scalone, e suon alla porta dell'appartamento di Bruno.
Il domestico che venne ad aprirgli fece, nel ravvisarlo, un atto di contentezza.
Oh, signor Conte,  tornato finalmente! Il signor Marchese ha chiesto pi volte di lei.
Son tornato iersera. Come va?
Eh! cos, cos. Non si capisce bene cosa sia, ma meglio non sta di certo. Vado subito a dirgli che lei  venuto. Con permesso.
Celati rimase solo per un momento nella fastosa anticamera, che sembrava triste assai in quel momento, colla tappezzeria di cuoio antico, coi seggioloni di noce, nel silenzio completo della casa.
Il domestico non tard a ricomparire, ma con un fare alquanto imbarazzato.
Il signor Marchese lo saluta e lo ringrazia. Dice che gli far sapere... poi,... per quella cosa.
Come... non posso passare? chiese involontariamente Celati.
Ecco ... veramente... scuser tanto... Ma il signor Marchese non vede proprio nessuno, e anche il dottore ha detto...
Ah!  venuto il dottore?
Sicuro,... anzi oggi ne verr un altro. Ora pare un tantino pi sollevato... per...
Torner disse Celati andandosene.
Torn infatti poche ore dopo, e ud che il leggero miglioramento non s'era sostenuto, e che il malato persisteva nel divisamente di non veder nessuno.
Nell'escire s'imbatt con Febo, il quale tornava dal passeggio con don Gabrio, il precettore. Il ragazzo era animatissimo, e vedendo Celati, al quale voleva un mondo di bene, corse festoso a salutarlo. Questi lo abbracci affettuosamente, guardando con segreta piet quel bel fanciullo, dal tipo cos evidentemente aristocratico, e che, pur rammentando suo padre nella sola bellezza che potesse vantar Bruno, quella cio della fronte e degli occhi, somigliava pel resto, e perfettamente, alla Marchesa.
Oh! disse il bambino con una subita esplosione di contentezza sono stato a Boboli... Oggi non c' lezione, sa? L'ha detto la mamma, perch pap  ammalato.
Salut di furia ed esc correndo, mentre Celati tratteneva per un momento il precettore, un prete giovane e dabbene, che pareva vivamente impressionato dal subito aggravarsi delle circostanze. Ma egli viveva allora molto in disparte col fanciullo, e non poteva dare precisi ragguagli sull'andamento della malattia. Sapeva per che il marchese non riceveva nessuno, tranne il suo vecchio confessore, il quale capitava ogni mattina.
E la Marchesa? chiese Celati.
Oh! la Marchesa  ammirabile d'abnegazione, bench sia alquanto sofferente ella pure. Si  fatta molta forza sin qui, ma a me sembra che ora sia alquanto sgomentata anch'essa.
Rimasero un momento in silenzio, assorti nella tristezza d'un pensiero comune, poi si separarono.
...
.
...
Parve a Celati, nello scendere, che lo scalone si fosse fatto pi vasto e pi freddo di prima. Era l'ora brillante del Corso, ma nel cortile non s'udivano gli strepiti allegri dei preparativi per la trottata. Un palafreniere, coll'aria impertinente ed annoiata dal servo disoccupato, errava sotto l'atrio, zufolando, colle mani in tasca.
A Celati quella giornata parve eterna. Era sinceramente afflitto della malattia di Bruno, e non poteva spiccarsi dal capo l'immagine di quello sgomento del quale gli aveva fatto cenno il precettore. Povera donna! Che ore dovevano esser quelle per lei!
Certo, quella non era ci che si chiama una coppia assortita, ma Celati sapeva che le donne oneste possono amar molto anche quando amano soltanto perch l'amore si chiama: dovere. E il modo, col quale si parlava generalmente della malattia del suo amico, gli dava potentemente ai nervi. Tutti trovavano proprio curioso che Bruno d'Arcello potesse soccombere ad una malattia di cuore; i frizzi perduravano accaniti, e un bello spirito aveva avuto un vero successo asseverando che Bruno ci penserebbe un pezzo prima di decidersi ad usare a sua moglie questa estrema cortesia.
Il bisticcio faceva furore, passava di crocchio in crocchio, mettendo una nota brutalmente gaia nella gravit del discorso. Le eventualit della vedovanza di Bianca, erano apertamente discusse: rimarrebbe a Firenze? sarebbe erede assoluta o usufruttuaria? passerebbe a seconde nozze? Celati era profondamente disgustato da quel turpe coro, ma conosceva troppo la societ per meravigliarsene, e pur soffrendo di veder calunniato l'amico suo, sentiva quanto riescirebbe vano l'accampare in difesa di questi delle qualit che Bruno stesso non s'era mai curato di far palesi. Intendeva la forza formidabile di quell'antipatia, che l'apparenza giustificativa forse sino ad un certo punto, e non ignorava quanto fosse inveterato il risentimento di quella societ che il Marchese d'Arcello aveva ospitata, senza sorriderle, dominata a forza di fasto, ma non mai guadagnata a forza di cordialit.
Nel giorno susseguente, l'annunzio improvviso di un nuovo ballo a corte rec un torto sensibile all'interessamento generale per la malattia di Bruno. Ma ci non imped un fatto grandioso, veramente edificante. Finito il corso alle Cascine, buon numero di brillanti equipaggi sfilarono nella via dove dimoravano gli Arcello. Ogni carrozza si fermava davanti al portone spalancato, un domestico balzava di cassetta e confabulava un momento col portiere, il quale era di continuo occupato a dondolar tristamente il capo. Poi, dall'interno della carrozza, una mano guantata si avanzava impaziente fuori dallo sportello, sporgendo uno o pi biglietti di visita con un angolo rivoltato. Il domestico consegnava i biglietti al portiere, risaliva a cassetta, e la carrozza partiva di trotto per far luogo ad un'altra, che ripeteva la stessa scena, e siccome le carrozze erano molte, la cosa tir in lungo assai. I vicini, assiepati alle finestre, contemplavano estatici la sfilata. Quante carrozze. Ges mio! una cosa incredibile addirittura...
Non incredibile... amici cari. Nei nostri tempi, tanto ben educati, non  pi solamente la falange dei gladiatori che, avviandosi alla lotta mortale, si ferma a salutare Cesare, accade ora talvolta che Cesare stesso allunghi d'alquanto la sua passeggiata per andare in persona a salutare il gladiatore ferito a morte. E lo fa di moto proprio, con molto decoro, anche quando sa che il gladiatore non s' battuto con garbo e muore fischiato.
Il consulto ebbe luogo, e non riesc confortante. La Marchesa n'ebbe un riferto alquanto sibillino e che, pur volendo calmare, avvivava invece le sue inquitudini. Ma essa non poteva ancora afferrare nettamente l'entit della minaccia. Bruno non era mai stato robusto, e la doppia sventura che l'aveva colpito, la morte, cio, d'entrambi i suoi genitori, aveva recato una scossa forte e visibile nel suo temperamento. Pure, dopo aver sopportate impunemente le fatiche del viaggio in Africa, sopportava quelle del genere di vita da lui adottato, forse a scopo di distrazione e per combattere l'ipocondria sempre crescente, dell'indole sua. E questa malattia, tradita,  vero, da sintomi che risalivano ad un periodo abbastanza remoto e che si riproducevano solo a grandi intervalli, minacciava ora la vita di suo marito!
No, era impossibile... Bruno non poteva morire prima di lei. Non era giusto. Ma se fosse vero? se Bruno dovesse, realmente, per primo, rompere la strana e dolorosa catena della loro vita comune... esso dovrebbe...
Si sentiva morire ella stessa nello spavento di quella possibilit, di quel dovere.
Pure non poteva ingannarlo sino alla fine, non poteva lasciarlo partire per la dimora ove tutto  noto, coll'insulto di un silenzio colpevole. Non poteva continuare, al cospetto della morte, quella commedia che l'era pur costata tanti intimi strazi. Una fatale complicit di circostanze aveva sempre convalidata l'opportunit di quel silenzio. Bianca aveva trovata la forza di prolungarlo nell'eccesso della soggezione che le incuteva suo marito, nell'eccesso dell'affetto che le ispirava suo figlio. Ma ora: doveva romperlo, Bruno doveva sapere chi fosse realmente la donna alla quale rimaneva affidata la cura e l'educazione di Febo d'Arcello!
La marchesa Bianca credeva in Dio. Lo pregava molto, di continuo, nelle lunghe ore delle pratiche religiose imposte da Bruno, nei momenti angosciosi in cui le asperit della sua intima croce sembravano configgersi ancor pi acute in lei, sotto il pomposo gravame della livrea mondana. Ma essa non aveva mai pregato Dio cos ardentemente come ora, mentre lo scongiurava di risparmiare la vita di Bruno, di allontanare da lei il calice dove si conteneva, non una soltanto, ma due goccie d'intollerabile amarezza.
Una mattina Bianca entrando nella camera di suo marito, trov assente la monaca infermiera che l'aveva surrogata, all'alba, nella veglia dell'ammalato. Interrogatone in proposito il cameriere, ne ebbe in risposta che il signor Marchese, sentendosi alquanto pi sollevato, aveva desiderato di esser solo per qualche ora. Suor Annunziata tornerebbe verso il tocco.
Bruno pareva in quel momento meno aggravato. Sorretto da una montagna di cuscini, respirava con minore affanno, e sembrava acquietarsi nel riposo d'un semi assopimento. Un ordine perfetto ed una calma completa regnavano nella camera. Le finestre erano chiuse e le imposte accostate, ma non al tutto, e qualche raggio di sole penetrava all'interno, mettendo di sbieco, sul raso giallo della tappezzeria e dei mobili, l'allegria d'un episodio di luce d'oro. L'alcova, per, rimaneva quasi nell'oscurit, ma in essa si distinguevano nettamente i lucidi contorni d'una pendola officier e le linee angolose d'un grande crocefisso di ebano, posati entrambi sul tavolino da notte.
Bianca s'accost al letto, vide o credette di veder Bruno addormentato, e s'allontan in punta di piedi, per non destarlo. Recossi nel vano d'una finestra, laddove la posizione delle imposte consentiva un po' pi di luce, tolse di tasca un libretto, l'Imitazione di Cristo, e si pose a leggere. Per un momento non s'ud nella stanza che il lievissimo fruscio dei fogli voltati, e il sommesso strepito della pendolina che punteggiava sensibilmente i secondi.
Finito un capitolo del libro. Bianca, come attirata dalla forza invisibile d'un fluido, gett uno sguardo verso l'alcova. Vide che Bruno non dormiva. Teneva spalancati quei suoi grandi occhi neri e i loro sguardi stranamente accesi, quasi fiammeggianti, fissavano Bianca.
Essa si mosse, turbata.
Vi occorre qualcosa? chiese con voce mal ferma.
Egli non rispose subito, chiuse gli occhi per un minuto. Quando li riapr, lo sguardo era freddo, calmo, determinato.
S, disse poscia. Mi occorre... di parlarvi.
Un pallore subitaneo si pos sulle guancie di Bianca.
Desidererei continu Bruno d'esser certo che nessuno potr interrompere il nostro colloquio. Vi prego di chiuder l'uscio, e di recarmi la chiave.
Uno sgomento indicibile assal Bianca. Ma ubbid docilmente, e rec, dopo aver chiusa la porta, la chiave a suo marito.
Questi l'afferr e la tenne forte fra le dita giallastre.
Ora disse vogliate ascoltarmi. Ci che sto per dirvi non vi sorprender, ma son certo che vi far pena. Avrei potuto ritardare di qualche ora questa partecipazione... farvela fare dal mio confessore, se non avessi pensato che era meglio definire alcune misure che riguardano il vostro avvenire e quello di Febo, mentre sono ancora in pieno sentore di me stesso...
Essa l'interruppe con un grido. Si fece pallidissima, un tremito convulso agit tutta la sua persona.
No, no, balbett  impossibile... Bruno... non dite cos.
Bruno sorrise, con un'indulgenza dove entrava pure un'ombra di sarcasmo.
Ah! avete gi capito, Nevvero? Avete afferrato al volo ci che intendevo dire.
Oh! sclam Bianca Dio, Dio solo pu sapere. E d'altronde... anche i medici...
V'hanno detto che non c' nulla di allarmante, non  vero?  naturale. Lo hanno detto anche a me. Ma stamane volli da uno di loro, il pi abile e il pi onesto, una visita segreta. E l'ho deciso a dirmi la verit. Questa non mi giunse impreveduta, io non avevo errato nello mie previsioni. Sono cristiano, e la morte non mi fa paura. Voi pure dovete rassegnarvi, Bianca.  una questione di tre... quattro giorni al pi.
Essa cadde, col busto, sul copripiedi. No mormor ribellandosi ancora nello spasimo d'un dolore, scevro in quel secondo d'ogni preoccupazione personale.
Bruno guard per un momento, con una specie di grave piet, quella donna che aveva cos udita la notizia datale. Bianca! chiam poscia dolcemente.
Essa l'ud e si ramment. E col ricordo fulmineo venne, fulminea del pari, una determinazione.
Bruno! grid con uno sforzo in cui le parve sentir lo schianto di tutte le sue fibre, Bruno, io vi ho tradito!
E cos fece la sua confessione Bianca, marchesa d'Arcello.
...
.
...
Era caduta in ginocchio e tentava di continuare.
Una morsa di ferro pareva stringerle la gola e soffocarle al varco la voce, ma ella si ostinava a balbettare, con un suono sibilante,
Per... far piacere... al barone di Samb... Sambriano... Quando noi giungemmo... essi... da tre mesi... Ci andai una volta... poi due, poi tre, poi sempre... Erano... mi pareva... non sapevo... oh... non sapevo! Poi... volevo smettere... di andarci... ma una sera... esso mi scrisse... E io...
Una contrazione, forse un lontano preavviso di quelle dell'agonia, pass sul volto di Bruno. Egli steso la mano scarna. Basta, sussurr, Basta.
Ma ella non poteva tacere. Pareva che le parole, quelle orribili parole, s a lungo taciute, si affollassero ora imperiose, irruenti alle labbra di lei.
Ci andai e... seppi ch'essi partivano... Fu un delirio... Oh! lasciatemi dire tutto... tutto.
So tutto interruppe pacatamente Bruno.
Ella barcoll, guardandolo come un'insensata.
Tutto? chiese con violenza.
Tutto.
Anche che fui madre?
Anche... che foste madre...
Ella piomb a terra. Egli rimase immobile, anelante... cogli occhi spalancati.
E avete taciuto, continu Bianca, balzando in piedi avete tollerata... al vostro fianco... una donna... che...
Quella donna interruppe Bruno era quand'io conobbi la verit, la madre del figlio mio. Mio padre era morente. M'ero fatto certo che quel segreto potrebbe essere ignorato da tutti. Non volli che il nostro nome, fosse oltraggiato dallo scherno o dalla piet del pubblico. Ma tacqui anche per un altro motivo: Io... vi amavo.
Voi grid Bianca voi?
S. Io. E da lungo tempo. Vi amavo quando eravate la fidanzata di mio fratello.
Voi? echeggi ancora Bianca.
L'ho invidiato continu Bruno l'ho odiato. Per voi, ho odiato mio fratello. Allorch vi sposai mi avvidi subito, dell'abisso che correva fra noi. Stanco di soffrire, di vedervi a soffrire, sperando che il tempo e la mia assenza potesse mutare i vostri sentimenti, mi allontanai. Tornato, vi trovai triste... sperai... Vi amavo sempre. Per un momento... credetti possibile la felicit. E fu allora, per caso... ch'io seppi.
Nel silenzio mortale d'una pausa, non si ud per un istante che un affannoso alitare. E non era quello dell'ammalato.
Allora continu Bruno compresi che tutto, era finito. Le circostanze del momento mi imponevano il silenzio. Voi tacevate, ho taciuto io pure. Dopo la morte dei miei genitori, vi condussi qui, volli che viveste e primeggiaste in quel mondo che vi avrebbe espulsa dal suo seno, se avesse saputa la verit... Ma io non vi ho mai perdonato, intendete... non ho mai dimenticato, neppur per un secondo e...
Bianca l'interruppe con uno strano sorriso, con un sorriso ch'era ad un tempo calmo e disperato.
V'intendo disse. Comprendo ci che fu la vostra vita. Ma la mia, Bruno... la mia. Quell'esistenza di ipocrisia... di eterna menzogna. Ho tentato di lasciare la vostra casa, di liberarmi da quella considerazione usurpata. Ma non vi sono riescita.
Bruno chin il capo. Intendeva.
Io credetti soggiunse Bianca con accento sempre pi vibrato che il mio silenzio avrebbe potuto assicurare la vostra pace... l'amore... per Febo fu pi forte e mi vinse. Ma non avevo misurate le mie forze. Venne presto il momento in cui, qualunque castigo inflittomi da voi, qualunque disdoro in faccia al mondo, mi sarebbe parso preferibile all'intollerabile peso della mia condanna. Oh Bruno... la mia impunit stessa, fu la pi crudele delle punizioni!
Bruno parve raccogliersi per un secondo. Poi si rivolse nuovamente a Bianca.
Avete parlato della punizione del silenzio. Sta bene. Ma... non ne aveste altre?
Ella si rizz bruscamente sulla persona e il suo pallore divenne una repentina fiamma...! S disse, con uno sforzo atroce. S... n'ebbi un'altra. Sapete anche di questa?
Bruno chin il capo.
S... so che vostro figlio...
 morto... interruppe Bianca, con violenza.  morto, prosegu, stracciando coi denti il fazzoletto,  morto, ed io non ebbi il diritto di vestirmi a bruno... quando mor.
Una pausa di silenzio tenne dietro a quella risposta. Una pausa che Bruno impieg a sollevarsi alquanto sulla persona, reggendosi colla mano destra, mentre protendeva l'altra. E cos pot afferrare all'improvviso una delle mani di Bianca.
Alzatevi, le disse, e venite qui, pi vicino.
La misera donna si alz macchinalmente. Quando le fu a fianco Bruno accost all'orecchio di lei le sue labbra violacee. Ed ella ud queste parole:
Siete ben sicura che vostro figlio sia morto?
Che..., url Bianca, che?
E se invece, prosegu Bruno, fosse vivo?
Ella parve non comprendere... Poi: a un tratto... Vivo, grid... il mio Alberto!
Silenzio! stridette Bruno... no... quel nome qui... non voglio.
Ma Bianca non l'udiva pi, un delirio l'aveva invasa.
 vivo, ripeteva come un'insensata...  vivo! avete detto che  vivo, che mio figlio  vivo...
Bianca! disse il marchese, sollevandosi e fissandola in volto.
Bianca sbarr gli occhi... schiacciata dall'implacabile severit di quello sguardo. Un'incertezza folle, una confusione si trad spasmodica negli occhi suoi che Bruno stesso ebbe piet.
Bianca, le disse, sul mio onore... vostro figlio vive.
Ah! grid la madre, esasperata: E ora soltanto me lo dite?
Era necessario, rispose freddamente Bruno. Un giorno o l'altro vi sareste tradita. Ed io non volevo. Combinai la cosa col vostro confidente, con Ferri.
Ferri?  dunque lui... Ah! Ma e voi non avete pensato ch'era una crudele, un'iniqua menzogna.
E cos'era la vostra? ribatt Bruno. Cos'era tutta la vostra vita? Voi avevate un altro figlio... mio figlio!
Ella tacque, cercando con ansia forsennata, una ragione da opporre a quella ragione.
Bruno, disse finalmente io non so... non capisco pi... mi par d'impazzire. Mio figlio vive... E dov'? dov'!
Egli la guard in silenzio, con un sorriso crudele.
 in sicuro disse, non gli manca nulla.
Gli manca sua madre... sussurr Bianca. -Oh Bruno!  impossibile che voi m'abbiate detto ch' vivo, solo per tormentarmi cos. Ditemi dov', quando potr vederlo. Sono otto anni... ed  mio figlio... ditemi... oh ditemi.
Si trascinava sulle ginocchie, nella febbre della sua preghiera sempre pi calda, pi pressante.
S... disse Bruno, lo vedrete. Ma ad un sol patto. Ch'egli, che nessuno... sappia mai la verit, che il segreto del nostro disonore scenda incolume nella vostra tomba, come scender fra pochi giorni nella mia!
Oh! Bruno... scongiur Bianca, con accento disperato, non mi chiedete questo. Non posso rinnegare le viscere mie. Voi solo, potevate impormi il silenzio. Ma dopo, io... ho pure il diritto di...
No... ribatt Bruno... Voi non avete diritti alcuni. E non vi resta altro mezzo per rivederlo. Ferri non sa pi nulla di lui, egli  completamente in poter mio... posso far s che non rimanga traccia alcuna di lui.
No, Bruno, oh... no...  impossibile!
Impossibile... e perch? Pensate a ci che mi costa il mio culto pel nostro nome; io vado, ma il mio nome resta. La considerazione di cui godete attualmente, non  propriet vostra. Non avete il diritto di rinunziarvi. Il disonore fu mio, soltanto mio. Avete cinque minuti per scegliere. Si tratta di accettare le mie proposte, o di rifiutarle. Nel primo caso, non solo potrete vedere vostro figlio, ma avrete la facolt, anzi il diritto di occuparvi del suo avvenire. Nel secondo... egli sar realmente, assolutamente morto per voi.
Bruno... balbett la donna ma questo bivio  atroce. Pensate al mio avvenire.
Bianca pensate al mio passato. Guardate... un mezzo minuto  trascorso.
Fissavano entrambi la pendola. La lancetta camminava. I secondi si succedevano, s'incalzavano, divorando la rapidit del tempo.
Allora, nel cuore della donna successe una lotta orribile. Il marito aspettava, con attenzione suprema.
Due, tre minuti passarono cos. Poi il quarto, poi cominci il quinto... ed ella non era decisa.
No! cominci. Ma poi, nell'impulso di una violenta reazione. S grid: accetto tutto... purch riveda mio figlio!
E cadde, nascondendosi il volto fra le mani.
Bruno mand un sospiro. S'abbandon, stanchissimo, sui cuscini. E quei due smarrirono dal paro, per un momento, la facolt e la tortura del pensiero.
...
.
...
Bruno si riebbe pel primo.
Guard senz'ira e senza piet, la misera donna, che dei forti sussulti nervosi scotevano violentemente.
Calmatevi, le disse colla dignit austera d'un comando. Non abbiamo tempo da perdere. Alzatevi.
Ella tent di ubbidire. Ma vacillava.
Bruno aspett un istante, sinch vide ch'ella riesciva a reggersi in piedi. La fissava sempre, sostenendola colla magnetica trasmissione della propria forza di volont, imponendole una specie di calma soprannaturale che emanava da lui stesso. Poi le porse la chiave.
Andate ad aprire, e ritornate qui.
Bianca si diresse macchinalmente verso l'uscio. Aperse la porta, e torn indietro, a passi lenti.
Quando Bruno la vide nuovamente immobile, afferr il cordone del campanello, e suon.
Successe un momento di silenzio.
Bruno fissava sempre sua moglie. Ma, quando il passo frettoloso del domestico risuon nella stanza vicina, egli si lasci cadere di fianco sui guanciali.
Dio! mormor Dio!
Si dibatteva, forse nell'intensit d'uno spasimo.
Bianca lo guardava, sempre immobile, come affascinata, senza aiutarlo. Egli si ricompose subito, e, quando s'ud bussare all'uscio, fu la sua voce che risuon nel silenzio cupo della stanza.
Avanti, disse Bruno.
Il servo entr, e rimase presso all'uscio, in attesa degli ordini.
Sono giunti chiese lentamente il padrone i signori ai quali recasti stamane le mie ambasciate?
S, signor marchese. Il conte Celati e l'avvocato Guaretti sono entrambi nel salottino verde.
D loro che li prego di salire nella mia stanza.
Il domestico inchin il capo ed esc.
Allora Bruno, con una subita e spaventosa energia, si rivolse a sua moglie.
Bianca, le sussurr, raccogliete le vostre forze, un momento difficile s'avvicina. Qualunque sia la vostra impressione di ci che udrete, di ci che far... non vi tradite... non fate parola. Avete accettato e dovete... dobbiamo subirne le conseguenze. Io voglio salvarvi, a qualunque costo, e voi avete l'obbligo supremo di secondarmi. Ma per tutto ci che abbiamo sofferto, serbate il silenzio che ora vi impongo. Non pensate a romperlo mai, in nessun caso, a qualunque costo.
Lo serber, disse Bianca.
Non vi lasciate tentare, se vi  cara la salute dell'anima. L dove andr, dove tutto  noto, io sapr se voi siete stata fedele ai nostri patti, se non avete resa vana l'opera per la quale ho vissuto e che mi ha ucciso. E se lo faceste, Bianca, io mi vendicherei anche l, non su di voi, ma su di lui... sul figlio delle vostre viscere, sul figlio dell'onta vostra.
Non vi tradir ripet Bianca.
Egli tese l'orecchio. Si sentiva un calpestio di passi nelle stanze vicine.
Bianca, sussurr Bruno vengono. L... il crocefisso... giurate.
Essa esit un secondo. Poi protese la mano verso il Cristo, con un gesto disperato e sublime, con uno sguardo che abbracciava, in un con quel simbolo della fede, tutta la cieca tenebra dell'avvenire.
Il fruscio dei passi s'era fatto vicinissimo. S'ud bussare lievemente all'uscio.
Allora egli accenn a Bianca una poltrona vicina.
Sedete, le impose a bassa voce E... ricordatevi.
Bianca sedette. Bruno respir fortemente, due o tre volte; le sue dita ebbero una crispazione convulsa. Poi si stese tutto, il rilievo stecchito del suo corpo parve farsi pi lungo sotto le lenzuola.
Avanti, disse poscia, a voce alta e chiara.
L'uscio s'aperse, e i due signori entrarono in punta di piedi. Guaretti, un vecchio amico di casa d'Arcello, lombardo di nascita, e che la sua professione aveva di recente condotto a Firenze, era un bel vecchio, un po' timido, ma di tratto sicuro e di consumata esperienza. Aveva un'alta stima di Bruno ed una venerazione illimitata per la marchesa Bianca.
Celati rimase profondamente colpito dall'aspetto di Bruno. Vedeva chiaro che la malattia aveva fatto in pochi giorni progressi terribili e che il suo antico compagno di viaggi stava per incominciarne un altro, il viaggio estremo, che l'anima intraprende sola.
L'impressione dell'avvocato Guaretti non fu guari dissimile da quella di Celati, ma anch'egli seppe celarlo e i due colleghi s'accostarono entrambi al letto dell'ammalato.
Ebbene, come va? chiese Guaretti, tentando assumere un tuono disinvolto e gioviale.
Ma Bruno lo interruppe, porgendogli la mano, ed i due amici di casa lessero sul volto di Bruno la coscienza del suo stato, l'accettazione forte, palese, confortata dalla fede, di ci che noi, tanto ignari di quanto non  la vita, chiamiamo avventatamente la fine.
Celati e Guaretti sedettero accanto al letto, e per un momento, la conversazione s'aggir, rotta, confusa, su qualche soggetto indifferente
Bruno lasci, per un istante, che si andasse avanti cos, poi, rizzandosi alquanto sul letto, guard quei due con espressione calma e risoluta.
Miei cari amici disse poscia se parlassimo di cose serie? Vi ho pregato di passare da me, appunto per questo.
Un silenzio pesante regn subito nella camera. Celati guard la marchesa.
Essa era seduta nella poltrona, cogli occhi fissi su Bruno. Non piangeva... no... Pure si vedeva che anch'essa sapeva il vero.
Uno sgomento misterioso s'aggravava sull'animo dei due sopraggiunti. Aspettarono in silenzio che Bruno parlasse.
Egli parl, infatti. Accenn alla probabilit d'una morte vicina, ad alcune disposizioni ch'egli aveva prese, e dell'esecuzione delle quali credeva di poterli incaricare. Erano entrambi designati nel suo testamento, quali esecutori testamentari.
L'acconto era fermo, la frase suonava sobria, formale.
La Marchesa continu Bruno rimarr naturalmente incaricata dell'educazione di Febo. Ho chiamato ad assisterla, in questa missione, un amico sicuro. Voi, Guaretti, accettate?
L'interpellato fece un vivo cenno d'adesione.
Vi ringrazio disse poscia semplicemente d'aver pensato a me.
Bruno s'arrest un momento come se esitasse.
In quanto a voi, Celati, non ho scordato che voi pure mi siete, mi foste sempre amico. E perci vi ho voluto qui entrambi, in un momento grave, di fronte alle circostanze le pi difficili... le pi delicate in cui si possa reclamare l'aiuto di una persona sicura.
Bruno... oh Bruno... disse Celati con impeto, stendendogli la mano.
Ma Bruno non gli porse la sua.
No disse penosamente adesso no... Dopo... dopo quando avr detto tutto... Io vi ho chiamati, ma non per compiangermi... Vi ho chiamati per farvi assistere ad una... confessione.
Un brivido violentissimo scosse per un secondo la marchesa Bianca. Essa volse uno sguardo di spavento a Bruno: ma egli non la guard, continuava a parlare.
Un segreto terribile ha pesato per anni ed anni sulla mia esistenza, ha avvelenata tutta la mia felicit. Iddio mi aveva dato una moglie intemerata, una sposa degna in tutto e per tutto di portare il mio nome. Eppure questa moglie... questa donna...
Un piccolo grido sfugg alla Marchesa... un cenno vago, delirante. Essa si sollev a met sulla seggiola, come se volesse alzarsi.
Questa moglie, continu Bruno, affascinando sempre pi quei due colla forza del proprio sguardo, questa donna ch'io avrei dovuto amare esclusivamente, che era degna di tutta la mia ammirazione, di tutto l'amor mio fu da me ingannata, tradita!
Celati e l'altro, ebbero un sussulto di sorpresa. Bianca, sempre levata a mezzo, stava immobile collo sguardo fisso, colle nari dilatate, ascoltando, lottando coll'orrore dello spavento.
Io, prosegu Bruno non seppi apprezzare il tesoro che la Provvidenza aveva posto al mio fianco. Una giovanile vaghezza di viaggi, d'avventure si impadron del mio animo. La pace della famiglia mi parve stucchevole. L'abbandonai, abbandonai mia moglie. Durante i miei viaggi, una passione malaugurata mi clse, non seppi vincerla... Dio mi abbandon... scordai la famiglia, il vincolo matrimoniale. Caddi... e peccai.
Un grido, d'indicibile strazio esc dalle labbra di donna Bianca.
E di questa colpa, continu Bruno affrettando le parole, come se temesse di non poter giungere sino alla fine, di questa colpa, alla quale debbo tutti i rimorsi, i dolori della mia vita,  rimasta altres una testimonianza vivente... un fanciullo.
Bruno interruppe donna Bianca, alzandosi Bruno... no... abbi piet...  troppo.
Egli tolse lo sguardo da quei due e lo riport su di lei, un lungo sguardo nero... che di subito la paralizz. Essa tent una parola, ma questa le mor strozzata in gola e la misera donna tacque, annientata.
Avete ragione continu Bruno il mio fallo  orribile. Non ho mai osato, in questi otto anni, farvi parola di quella immensa colpa, di quella sventura senza pari. Ma ora, giunto al termine della mia vita, non posso pi tacerla. Bianca... ho voluto confessarlo a voi... la pi nobile, la pi pura delle donne... a voi che non potevate neppur sospettare possibile una colpa s grave. E perci ho chiamato questi due amici nostri. Volli, in presenza loro, chiedere alla donna da me offesa il perdono dell'oltraggio recato da me alla santit del vincolo matrimoniale. E ora Bianca... siate misericordiosa. Ditemi che mi avete perdonato.
Con uno sforzo violento, si sollev sulla persona. Poi chin il capo, solennemente, davanti a sua moglie.
Nell'eccesso inesprimibile dell'onta sua essa comprese che doveva a qualunque costo, secondare quell'uomo.
S grid. Ma basta, basta... Oh Bruno... basta.
No diss'egli rialzando il capo non basta. Debbo chiedervi un'ultima, ma suprema prova d'affetto. L'infelice creatura che mi deve l'esistenza non ha appoggio alcuno, rimane sola, derelitta.
I due testimoni erano rimasti in silenzio, colpiti entrambi da un mutismo sacro, nell'impressione di quella scena cos inaspettata e cos tragica. Ma in quel momento Guaretti ebbe l'ispirazione di un suggerimento. Si chin all'orecchio di Bruno e sussurr rapidamente una parola.
Sua madre? disse questi ad alta voce, come si ripetesse la frase test udita.
Ma subito, e visibilmente, si morse le labbra.
Non avrei dovuto continu nominare, davanti alla marchesa d'Arcello, la madre di Alberto Stranieri. Ma quella infelice non ha bisogno di nulla. Essa continu spiccatamente,  morta, nel darlo alla luce.
S'ud un piccolo tonfo. Era la Marchesa che ricadeva pesantemente, come corpo morto, sul seggiolone.
E, per un momento, ci fu nella tragica quiete della stanza una pausa grave e solenne.
Bianca, continu dopo un momento l'infermo, voi mi avete perdonato. E per io vi affido, come una sacra missione, la cura di quello sventurato fanciullo. E ora ditemi che accettate, ch'io possa morire in pace.
La fissava. Ed ella intese ci ch'egli le chiedeva in quel momento.
Morite in pace gli disse. Io accetto la missione che mi affidate, nessuna delle vostre raccomandazioni sar mai dimenticata.
Amen rispose Bruno.
E si fece il segno della croce, reclinando il capo sul guanciale. Gli amici e Bianca gli s'accostarono spaventati; pareva veramente morto. Ma egli non tard a risentirsi... era solo uno svenimento.
Per, quando ritent di parlare, la sua voce era talmente fioca, che Celati tent di opporsi a che si prolungasse quello strano e crudele colloquio. Bruno insist.
Lasciami parlare disse a bassa voce. Dopo, dormir, mi riposer... ma ora, lasciami dare tutte le istruzioni. Non voglio, intendi, ch'egli sia riconosciuto... voglio che serbi il suo nome, il nome che gli ho imposto io. Di lui non  fatta menzione nel mio testamento; la cura della sua esistenza dipende ora, esclusivamente dalla generosit di mia moglie. Io non lo riconosco... no... non lo tolgo gi dall'abbiezione del suo stato; egli deve rimanerci sempre, fino alla morte.
Parlava concitato, con un'acre chiarezza... quasi stridente.
Troverete... nel terzo cassetto della mia scrivania, tutti i dati, gl'indizi, che vi potranno occorrere. Voi Celati, aiuterete mia moglie. E voi, due... voi tutti... serberete il segreto, nevvero?
S'era fatto rosso in viso, aveva l'occhio lucente, lo sguardo quasi smarrito. Si vedeva che lo sforzo di quella confessione l'aveva esaurito, che la febbre tornava, forte, accompagnata da un lieve delirio.
Donna Bianca. chiam Celati...
Essa si scosse, sbarr gli occhi, guardandolo come istupidita.
Che c'? chiese sorridendo. Ma subito si riebbe e corse accanto a Bruno... Egli delirava ora, ma quietamente. Aperse gli occhi... La riconobbe e si calm.
Gli sovraggiunse poscia, una specie di torpore, in cui s'acquiet... Quei tre, riuniti attorno al suo letto, lo contemplavano. Donna Bianca pareva vederlo per la prima volta, tant'era intensa l'attenzione colla quale guardava suo marito. Ed egli mormorava, dolcemente vaneggiando:
Febo... i ciclamini, sai... glieli ho dati...
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Capitolo 3.
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Quella cittaduzza era probabilmente una delle pi brutte, delle pi uggiose fra quante se ne noverano nel regno. Era prospera, per, a modo suo, d'una prosperit badiale, rusticana, fatta in buona parte di formaggi forti e di vini grossi. Il pollame vi sovrabbondava, e le oche v'erano all'ordine del giorno, e nella crassa nebbia che calava quotidianamente sovr'essa, le rondini stesse, quelle leggere viatrici, parevano farsi pi pesanti al volo. La gente non spesseggiava per le strade e non vi faceva sfoggio d'eleganza; si noveravano pi ferraiuoli che soprabiti, pi fazzoletti che capellini. Grande uso e consumo di berretti di pelo, di portafogli di pelle gialla assicurati da una funicella, di anelloni d'oro massiccio, pomposamente recati all'indice della sinistra di anellini d'oro appesi alle orecchie mascoline. Le donne grandi, pulite, colla vita cortissima, belle qualche volta, belloccie bene spesso, di una estrema paffutaggine, fortemente colorita di un rosa violaceo, a cui contribuiscono del pari la giovent e un tantin di scrofola.
Ieri  piovuto, e la nebbia non cede il campo.  tutto un umidore quieto, vecchio, penetrante, che mischia francamente le voci sommesse delle sue querimonie piagnucolose, alle grandi voci dei traffici e della vita giornaliera. La citt non  punto malinconica. Annusa l'olezzo violento dei suoi formaggi, e ci basta a tenerla desta. Vive lautamente, espandendosi pei mercati della provincia, lasciandosi dietro, nelle treccie degli scarponi bullettati, la paglia delle sue celebri stalle e un odore melmoso di terreni irrigati.
Le botteghe son poche e tetre, meno quelle dei fruttaiuoli e dei pollivendoli. Qualche carrozza passa per le vie, a ogni morte di vescovo. Per lo pi, sono carrettelle di fittabili o di fattori, vecchie, tutte inzaccherate di fango, e tradiscono all'interno molta paglia e una buona pelle d'agnello. Ma rotolano, con uno strepito senza pari, rimbalzano sull'acciottolato, vanno, corrono, volano, sono affacendate anch'esse.
Tutte, meno una.
Le comari e i fittabili, accampati sul lastrico delle vie, guardano attentamente quella carrozza, e la riconoscono.  la carrettella del Cappello d'Oro, il primo, il solo (per essere schietti) albergo della citt. Ravvisano l'automedonte, ravvisano persino la povera Piccia, la famosa cavalla cieca. Certo, il cocchiere vien dalla stazione,  andato a levare quei due forastieri, un signore e una signora. L'uomo  cos cos, n bello n brutto, n vecchio n giovane. La signora invece  giovane. Sarebbe anche assai bella, se non fosse cos magra e cos smorta! Chi saranno mai? dove vanno? E una donna che  passata molto accanto alla carrozza, che ha visto proprio bene la signora, assevera che ha una faccia molto melanconica e che  tutta vestita di nero.
I forestieri non si rendono probabilmente conto alcuno dell'ammirazione che destano. Il signore sembra un po' inquieto, guarda la sua compagna, ma questa non guarda lui, lascia cadere inerte lungo la via, uno sguardo fisso, tetro. Non parla, non avverte i violenti sobbalzi della carrozza squinternata.
Il cocchiere, fermando a un tratto la cavalla e accennando colla punta della frusta una casa vicina, disse trionfalmente:  qui. Allora, d'un balzo Celati fu a terra. Si rec dalla parte della signora, e pose la mano sulle molle del mantice. Ma non le riun subito, spinse prima il capo all'interno. Marchesa! disse semplicemente.
Donna Bianca chiese solamente: Ci siamo?
S, rispose Celati. Ma ve ne supplico, pensateci ancora, siete a tempo.
Essa lo interruppe con un sorriso.
Vorreste aver la bont, soggiunse poscia di calare il mantice?
Celati cal il mantice, ed ella scese, appoggiandosi al suo braccio. Entrambi s'avviarono, in silenzio, verso la casa accennata dal cocchiere.
Ai suoi tempi, quella casa aveva potuto essere un palazzo, e serbava anche ora, nelle linee grandiose della sua architettura, qualche vestigio del passato. Ma ora! Era diventata una topaia, un alveare, un falanstero! Nella corte, umida e piena d'erbacce, dei blocchi di pietra addossati l'uno all'altro, una carretta da merciaiuolo ambulante, e un ingrato odore di conceria, rivelavano l'invasione d'un nuovo elemento, quello della piccola industria. Lo scalone esisteva tuttora, ma tappezzato di ragnatele, d'affumicature; la signorile ampiezza del primo ripiano era stata messa a profitto per la stagionatura di vari legnami. Dei gatti magri, irosi, scappavan, soffiando, da ogni parte; s'udiva, nelle remote oscurit d'una bottega a terreno, lo stridulo battibecco di due vicine.
Bianca si ferm, gettando attorno uno sguardo smarrito.
Celati, disse con voce soffocata,  impossibile, non pu esser qui.
Eppure! rispose il conte, togliendosi di tasca un portabiglietti, dal quale lev un foglio scritto.
La via, la casa, il numero della porta, tutto corrispondeva alle scritte istruzioni. Di portinaio, neppur l'ombra. A chi rivolgersi?
Un momento disse a un tratto Celati vedo laggi, in fondo al porticato di fronte, una apertura, che sembra mettere ad una seconda corte. Vogliamo tentare?
Ella accenn di s col capo, ed entrambi s'avviarono.
L'apertura metteva infatti ad una seconda corte, e questa era pi piccola ma assai meno sucida della prima. Non era tutta cinta dal caseggiato, ma era chiusa per due lati, da un alto muraglione. Di fronte, s'alzava una piccola gradinata di tre scalini, e al sommo di questi, una porticina a vetri, dietro i quali eran calate due tendine verdi. A destra della porticina, un cartone bianco recava queste poche parole: Sacerdote prof. Michele Moratti, Istituto privato d'educazione per giovanetti.
Non s'erano ingannati! In quella casa, dietro quelle cortine verdi, viveva quegli ch'essi erano venuti a cercare.
Donna Bianca s'arrest. Tutti gli spettri del passato parvero per un secondo popolare d'un crocchio tetro e pauroso la solitudine chiara di quella piccola corte.
Celati, disse quasi inconsciamente Celati!
Egli le si rivolse con profonda piet, con un infinito rispetto.
Oh Marchesa! Intendo quanto possa e debba riescirvi doloroso questo momento. Avreste potuto ritardarlo. E anche ora, se non vi regge l'animo...
Essa si mosse. No. disse, andiamo!
Si spinse avanti, e, prima che Celati potesse prevenirla, afferr il cordone del campanello, e di una forte strappata, che dest all'interno uno squillo prolungato ed acuto.
Non and guari che s'ud un passo frettoloso, pesante, accostarsi alla porticina, mentre una sgarbata voce femminile borbottava: Che diavolo c'?  attaccato fuoco, da suonare a quel modo?
La donna ch'era venuta ad aprire, una serva, evidentemente, rimase immobile, a bocca aperta, fissando quei due signori incogniti.
Scusino balbett scusino. Credevo che fosse la donna del latte. Cosa comandano?
Don Michele Moratti? chiese Celati.
 qui... sta qui...  di l che fa lezione. Entrino pure, adesso vado subito... Oh povera me... il grembiale.
Si tolse in fretta il grembiale, se ne forb nervosamente le mani, e lo gett in un canto, poi si rivolse ai due signori, e li preg di seguirla. La poveretta era stata sorpresa in un momento di malumore e ora... chiss cos'avrebbero detto quei forestieri, quella signora tutta vestita di nero.
Santo Dio! mormor mentre li precedeva per uno stretto corridoio. E non c'era neppure la sorella di don Michele! Era andata a Gorgonzola.
Si ferm davanti ad un uscio chiuso a chiave, l'aperse, e introdusse gli ospiti in una specie di salottino.
Si accomodino qui.  mica in ordine, neh, perch oggi non c' la padrona, e non  il giorno che vengono le visite. Oh signore, manco il fuoco acceso! Adesso vado... subito a chiamare...
Un momento disse Celati. Il vostro padrone dov'?
Eh... se ha finito... sicuro, sono le due. Bene, adesso sar giusto nel suo studio.
Vorreste condurmi da lui? Desidero parlare col vostro padrone. Recategli questo biglietto.
Le porse una busta ove si conteneva una carta di visita, sulla quale eran scritte alcune linee.
La donna prese la busta e disse: Sar servito ed esc.
E ora continu Celati rivolgendosi alla Marchesa sedete su quel sof, calmatevi e aspettate. Io, secondo le nostre convenzioni, consegner la lettera del mio povero amico a questo don Michele, e prenderemo con lui le misure necessarie acciocch voi possiate vedere il ragazzo senza che nessuno possa addarsi del reale scopo della nostra venuta. Fatevi animo, Marchesa. Siete cos pallida! Temo che abbiate preso freddo.
La sollecitudine cordiale e affettuosa di Celati parve scuotere alquanto la Marchesa. Essa sorrise all'amico e gli porse la mano.
No disse non ho preso freddo.  il passato... il passato...
V'intendo rispose Celati. Ma questo passato, voi avete saputo perdonarlo a Bruno, e il movente che qui vi conduce  cos sublime che deve bastar da solo a sostenervi, a prepararvi a tutto ci...
A tutto, s, Celati... a tutto, interruppe la Marchesa.
Sedette sul sof e vi rimase immobile. Era strana a vedersi, nel meschino ambiente di quel nudo salottino da prete, quella grande figura di dama, cos magra, cos arcanamente bella, d'un pallore cereo, e al quale dava un risalto quasi spettrale, il nero opaco ond'era vestita, il lutto gravissimo della vedova.
E quel lutto era recente. Da un mese soltanto. Bruno aveva raggiunto i padri suoi, nelle tombe di famiglia, ad Arcello.
Ecco, disse Celati, torna la donna.
Tornava infatti, frettolosa, per dire che il padrone, figurarsi, verrebbe lui subito.
No mormor Bianca a Celati no...
Egli la rassicur d'un cenno. Prese poscia il cappello e disse recisamente alla serva: Conducimi dal tuo padrone.
Uscirono assieme, e donna Bianca rimase sola.
N'aveva d'uopo. S'abbandon per un momento sul sof, in completa balia d'un pensiero. Ancora pochi istanti, ed ella vedrebbe suo figlio.
Ora non pensava ad altro. Vedrebbe suo figlio. Il cuore della madre aveva dei battiti cos violenti che parevano spezzarlo. Non era gioia, non era spasimo, era qualcosa di pi forte, di pi acuto, qualcosa, che se fosse durato a lungo avrebbe potuto forse uccidere quella donna... la madre.
Il passo grossolano, che tornava a risuonare accanto all'uscio, richiam Bianca alla coscienza di s stessa, della parte che rappresentava. L'infelice si rizz sulla persona, stette rigida, stecchita... come se aspettasse il passaggio d'un Re, nella posizione voluta dalla pi inesorabile etichetta.
La donna rientr senza bussare, aprendo col piede l'uscio solamente accostato. Le sue mani reggevano un fascio di legna e un fascinetto. Essa li dispose acconciamente nel caminetto, v'appic il fuoco, e una bella fiamma non tard ad alzarsi.
L! disse la serva con evidente soddisfazione  fatta! E adesso, soggiunse accostando una seggiola vuol restar servita a scaldarsi?
Donna Bianca non aveva la forza di alzarsi, rispose soltanto. No, grazie... sto bene qui... non ho freddo.
No? chiese la serva dubbiosamente. Credevo...  perch la vedevo, cos, un po' smortina. Si sente mica bene? Vuole che ci faccia un caff... colla macchina?
Grazie rispose Bianca, tentando di sorridere. Sto bene, non ho bisogno di nulla.
L'altra non persist nelle sue offerte. Stava immobile al suo posto, sentendo vagamente che avrebbe dovuto andarsene, ma inchiodata, invece, al suo posto da una curiosit tormentosa. La vista di quella signora incognita l'attraeva potentemente. N'era come affascinata, e non sapeva spiccarle di dosso lo sguardo esterefatto dei propri occhi, tondi, chiari, senza mistero.
Ed ella stessa era, senza saperlo, dotata per l'incognita visitatrice d'un fascino formidabile. Donna Bianca la guardava alla sua volta, cupidamente, con una bramosia straordinaria di interessamento per lei, per quella donna che tutti i giorni vedeva suo figlio, che avrebbe potuto dirle tutto di lui. Ma non osava interrogarla. Si guardavano dunque a vicenda... intimorite l'una dell'altra, perplesse, incerte del pari.
E una si chiamava Bianca marchesa d'Arcello, l'altra era la Tognina, la serva del prete!
Finalmente la Tognina fu la pi forte, e si decise.
Scusi disse timidamente ma lei...  forse qualche mamma d'uno dei nostri ragazzi?
Un fulmine, scoppiato ai piedi di donna Bianca, non avrebbe potuto tornarle pi inatteso, pi pauroso di quella domanda cos semplice, cos naturale in bocca alla serva. La Marchesa cerc, per un secondo, cosa doveva rispondere. In quel secondo si sent attanagliata, per la prima volta, dalla fatalit del suo giuramento! Pure non aveva nemmeno il diritto di esitare. Ci sono delle domande alle quali bisogna risponder subito.
No disse chiaro. Poi ripet. No... mentre sentiva di curvare la sua altiera testa di gran signora, davanti allo sguardo timido e schietto della servente.
Questa non s'accorse di nulla. Era profondamente meravigliata. Chi era dunque quella signora? se non la mamma d'uno dei ragazzi!
Volevo ben dir io! sclam finalmente. Pensavo che potesse essere una mamma forestiera. Perch, quelle di qui, le conosco tutte. Vengono al gioved, qui, in questa sala, e vedesse dopo, che bel disordine, colle castagne e le altre cose che portano!
Ah! balbett donna Bianca. Ah! E...  un pezzo che siete qui?
Quattro anni a Pasqua. Prima ero da un canon...
Dunque interruppe donna Bianca questi ragazzi, li conoscete tutti... nevvero?
Se li conosco rispose l'altra meravigliata e con un bello scoppio di risa. Se li conosco, dice lei? Per diana, saranno una ventina, non meno, ma saprei dirci tutto, dall'a fino alla zeta. E le mamme, quando vogliono sapere se non patiscono la fame, se non piangono, se non li maltrattano... a chi si rivolgono, di nascosto? A me, perch sanno che io son sincera...
E continu la Marchesa voi cosa rispondete? La verit nevvero? Allora, qualche volta... patiscono la fame... sono tenuti un po' severamente... forse? Ma per non li maltrattano... nevvero?
Questo poi! rispose la Tognina con estrema importanza. A dir che li maltrattano, sarebbe una bugia da stare al purgatorio cent'anni filati. Hanno da mangiare abbastanza... da bere... non delicatezze, si sa, ma insomma non son mica tanti principi, e i nostri non stanno certo cos bene. In quanto alla severit, certo che con don Michele non si scherza mica, e anche la signora Veronica... aiuta anche lei a tenerli in gamba. Perch, se no, capisce soggiunse in aria di profonda sagacia sarebbe una... repubblica. Invece cos, qualche castigo, qualche tirata d'orecchio, qualche scapoccione a tempo.  furioso, sa, don Michele! Buono come il pane, questo s, bravo da far lezione che non c' un altro, ma quel che vuole, e con certi biricchini... ha la mano pesante, l'assicuro io.
E... mormor donna Bianca con voce soffocata questi biricchini... sono... si chiamano?
Oh! sono cinque o sei... Le assicuro io... che bisogna aver muso duro con loro. Gi... un po' demoni lo son tutti, buoni e cattivi. Bisogna vedere quando ci si mettono. Oh a proposito... a momenti... Sicuro soggiunse gettando uno sguardo sulla poltrona a momenti vengono fuori per la ricreazione. Vuol vederli?
Io? mormor trasalendo, donna Bianca. Io? Dove, come, adesso?
S, adesso. Sentir che fracasso faranno l nel cortile. Si accomodi qui, accanto alla finestra. Vedr che bei diavoli.
Bianca si alz, subitamente rinvigorita. Si rec alla finestra, cadde a sedere sulla seggiola che la serva le aveva prontamente recata nel vano, e poggiando la fronte sui vetri, guard all'esterno.
Vide solo un cortile cintato e abbastanza vasto, con due o tre acacie nude, senza foglie, e due panche di sasso.
Ora non c' nessuno, soggiunse la donna. Abbia pazienza un minuto, e vedr.
...
.
...
Bianca ebbe pazienza, aspett, e vide... Vide aprirsi a un tratto, una porticina laterale. Ud un voco alto di voci infantili e irrequiete, dominate da uno stizzoso accento di vecchio che raccomandava l'ordine. Poi delle grida, degli strilli giocondi, acuti come quelli delle rondini quando si spiccano dalla gronda per fender l'aria, una ressa di testine che s'allacciavano all'escita, di corpicini che si stringevano uno all'altro, nella furia di riescir primi al varco; poi l'irrompere d'una piccola folla delirante di gioia, che si precipit nel cortile, coll'impeto d'una vera invasione.
Sulle prime Bianca non distinse nulla. I bambini si sparpagliavano, tornavano a riunirsi, con una rapidit vertiginosa, come invasi dal delirio del moto, dalla reazione della forzata immobilit della scuola. Ed ella correva dietro, colla furia dello sguardo, a tutta quella furia di movimenti, cercando con ansia straziante, d'indovinare chi, fra quei fanciulli, era la creatura sua, il suo sangue, disperata di quella somiglianza di tipo che li rendeva uguali a primo aspetto, di quell'irrequietezza febbrile che tenendoli continuamente in moto, deludeva l'atroce tensione dei suo sforzo.
A un tratto, sent nel sangue come una mano di ghiaccio, nella testa come una vampa di fuoco. Le sue fibre trasalirono, un grido le sal impetuoso alle labbra. Aveva indovinato, aveva riconosciuto. E di nessuna cosa, di questo mondo o dell'altro, ella ebbe certezza pi salda, pi fulminea. Quello... non altri, quel bambino biondo, bianco, delicato, che saltava sul panchetto schiamazzando, quello era il figlio suo.
Ebbene chiese bonariamente la serva che gliene sembra? Le pare che ne facciano, s o no, del fracasso? A lei magari le sembrer che non sia gran cosa. Ma noi che la sentiamo tutti i giorni, quella musica! Guardi un po' quello l, cos rosso in faccia... quello  il pi diavolo di tutti.  il figlio dello speziale, qui al canto della via.
Ah! disse donna Bianca, accennandole un altro a caso e quello chi ?
Quello? aspetti un poco. Ah! quello,  signore sa? La sua mamma viene a trovarlo in carrozza,  la vedova d'un fittabile della Bassa.
E quello? chiese ancora donna Bianca.
Quello  il figlio del ricevitore delle imposte, nientemeno. E quell'altro l, quello cos giallo, il suo pap fa il macellaio. Anche lui sta bene... ma  un asino e cattivo come il peccato mortale.
E ora... disse donna Bianca. Non ebbe pi la forza di parlare, ma accenn ancora col dito.
Oh! disse festosamente la serva il biondino, dice lei. Quello  un po' biricchino anche lui...  bravo per, per la scuola. Ma  il figlio... di nessuno!
Figlio di nessuno!
Bianca ricevette il colpo, lo ricevette senza trasalire. Continuava a guardare, ma per un secondo non vide pi nulla.
Sicuro continu la donna in tuono misterioso e confidenziale son gi quattro anni che  qui. Venne, ch'era piccolino affatto. Si chiama Alberto... C' un banchiere che paga la pensione, ma qui, dei suoi, non s' mai visto nessuno. Dicono... Basta... Bisogna pure esser cani, a questo mondo, per abbandonar cos le sue creature. Per, qui  come se fosse a casa sua, e tutti gli vogliono bene: il signor don Michele, la sora Veronica, ed io. L'ho curato io quando ha avuta la scarlattina.
Ed  buono? disse donna Bianca ... contento?
Oh... altro...  un po' impertinente, vorrebbe le cose pi degli altri.  un po' galletto qualche volta, mentre invece... poverino...
S'interruppe bruscamente. La porta s'apriva in quel punto, e Celati, preceduto da don Michele si avanzava, cercando collo sguardo la marchesa d'Arcello.
Essa non ebbe la forza di andare ad incontrarli, ma Celati fu pronto a presentarle il vecchio prete, e questi s'inchin profondamente davanti a lei. La sua buona ed onesta figura tradiva una ammirazione senza limiti.
Bianca comprese ch'egli era tuttora sotto l'impressione immediata del riferto di Celati, ch'egli, inchinandola a quel modo, rendeva omaggio al sacrifizio, all'abnegazione della moglie tradita, a tutte insomma le generose parvenze ch'ell'era condannata assumere. E per la seconda volta, nel giro di pochi minuti, chin la fronte disperatamente, e... tacque.
Il buon sacerdote era infatti fortemente colpito di quella signora cos magnanima, cos generosa, e, diciamolo pure, cos diversa all'aspetto dalle solite frequentatrici del parlatorio. E il suo imbarazzo non era meno visibile della sua ammirazione.
Sicuro... sicuro... balbett rigirando nervosamente le mani una nell'altra la signora... desidera, nevvero, di visitare l'educandato? Ma figurarsi! a sua disposizione. Oh! Dio... non mi sarei mai aspettato un onore cos grande.
La serva era rimasta presso alla finestra e ascoltava a bocca aperta i complimenti del padrone. Non l'aveva mai visto cos ossequioso. Diamine, fosse un'ispettrice, quella signora! Angioli e Santi! E lei che le aveva detto!
Come mai esclam il prete non le hanno recato nulla, un po' di rinfresco, di limonata!
Non ha voluto niente interruppe la Tognina, sempre pi sgomentata. Ma se vuole, adesso, in un minuto...
No, grazie... rispose la marchesa -non ho bisogno di nulla... Piuttosto prosegu rivolgendosi a don Michele, se crede...
Oh! s'immagini, ai suoi comandi.
Allora disse la marchesa alzandosi quasi impetuosamente andiamo.
Andarono. La visita non fu lunga. Lo stabilimento era meschino. Non pi d'una ventina di ragazzi, reclutati dalle file d'una piccola borghesia benestante.
Il personale insegnante si limitava a don Michele e a due assistenti. Ai pi piccini fra gli allievi provvedeva la sorella del direttore. L'educazione si tradiva pressoch spartana, nel severo sparagno d'ogni accessorio che non fosse strettamente indispensabile; gli ambienti freddissimi, erano privi di qualsiasi mezzo di riscaldamento; era facile indovinare quanto fossero limitati gli scopi e le pretese delle famiglie che allogavano col i loro fanciulli.
Donna Bianca ascoltava, senza udirle, le prolisse spiegazioni del direttore. Guardava tutto per, divorando, collo sguardo quei luoghi, quelle nude povere stanze. Alberto era vissuto, l fra quelle mura, confuso in una piccola folla di fanciulli volgari. E v'era giunto a quattro anni, quando gli altri bambini s'adagiano ancora nel tepore primo del nido, quando appartengono ancora esclusivamente alla madre.
Ora, disse con un accento imperioso, con un subito fiammeggiar dello sguardo, ora voglio vederlo.
Lo vide, e in questo modo.
Per uniformarsi alle istruzioni di Celati ed evitare al piccino una distinzione, della quale egli od altri avrebbero potuto rammentarsi pi tardi, fu convenuto che sarebbe chiamato assieme, ai tre allievi, coi quali aveva diviso l'onore d'una premiazione agli ultimi esami. E i piccini, chiamati con infinito sussiego dalla Tognina, sempre pi convinta che quella misteriosa signora fosse una ispettrice, mandata segretamente dal Re per vedere come andassero le cose dell'educandato di don Michele, entrarono assieme nello studio del direttore, il quale aveva ceduo a donna Bianca il comodo seggiolone della scrivania. Essa aveva raccolta in quel momento tutta l'energia dell'esser suo.
Don Michele le presentava i quattro fanciulli. Il primo si chiamava Santo Perrotti, sicuro, aveva avuto il primo premio di dottrina cristiana, un buon ragazzetto, un po' goloso per, pur troppo... Ma... bisognava correggersi... nevvero? Il secondo era Gaetano Merlo, bravino anche lui, specialmente per la calligrafia. Il terzo, Ambrogio Carrocchio, distinto in aritmetica, sicuro, faceva la regola del tre. E il quarto, Alberto Stranieri, premiato in grammatica... sicuro... eh... eh...
Donna Bianca sorrise a Santo Perrotti, a Gaetano Merlo, ad Ambrogio Carrocchio, baci una dopo l'altra quelle volgarissime faccie di bambini, comprando a quel modo il diritto di dare un altro bacio, un altro sorriso. Ma quando fu giunto il momento pi formidabile di quel giorno, quando ella ebbe ritto, franco, ignaro davanti a s il figlio suo, donna Bianca, non pot dapprima n sorridergli, n baciarlo. La fronte le si imperl d'un sudore gelato, le parve che da quel visetto biondo emanasse un freddo mortale. Come s'egli gettasse in volto il soffio glaciale d'una tomba d'onde era uscito in quel punto.
Ed egli rassomigliava terribilmente a Stanis.
Aveva il suo grande occhio strano e azzurro, il suo sguardo lieto e vagamente triste.
L'ovale del piccolo volto era decisamente slavo; i capelli biondissimi cominciavano sulle tempie con una linea quadrata, che non era quella degli altri fanciulli, come non era simile alla loro, l'espressione vivace, spiritosissima della bocca, la finezza a la mobilit estrema dei tratti, una vaga, indefinibile distinzione della fisonomia.
Allora il passato si lev brusco, violento davanti a Bianca! Ella rivide Stanis, lo rivide e, per un secondo, lo riam pazzamente... nell'inconscio sorriso del figlio suo?
Poi subito, senza transazione, am quel bambino che la guardava come si guarda un'ignota, l'am con tutto l'ardore della sua anima di madre, l'am come l'aveva amato gi una volta nell'asilo ove l'aveva dato alla luce! Un inesprimibile orgoglio le irruppe in cuore, una folle gioia di quella risurrezione. Stese avidamente le mani, accost il bambino, e lo baci mentre Celati e don Michele, nell'impulso delicato d'un'ammirazione che assumeva in quel momento il carattere d'un pudore, s'allontanavano assieme, scambiando qualche parola e senza guardare dalla parte di lei. Le aride labbra di Banca eran tuttora come suggellate sulla fresca guancia del fanciullo. Ed essa, baciando, badava a non mordere, come l'assetato da pi giorni morde, nel furore dell'avidit, gli orli del vaso donde spilla, provvidamente scarsa alla sua sete, l'acqua che deve pur ridargli l'esistenza.
E quando ritorse le sue labbra da quella guancia, ebbe d'uopo, per farlo, d'un indicibile sforzo; le parve che le venisse ritolto il respiro, ch'ella avesse assolutamente d'uopo, per vivere, del trasporto inebbriante di quel momento, della sua sensazione di completo oblio e d'appassionate rivendicazioni.
Pure, si fren. Senza abbandonare il fanciullo, piantandogli negli occhi il suo sguardo ardente, gli chiese con sommesso e convulso accento: Come ti chiami?
Alberto rispose il fanciullo, pure sommessamente.
Ah! la sua voce, la voce infantile, dalle intonazioni ancora un po' incerte, dall'accento indefinito, molle.
E... e... quanti anni hai?
Il fanciullo esit un momento.
Non so... disse poscia, alzando le spalle.
E hai avuto il premio, nevvero, sei stato buono? ti piace a studiare?
Incalzava le sue domande, sentendo avvicinarsi il momento in cui la voce potrebbe venirle meno, nello spasimo di un singhiozzo o nella violenza d'un grido.
Il fanciullo chin il capo, colpito da una specie di subita timidit.
E... mi conosci? chiese la sventurata.
No... disse il fanciullo, sorridendo.
Si guardarono... ella fissandolo con una intensit piena di strazio; egli con una curiosit che cominciava a farsi sgomenta. Fortunatamente, il nodo di crespo del cappellino della signora attir l'attenzione del fanciullo ... Com'era mai curiosa quella cosa nera, forata, che lasciava veder la pelle del collo, al dissotto, e il mento, che era cos bianco e tremava, come se quella signora avesse freddo, tanto freddo.
Bianca sentiva che il momento era passato, che la diversit fra questo colloquio e quello cogli altri bambini si accentuava. Ebbe ancora l'impulso di ripetere quel bacio d'un momento prima, ma non si sent il coraggio d'affrontare quella tentazione. Che accadrebbe poi? Ella sentiva, che dallo spiraglio test aperto, il fiotto della maternit saliva sempre pi caldo, sempre pi vasto e imperioso, sentiva quell'onda gonfiarsi, minacciar di sommergerla. E non doveva essere. Si morse a sangue le labbra e abbandon il fanciullo.
Ma questo non ardiva moversi, ed ella non poteva dirgli: Va.
Celati, chiam con un filo di voce. Celati.
Egli si volt, indovin, o credette di indovinare e fece un cenno impercettibile a don Michele.
Ehi, disse questi bruscamente ragazzi!
I fanciulli corsero obbedienti, e Alberto, allontanandosi dalla marchesa, ebbe la mossa allegra d'un passerottino che spicca il volo.
Bianca s'alz. No... non era possibile, ancora un momento, a qualunque costo. E, per un lampo, un insano pensiero le attravers il cervello. Correr dietro a quella creatura, afferrarla, portarsela via, fuggire lontano, morire assieme, soli, in un cantuccio buio dell'universo.
Il direttore non impose ai fanciulli di salutare la signora forestiera. Usc frettolosamente con loro, mentre Celati, accostatosi con premura alla marchesa, e vedendo ch'ella s'era alzata e tentava dirigersi verso l'uscio, le porse la mano.
Un momento supplic lasciate prima che si ritirino. Avete gi sofferto tanto, siete stata sublime... avete...
Essa lo interruppe con uno sguardo minaccioso. Poi, con uno scoppio di risa, afferr la mano offertale, la strinse convulsivamente.
S balbett s, avete ragione. Cio no, avete torto, non ho sofferto abbastanza!
E sedette di nuovo. Poi, reclin il capo lentamente, sinch l'ebbe appoggiato alla scrivania del prete. E cos rimase fino al ritorno di questo.
Era solo, e non le parl. Ma quando furono per separarsi, egli, obbedendo a un moto inesplicabile, arrossendo come un fanciullo, le prese la mano e la baci. Essa non se n'ebbe a male, sorrise. Don Michele si trattenne un momento sulla soglia di casa, guardando la carrozza che s'allontanava nella nebbia fitta della via. Un'accozzaglia di pensieri s'urt per un momento nel suo testone zazzeruto. Che santa quella donna! Pure, doveva esser ben forte in lei il risentimento! Egli aveva avuto paura un momento quando essa baciava il bambino! Chiss come se la passerebbe quel povero piccino! Sicuro... aveva detto quel signore che essa aveva l'intenzione di farlo studiare, sotto ai suoi occhi. Che dispiacere per lui vederlo andar via. Gli volevan bene, tutti quanti, a quel biricchino, che non era mai andato in vacanza, ch'era sempre rimasto con loro! Ah quei signori, quei signori! coi loro capricci, coi loro vizi! E adesso, anche una pensione di meno, con queste annataccie!
Si gratt in capo filosoficamente, e, vedendo ormai che la nebbia soltanto occupava la strada, rientr preoccupato, di mala voglia, per dare una lavata di capo alla Tognina, che non aveva portato il caff a tempo e luogo.
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PARTE TERZA.
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Capitolo 1.
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Il treno giunse sbuffando davanti alla piccola stazione, si ferm per un minuto, e ripart subito, lasciandosi dietro sulla piattaforma, un solo viaggiatore discese da un vagone di prima classe, rapidamente, con una mossa agile, per un uomo di sessant'anni.
Ma Celati si conservava cos bene, era cos robusto, cos sano! Stava immobile, accanto al cancello, reggendo colla destra la valigia e guardando la piattaforma opposta.
Un domestico sulla quarantina, in piccola tenuta grigia, esc, dall'interno della stazione, mosse incontro al viaggiatore, e gli rivolse la parola.
Ben arrivato, signor Conte, ha fatto buon viaggio?
Benone. La signora marchesa a manda la salutare, e anche don Febo, e dice che sarebbe venuto lui a prenderla, ma che ha dovuto andar col fattore, per una certa questione di acque. Se vuol favorire, signor conte, la carrozza  di fuori.
Celati e il domestico uscirono dalla stazione, e furono in breve installati in un leggero ed elegante cabriolet. Celati, crogiolandosi nel suo cantuccio, col delicato epicureismo, che non tutti i vecchi sanno avere, gustava deliziosamente l'impressione della trottata, di quel bel sole, di quell'idillica campagna.
Ad un tratto, tese l'orecchio. Laggi, verso l'ovest, rimbombava cupo, prolungato dall'eco che lo diffondeva nelle valli vicine, uno strepito alto, potente. Se il cielo non fosse stato cos puro e l'orizzonte cos terso, si sarebbe potuto credere ad un remoto brontolio di temporale.
Per una decina di minuti, tutto fu silenzio. Poi il rombo si ripet. Torn ad echeggiare, due o tre volte, a lunghi intervalli. Celati interrog collo sguardo il cocchiere.
Fanno le cannonate, laggi al campo di Somma rispose questi.  tutto il mese che la durano a quel modo... ma questo non  niente. Bisogna vedere quando ci sono le grosse manovre! Hanno da fare una la settimana ventura, e dicono che verr il Re.
Un rombo si ripet pi forte, e le vibrazioni sonore giunsero, sensibilissime, sino alla carrozza.
Vede? disse il cocchiere, accennando la cavalla colla punta della frusta lei non se ne accorge nemmeno. Mentre invece a me, mi fa effetto, per una certa cosa... Eppure  una gran bella cosa, il sentire quelle cannonate e pensare che sono i nostri, proprio i nostri, che le tirano, e non quegli altri, sa bene, quegli amici che c'erano prima, vestiti di bianco. Un affare di venticinque anni fa...ci son tanti che non se ne rammentano neppur pi! Anch'io ho fatto la mia parte, sa... Avesse visto nel 59: che finimondo! E ne sono andati via tanti a dispetto del padrone, buon'anima sua, che non era affatto di quell'idea, ma s... tenerci allora, noi bardassa! E poi c'era il dottore, il medico condotto. Scusi, l'ha conosciuto, lei, il povero dottor Ferri?
No rispose Celati non mi pare.
Gi infatti... non poteva mica conoscerlo... Ma dicevo cos, perch anche lui, era tutto di casa. Bene dunque: il dottore era un uomo di quelli giusti. Bisognava sentirlo a predicare. L'Italia, la libert, l'Indipendenza... diceva di quelle cose, di quelle cose, che facevano venir la febbre. E appena vide che si faceva davvero, piant la condotta, e, vecchio com'era, se ne and, e condusse via anche me. Siamo andati coi piemontesi. Io mi batteva, e lui no, io ammazzavo pi gente che potevo, e lui non pensava che a curare i feriti; eppure (quando si dice il destino) io me la son cavata con niente, e lui... una cannonata per l'appunto, a Palestro!
Il cocchiere tacque e sferz vivamente la cavalla. Questa sorpresa e piccata per quell'immeritato castigo, part con una velocit tale da obbligare il cocchiere ad un attento manovrar delle redini, e gli richiam sulle labbra una filza di quei lusinghieri epiteti coi quali si suole accarezzare l'innegabile amor proprio dei cavalli.
Ci sono molti ospiti in villa? chiese Celati, quando la buona irlandese, ebbe ripresa la solita e posata andatura del suo trotto.
No, Signor conte. Questo settembre abbiamo avuto il signor Guaretti e due o tre amici del signor marchesino. Adesso c' solamente la signora duchessa di Monte con sua figlia. Sono venute marted.
Il rimbombo, alquanto pi forte, d'un colpo di cannone richiam Celati all'argomento toccato un momento prima e alla cannonata che aveva per l'appunto, portato via il dottor Ferri. Celati cercava nella sua memoria, con attenta cura, ma non si rammentava d'aver mai udito pronunciare quel nome in casa d'Arcello. Eppure il cocchiere aveva detto ch'egli era stato tutto di casa, e Celati sapeva quanto fosse memore e tenace in casa d'Arcello, il culto dell'amicizia. Lo sapeva, e per prova.
La strana missione affidatagli dal suo amico, al letto di morte, gli aveva data occasione di conoscere Bianca sotto un aspetto inatteso. La sua sublime abnegazione, il silenzio dignitoso, la perenne generosit della quale essa aveva dato prova sin dal primo momento della sua accettazione, non s'erano mai smentiti. L'orgoglio della moglie offesa, s'era intieramente ecclissato, davanti alla leale misericordia della vedova. Essa non era mai venuta meno all'altezza della sua missione. Aveva adempiuto strettamente, con rigida fermezza, gli impegni assunti. Aveva provveduto in tutto e per tutto, al mantenimento e all'educazione di quel fanciullo, la cui esistenza era pure per lei l'oltraggio pi grave che possano tollerare l'amore e la dignit coniugale della donna. Essa non s'era mai allontanata dalle prescrizioni di Bruno, non aveva in nulla corretta la severit draconiana delle sue disposizioni. Alberto Stranieri non avrebbe potuto neppur sognare d'aver la pi lieve attinenza coi d'Arcello. E quando, per uno di quegli strani giuochi del destino che sembrano quasi imporsi agli umani eventi, Febo d'Arcello, imbattutosi a scuola con un fanciullo che si chiamava Alberto Stranieri, strinse con questi una viva amicizia, dominato da quel carattere vivo, ardito, allegrissimo e ch'era pure la pi perfetta antitesi del proprio, quieto, timido, un po' debole: la marchesa ebbe il coraggio e la virt di non opporsi a quel legame.
Senza incoraggiare quell'amicizia, l'accett. Il biondino adorabile, l'orfano intelligente e forte, che tutti amavano, fece la sua comparsa nel gaio crocchietto dei piccoli amici di Febo. La marchesa aveva adottato l'invariabile sistema di accoglierli ogni gioved, al palazzo d'Arcello, e i bambini sognavano per tutta la settimana, quella visita, lo splendido lunch, gl'innumerevoli trastulli messi a loro disposizione; sognavano sopratutto l'apparizione della madre di Febo, quella signora cos bella, sempre vestita di nero, che veniva a presiedere ai loro giuochi, s'occupava di ognuno dei piccoli ospiti, e a tutti rivolgeva la dolcezza misteriosa e profonda di qualche parola. Molte di quelle piccole amicizie eran venute meno, coll'andar degli anni, ma il gaio impero esercitato da Alberto su Febo resistette agli anni e alle vicissitudini dell'infanzia, nonch a quello dell'adolescenza.
S'eran trovati quasi sempre nello stesso avviamento di studi e di lezioni, ma l'ingegno pi pronto e la maggiore applicazione d'Alberto non avevano tardato a stabilire, nei risultati, una marcata differenza. Eppure, ci non guastava nulla. Febo era cos buono, e Alberto cos generoso! Erano entrati assieme all'Accademia militare, ma il giovane marchese d'Arcello, dopo qualche anno, aveva rinunziato a quella carriera, poco adatta alla sua salute, alquanto delicata, ed aveva compiuto in casa il corso legale degli studi, mentre l'amico suo, appassionato per la vita militare, e specialmente inclinato per le matematiche, diventava, in breve volger di tempo, un brillante luogotenente d'artiglieria. L'intimit, fra quei due, era continuata anche da lontano. Si scrivevano di frequente, e la marchesa si teneva sempre minutamente informata di quanto riguardava l'amico di suo figlio. Che donna quella marchesa, che dama, che madre, che eroina di virt e d'abnegazione! E pensare che se avesse voluto...
Celati si ricordava ancora del modo col quale ella non aveva voluto... diventar sua moglie. Ci era accaduto tre anni dopo la morte di Bruno. Egli le aveva detto semplicemente: Tanto della mia vita vi appartiene gi,... perch non vorreste accettare anche il mio nome? Ma ella, con una dignit mesta e affettuosa, aveva ricusato, senza che quel rifiuto alterasse per nulla la loro amicizia, n la placida cordialit dei loro rapporti.
Celati non le aveva mai pi parlato di ci, vi pensava solo, qualche volta, convenendo seco stesso d'avere sperato troppo, accontentandosi della parte destinatagli da Bruno, felice di poter comechessia rendersi utile a quella donna incomparabile, che rappresentava per lui il pi alto ideale della virt femminile.
Mentre Celati era assorto in quei pensieri, la meta si faceva prossima. Il piccolo villaggio d'Arcello si vedeva distintamente. L'affondatura del terreno celava ancora la villa, ma sull'altura del giardino, il sole indorava la vetta dello chlet.
Il cocchiere, rallentando ad un tratto la vivace andatura della cavalla, accenn a Celati, colla frusta, due Signore che, scendendo la strada della chiesa parrocchiale, stavano per riescire sulla via maestra.
Guardi un po', signor conte, chi c' laggi.
Chi? chiese Celati, aguzzando la vista, alquanto indebolita dagli anni.
La marchesa e la duchessina, donna Grazia. Tornano di chiesa.
Raggiungile presto, e poi fermati, che scender per accompagnarle a casa.
Il cocchiere ubbid, e, un minuto dopo, la carrozza si fermava bruscamente sulla via, allo sbocco del sentiero, dal quale giungevano in pari tempo le due signore. Celati fu d'un balzo fuori della carrettella, e un incrociarsi di lieti saluti risuon immediato.
Qui disse la marchesa qui, Celati: la vogliamo in mezzo a noi.
Lo misero realmente in mezzo a loro, ed egli procedeva glorioso guardando di continuo, ora a destra, ora a sinistra, come se volesse formulare un giudizio, o fare un confronto. Pure, fra: destra e sinistra, confronto non ci poteva essere. La destra aveva 45 anni, la sinistra ne aveva 19!
E li aveva come non tutte le fanciulle di quella et sanno o possono averli. La sua era una di quelle purissime giovent che nessun dispiacere ha turbato, che nessun gufo di sinistro augurio ha mai sfiorato coll'ali, che una cura gelosamente provvida, ha saputo serbare incolume. Giovent senza febbri precoci, senza malsani esaurimenti dell'immaginazione, sana e gentile, forte e delicata, che serba il segreto d'una forza propria, ben equilibrata, la quale avr o non avr l'occasione di estrinsecarsi, ma che intanto, esiste: pronta e sincera.
Grazia di Monte aveva quella giovent. Possedeva, forse senza saperlo, quella forza latente e la sua bellezza gentile n'era irradiata. Non era una bellezza straordinaria, n classica, n di quelle che s'avventano, imperiose, nei primi strati dell'immaginazione, mettendovi lo scompiglio, ma era difficile, difficile assai scordare Grazia di Monte, quando, si avesse messo piede nei limiti dell'orbita, al centro della quale essa esercitava, il fascino squisito e dolce della propria attrazione.
In questa cara effulgenza, cominciava dunque Grazia di Monte la vita della sua bellezza, mentre la bellezza della marchesa Bianca, cos splendida un tempo, pareva ancor pi tramontata di quanto nol comportassero gli anni passati. I capelli le si erano fatti bianchissimi, e sotto quel terribile diadema, il volto serbava indarno la regolarit cesellata dei tratti. Alcune pieghe si disegnavano accanto alle tempia Sotto all'occhio stanchissimo, infossato, s'era formato un gonfiore perenne, bianco, che diventava livido, quando la marchesa non si sentiva bene o quando qualcosa le dava pena.
Eppure, c'erano dei momenti in cui, per un inesplicabile mutamento, la bellezza perduta sembrava tornare. Un'animazione subitanea, un interessamento prepotente per qualcuno, per qualcosa, un'emozione, bastavano per trasfigurare quasi quella donna, per richiamarle l'incarnato sulle gote, la vita negli sguardi, uno strano e potente incanto su tutta la fisonomia. Ma passata la causa, cessato l'effimero eccitamento, tutto ci scompariva immediatamente ed era scontato da un abbattimento pi forte, pi visibile di prima.
Donna Bianca era allora in uno dei suoi bei momenti. Un piccolo velo nero, posato con garbo sui capelli bianchi, inquadrava artisticamente il volto delicato; una sciarpa di trina, pure nera, le copriva le spalle, incrociandosi sul petto nella foggia squisitamente elegante di cui troviamo ancora il modello, nelle inimitabili figurette di Compte Calix. Il taglio perfetto dell'abito, faceva risaltare la forma ancora snella della persona, e la contentezza di rivedere l'amico schietto e leale, ch'ella conosceva ormai da tanti anni, le aveva magicamente ravvivata la fisonomia.
Il terzetto procedeva festoso pel viale del giardino, e bisognava sentire che bel frastuono di chiacchiere risuonava in quel momento, assieme al bisbigliar degli uccellini e ai mille lievi strepiti dell'ora mattutina! Senonch, quando si fu vicini alla villa, Grazia, col pretesto di andar a vedere se la mamma avesse d'uopo di lei, ma in realt, col delicato pensiero di lasciare in libert quei due antichi amici, si conged da loro e s'allontan, correndo festosamente in mezzo alle aiuole.
I due rimasti rallentarono il passo come per una tacita intesa, tenendo dietro con uno sguardo affettuoso a quella adorabile figuretta, sinch non fu scomparsa.
Ebbene? chiese Celati ridendo.
La marchesa mise un sospiro.
Niente, per ora.
Egli la guard, quasi incredulo.
Possibile?
Che volete? rispose in tono di rammarico la marchesa. Febo non sembra affatto preoccupato.
Vediamo un poco se possiamo ragionevolmente pretendere ch'egli sia preoccupato. La duchessa e sua figlia sono qui da...?
Da otto giorni.
Oh ma allora, marchesa, non dobbiamo inquietarci. Otto giorni sono pochi... sa?
Non avevo certamente la pretesa rispose sorridendo donna Bianca che mio figlio s'invaghisce di Grazia, in cos breve tempo. Ma Giulia ha definitivamente fissata la sua partenza per gioved venturo. Oggi  sabato e... avrei voluto che le cose si mettessero diversamente.
Sarebbe a dire!
Non so... mi pare d'aver constatato che fra quei due giovani non esiste, per ora, quella simpatia che avevo tanto sognata!
Perdonate, se vi faccio una domanda. Febo sa dei vostri progetti?
S, glie li ho lasciati indovinare, senza dar loro naturalmente molto peso.
Perdonatemi ancora. Non sarebbe stato meglio ch'egli avesse ignorato tutto?
No disse la marchesa dopo aver esitato un momento, e come se rispondesse piuttosto a s stessa che ad altri non mi pare. Egli ha in me una fiducia assoluta. Credo non lusingarmi di soverchio, asseverando che, quand'egli si decidesse a prender moglie, la mia opinione potrebbe aiutarlo nella scelta. Ed egli sa del pari ch'io non gli imporr mai, in materia s grave, il pi lieve obbligo di riguardo alle mie simpatie. Febo soggiunse poscia con intimo orgoglio, appena tradito dal tremito della voce Febo  buono e mi ama molto.
Per ha ragione rispose con fuoco Celati. Poich nessuna donna ha meritato, al par di voi, la stima e l'amore d'un figliuolo.
Essa l'interruppe, con un cenno. E per un momento parve stanchissima, le palpebre calarono avizzite, floscie sull'occhio. Ma, subito dopo, riprese a parlare.
Febo, come vi dicevo, non sembra punto impressionato.
Oh Febo, Febo, che cecit!  incomprensibile.
Nevvero! E io che avevo tanto sperato! Avevamo carezzato quel progetto, io e Giulia, sin da quando erano piccini entrambi. Ma questi ragazzi sono imperturbabili, non ho potuto constatare in essi la pi lieve inquetudine.
In essi? Allora vuol dire che anche Grazia...?
Oh! Grazia  d'una bont veramente fraterna pel mio povero Febo. Ma sento ch'egli non ha fatto breccia di quel cuoricino.
Ma insomma, che fanno? Non si vedono ogni giorno, non passeggiano assieme?
Certo. Non posso lagnarmi comechessia del modo col quale mio figlio adempie i suoi doveri di padrone di casa. Ci accompagna sempre, dopo il mezzod. Ma non ha mutata veruna delle sue abitudini, e passa invariabilmente le sue mattinate all'uccellanda.
All'uccellanda? Ma questa  una novit, nevvero?
Infatti, data solo da quest'anno. E ne devo l'iniziativa al nostro vecchio fattore, il Bottacci, che ha saputo ispirare a mio figlio il gusto di quel divertimento. Febo fu sempre amantissimo della caccia, ma io dovevo sempre fare uno sforzo per vincermi quando lo vedevo armato di schioppo. Saprete senza dubbio che molti anni addietro...
So infatti s'affrett, a dire Celati, vedendo la marchesa alquanto agitata che un accidente di caccia ebbe anni sono delle conseguenze...
Irreparabili prosegu la marchesa, con un lieve brivido, E rimase immobile per un istante, collo sguardo vago.
D'allora in poi continu poscia in tono pi calmo mi  rimasta, naturalmente, un'avversione invincibile delle armi da fuoco. Ma non potevo pretendere che mio figlio partecipasse a quell'avversione, n privarlo d'un divertimento tanto consono all'et sua e ai suoi gusti. Bottacci, come vi dissi, seppe destramente inspirare a Febo la passione di quel genere di caccia, che non presenta pericolo alcuno. Essi vi si dedicano entrambi con furore.
Mi pare infatti aver gi altre volte udito da voi di questo fattore e dell'affetto che dimostra a Febo disse Celati alla marchesa.
Oh! un culto, addirittura. E non data da oggi. Quando mio figlio era piccino, temevo quasi che quell'eccessiva devozione potesse riescirgli nocevole, fomentando i puerili orgogli di chi si vede oggetto di adulazioni e di omaggi. Fortunatamente non ebbi a combatter nulla di simile nel cuore di Febo, e dovetti convincermi io stessa della realt di quell'attaccamento.
Ma sapete disse ridendo Celati che  una cosa straordinaria, leggendaria anzi? Un fattore realmente affezionato ai suoi padroni. E onesto, per soprammercato!
Onestissimo, e d'un'intelligenza d'affari che non lascia nulla a desiderare. Ultimamente, volli avere tutti i resoconti delle amministrazioni agricole, e Guaretti al quale li feci esaminare, rimase meravigliato, al par di me, degli straordinari risultati della tenuta d'Arcello. E soggiunse la Marchesa, abbassando a un tratto la voce mio marito l'aveva per un buono e fidato servo della casa.
Lo so, rispose gravemente Celati. Ricordo anzi che dovetti fare uno sforzo per uniformarmi a quell'opinione di Bruno. Vi rammentate quando osai dirvi che quell'uomo m'ispirava una segreta antipatia. Pure, mi sarebbe riescito assai difficile trovare il perch di quel sentimento. E non vi so dire che conforto fu per me l'udire che voi pure...
Infatti, rispose scherzando la Marchesa, udendovi manifestare quella specie di inconsulta antipatia, non esitai a confessare d'aver subita io stessa, tempo addietro, un'impressione poco dissimile dalla vostra. Fu nei primi anni del mio matrimonio, e non manc chi volle dipingermi il Bottacci sotto un cattivo aspetto. Pu essere che avesse qualche torto, che non sapesse, come credo accada spesso ai fattori, farsi amare dai contadini; ma nessuna di quelle accuse, vaghe, timide, quasi esitanti, giunse mai ad assumere le proporzioni d'una denunzia positiva. Durante la nostra lunghissima assenza da Arcello, egli diede prova di mirabile zelo e di sagacia indiscutibile, nell'andamento degli affari. E quando tornai, l'esperienza di quell'uomo mi fu veramente giovevole. Pi tardi la sua devozione per Febo, la sua condotta verso di lui, durante la terribile malattia che lo colse qui e che ci tenne s crudelmente agitati, fu tale ch'io mi rimproverai coscienziosamente le mie antiche prevenzioni, e non potei pi negare a quell'uomo n la mia gratitudine, n la mia fiducia.
E fu allora continu Celati che io pure, seguendo il vostro esempio, divenni il pi ragionevole degli uomini, dimenticando assolutamente le mie prevenzioni fantastiche sul conto del signor Bottacci e rammentando solo ch'egli  un devoto servitore di casa d'Arcello.
Si misero a ridere entrambi, lieti di non avere a rimproverarsi delle puerili ostinazioni.
Oggi per prosegu la Marchesa Bottacci non ha condotto Febo all'Uccellanda. Sono andati a conferire con un proprietario limitrofo, per non so quale vertenza. Da qualche tempo in qua, Febo prende un interessamento abbastanza costante all'andamento delle cose agricole, e Bottacci, sapendo quanto io desidero che Febo si occupi personalmente dei suoi affari, coltiva acconciamente queste buone disposizioni. Avrei voluto per continu la Marchesa, tentando di scherzare, ma con un sospiro ch'esse l'assorbissero un po' meno, in questi giorni.
Cos, senz'avvedersene, eran giunti sotto l'atrio della villa, e Bianca chiese a Celati se volesse salire.
Aspetterei se non vi spiace un altro pochino. E se voi stessa non siete stanca e non avete nulla di meglio a fare, tratteniamoci ancora un momento, qui sotto il portico.
S'intrattennero alquanto sotto il portico, nella fresca quiete di quell'ora mite. Le rose d'autunno facevan capolino dall'esterno e una cedrina, addossata alla colonna pi prossima, mandava un odore forte e gradevolissimo. Al centro del giardino la fontanina sussurrava sempre vagamente, colla stessa voce di trent'anni prima, le stesse cose, forse gli stessi consigli, che nessuno intendeva...
Contate di fermarvi tardi ad Arcello? chiese Celati alla Marchesa.
A dirla schietta rispose questa non lo so neppur io. Febo, che gli altri anni era impazientissimo di tornare a Firenze, non mi ha ancor detto nulla in proposito. Le sue nuove occupazioni sembrano realmente interessarlo, ed io non voglio, comechessia, distoglierlo da ci che pu essere un avviamento ad una vocazione d'affari. Voglio sperare che, se ci tratteniamo qui ad autunno avanzato, ci farete un po' di compagnia, non  vero, Celati?
Egli le prese la mano, e la baci.
Immaginate quanto ne sarei lieto! Ma, sgraziatamente, non lo posso. Devo, prima che ci colga il freddo, accompagnare a Nizza uno dei miei nipoti, la cui salute d non lievi inquietudini. Spero per, che mi scriverete, tenendomi a giorno dell'andamento di questo affare, ch'io m'ostino a non credere disperato.
La Marchesa sospir.
Ve lo prometto disse.
Tacquero per qualche minuto, poi egli riprese a parlare.
Perdonatemi se torno su quell'argomento. Ma pi ci penso, e pi la cosa mi riesce incomprensibile. A meno che... Febo...
Febo, che? chiese trasalendo la Marchesa.
Oh Dio, non ci sarebbe nulla da sgomentarsi, Marchesa. Volevo solamente alludere alla possibilit ch'egli avesse qui, o a Firenze, qualche altra preoccupazione di quel genere... qualche simpatia, non saprei, qualche amoretto. Ha ventidue anni, al postutto, e...
Questo dubbio interruppe la Marchesa, arrossendo lievemente si  presentato pure alla mia mente, e comprendo quanto entri nel campo delle possibilit. Ma Febo soggiunse con una specie di pudica esitanza mi ha sempre detto che desiderava di prender moglie prestissimo. Me lo ripeteva anzi, non pi d'un mese fa.  dunque in un campo palese che potremmo tentare qualche investigazione. A Firenze non credo, perch non desidera andarvi, e qui, non va in nessun luogo, non ha frequentata nessuna delle ville vicine, non ha veduto insomma altra fanciulla all'infuori di Grazia.
S'interruppe vivamente udendo risuonare sullo scalone, un passo femminile.
Zitto disse a Celati ecco Giulia che scende.
La Duchessa scendeva infatti, tutta pomposa, in una fresca toeletta mattutina, e fu in breve sotto il portico, ove l'attendeva una festosissima accoglienza. Essa era ancora piacentissima, nonostante i 50 anni che non aspettava pi, ma che portava benissimo, con mirabile disinvoltura. Era sana, contenta, e quei quindici anni passati non gli avevan recato alcun dolore. L'unico suo pensiero, la figliuola, l'era sbocciata accanto come un fiore, era bella, buona, gentile, purissima, quale l'aveva voluta ed educata lei stessa. E per la duchessa si conservava fresca, e i suoi non somigliavano agli occhi di donna Bianca, quei poveri occhi stanchi, straziati.
Mentre Celati le baciava la mano, essa gli diede il benvenuto. Poi sedette anch'essa, e si mise a chiaccherare.
Bianca teneva dietro con un certo sforzo alla vivacissima conversazione di quei due. Pensava con crescente inquietudine che l'ora della colazione si avvicinava, e che Febo non compariva. Poco stante un domestico venne a recarle un bigliettino, test depositato in cucina da un contadino, proveniente dalla fattoria. Il biglietto era di Febo, scritto a lapis, e diceva cos:
"Carissima mamma,
"Non posso assolutamente venire a casa per la colazione. Scusami presso le signore e Celati. L'affare delle acque va per le lunghe, e non potr sbrigarmi prima delle due; per cui, mangio un boccone qui da Bottacci. Un bacio dal
"Tuo FEBO."
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Bianca si rivolse alla Duchessa, la quale, dalla fisonomia mortificata della sua ospite, aveva gi indovinato, a un dipresso, il contenuto del biglietto, e scoccata una maliziosa occhiatina a Celati.
Mia cara Giulia mormor finalmente la Marchesa Febo  dolentissimo... un affare... pressante... lo trattiene anche oggi.
Ma certo, certo interruppe ridendo la Duchessa cogli affari non si scherza. Davvero, sapete continu in tono pi serio e rivolgendosi a Celati l'attivit spiegata da Febo in questi ultimi tempi  veramente meravigliosa, ed io son persuasa che Bianca, senza far parere, se ne rallegra in cuor suo.
Oh s, rispose Bianca ho sempre desiderato che Febo prendesse cura dei propri affari. Ma non vorrei... preferirei che non me lo portassero via cos di frequente.
Ah madri incontentabili! ribatt la Duchessa. Ho scoperto una cosa, Celati, che in oggi, i nostri figli sono molto, ma molto pi ragionevoli di noi. Non potreste immaginare la profonda saggezza delle prediche che di tanto in tanto, mi fa Graziella Minerva, e quanto io senta lo stretto dovere, d'essere una buona mammina obbediente. Bianca invece, non vuol persuadersi di questa verit, e ha torto. Febo dimostra d'aver un giudizio meraviglioso e d'essersi convinto, non meno del marchese Colombi, che le Accademie...
Oh Giulia, disse Bianca sorridendo ed alzandosi, hai un bel dire sai! Ma vorrei che per un momento fossi al mio posto e... Cio... no... non vorrei soggiunse con un impeto strano, quasi iroso. Poi, frenandosi subito, tent un sorriso. Ho dormito poco stanotte e sono un po' nervosa. Non m'abbadate. Se non vi spiace, vado per un momento a dar qualche ordine... e voi due... consolatevi come potete della mia assensa.
Quest'ultima frase non and certo perduta per la Duchessa, che accompagn d'una vera tempesta di frizzi l'uscita della Marchesa. Ma non appena questa fu scomparsa nella penombra dello scalone, Giulia di Monte cess da ogni scherzo, e, rivoltasi con serissimo aspetto a Celati, gli disse a mezza voce: Povera donna! Non si pu dar pace...
E lo comprendo. Sapete che era un bel sogno, quello d'una nuora come Grazia?
Ne convengo, ma mi pare che meriti io pure il vostro compianto... Perdere un genero... come Febo.
Celati la guard bene in viso, poi disse ridendo: Si vede, infatti, che siete inconsolabile.
Cattivo! diss'ella, con una seriet comica Vorrebbe che mi desolassi perch Febo si  sopratutto convinto che le Accademie qualche volta non si fanno per l'appunto. Quei due ragazzi hanno pi buon senso di tutti noi, se si accorgono in tempo di non esser nati l'uno per l'altro, e frattanto io mi serbo il mio tesoro.
Ah! e credete che ve lo lascieranno per un pezzo?
No, ribatt con accento aspretto la Duchessa. So benissimo che, una di queste quattro mattine, un individuo qualunque, del valore di Febo suppergi, ma col merito straordinario d'aver gli occhi in testa, si dester coll'idea che il mio tesoro deve diventare il suo. E, in grazia di questa bella pensata, mi toccher un'altra bella mattina a vestir di bianco il mio tesoro, strapparmelo dal cuore, e consegnarlo a lui... a quel bel tomo cogli occhi in capo. Avr perso Grazia, s'intende, ma avr acquistato un genero. Sapete come li adoriamo, noi mamme, i nostri generi. Io mi sento un cuore, oh! un cuore pel mio futuro genero! E quando penso che Grazia, dopo un po' di lagrime, si consoler non solo, ma amer la sua nuova casa, pi della vecchia, la sua nuova vita pi dell'antica, mi viene un'adorazione per quel mio genero futuro che... lo strizzerei cos... vedete. Prese, cos dicendo, il suo fazzoletto di battista, e se ne valse per illustrare il proprio pensiero.
L'accento, la mimica della duchessa erano qualcosa di cos finamente comico, che Celati non pot trattenere uno scoppio di risa, mentre tentava di persuadere la madre stizzosa che Grazia non avrebbe certamente...
Per carit, interruppe Giulia, con un gesto vivace, non spendete fiato per togliermi di capo l'idea fondamentale della mia filosofia: che non bisogna mai credersi eccezioni in nulla. Fate piuttosto un'opera buona, incutetela questa filosofia, ribaditela per bene in capo alla nostra amica. Ella ne ha bisogno, credetemi... e Dio non voglia che abbia un giorno a pagare il suo errore.
Oh... duchessa! Ma donna Bianca  la pi modesta, la meno esigente delle donne...
Per s, intendiamoci... Ma da che rimase sola con Febo, ha riportato tutto su di lui, ha... cessato bruscamente d'essere s stessa, per continuarsi in Febo. Quell'amore  diventato il suo egoismo. Mi spiego?
S disse Celati. Continuate anzi a spiegarvi.
Ecco qua. Lo ha sognato buono, eccellente, perfetto. Si  dedicata intieramente a lui; avrebbe voluto comperare, col sacrifizio di s stessa, il diritto di venire a patti col destino di suo figlio e di dirgli: lascia fare a me. Egli dev'essere questo e quest'altro. Dev'essere il primo a scuola, il primo in collegio, il primo all'Accademia, dev'essere un'ideale di marchese d'Arcello, dev'essere invidiato dai giovani, adorato dalle donne, amato da tutti. Troppa perfezione, vedete, troppa roba! Febo era buono e non  diventato cattivo;  anzi, straordinariamente buono, per un giovane educato sotto questi auspici. Madre e figlio s'adorano, ed ella  tranquilla perch si sente la pi forte, perch crede che, avendo ella dato tutto senza condizione, senza restrizioni, il Destino (che ella scambia ancora per un Dio gentiluomo) potr un giorno o l'altro accordarle generosamente qualche non chiesto compenso. Il suo amore per Febo  qualcosa di assoluto, di esaltato. Si direbbe ch'essa teme sempre di non amar mai abbastanza suo figlio, sembra tormentata dall'idea d'avere un debito verso lui e di non poter mai giungere a liberarsene...
Di questo m'ero avveduto anch'io, osserv Celati e ho cercato invano di combattere quello stranissimo scrupolo. Ma a voi pare che Febo!
Febo prosegu la duchessa non  un'aquila, lo sappiamo del pari, non  certo all'altezza di sua madre! Temo si trovi in un'atmosfera che, naturalissima per Bianca, pu essere artificiale per lui. Ma  abituato a respirarla, e chi pu dire come andrebbero le cose, se cos non fosse? Una reazione sarebbe sempre pericolosa per lui, giacch, nel suo carattere quieto, dolcissimo, esiste pure un elemento d'altra natura e che potrebbe, forse, dare alle cose una direzione alquanto diversa dall'attuale. Egli subisce ora l'influenza di sua madre, credo che la subir sempre, pure...
La duchessa si arrest, come se non sapesse afferrare bene le deduzioni d'un suo pensiero.
Volete dire, continu, abbassando la voce, Celati se un'altra influenza...
Gi... disse prestamente la duchessa.
E tacque, battendo in misura il suo piedino ancora ammirabile, contro la gamba del tavolino di ferro.
Povero Febo... disse poscia, con accento affettuoso gli avrei voluto bene, anche in qualit di mio genero. E Grazietta Minerva avrebbe saputo indovinarlo, quel povero cuore malato di Bianca...
Ma non c' proprio nessuna speranza? A volte, tra giovani, qualche malinteso...
Fatemi il piacere... Sono cose che si tradiscono lontano un miglio... e io indovinai come stanno le cose all'indomani stesso del nostro arrivo... Fra loro non esiste assolutamente quelle... come si chiama sapete, il titolo di quel seccantissimo romanzo di Goethe: Wahlverwandschaften ... ehm, affinit elettive. No... proprio niente, niente affinit, niente elettive. E la duchessa si mise a farsi vento vivacemente col fazzoletto che aveva rappresentato, poco prima, la parte di genero.
A me pure era occorso al pensiero continu Celati che la cecit di Febo potesse avere un'altra causa, ma la marchesa ha cos perentoriamente esclusa ogni possibilit di questo genere che...
Ah! ah! disse ridendo la duchessa Bianca ha escluso, nevvero? Infatti. Ma io...
Ebbene... continu Celati voi non escludete?
Oh, ecco che volete farmi cantare! Ma la fanellina, quella cara fanellina  vecchia, e non sa pi gorgheggiare. Ors, siate buono, non insistete. La mia  la decima parte d'un'idea, ed  tanto bislacca, tanto stramba per sovrappi, che a volerla esternare, riuscirebbe qualcosa d'incomprensibile, una di quelle frasi barbare che voi non avrete udito neppure fra gli stimabili selvaggi coi quali passaste tanti anni della vostra esistenza. E adesso, caro Celati, andate a farvi bello. Mancano pochi minuti all'ora della colazione.
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Capitolo 2.
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A terreno, in una delle sale vicine al porticato, una giovane seduta a un tavolino, era assorta in una gentile occupazione. Stava confrontando fra loro due lembi di finissima trina, uno dei quali era compiuto, l'altro no. Dopo averli considerati con attenta cura, afferr un paio di forbicine, disfece alquanto del lavoro incompleto e s'accinse a rifarlo. A un tratto, lasci cadere il lavoro, alz vivamente il capo e si guard d'attorno.
Lo sguardo caldo, ardito, un po' cupido, emanava da un occhio nero, brillante assai, bench non molto grande. Un vero occhio da brunetta. La giovane toccava i ventidue anni all'incirca, ma ne dimostrava ancor meno; aveva tratti irregolari, una fisonomia volgaruccia, anzich no, ma, nella faccia rotonda, nelle labbra tumide, rosse assai, nella forma bizzarra del nasino, un nasino alla francese, rivoltato all'ins, nel colorito dorato, nella pienezza robusta e non ancora sgarbata della persona, la giovent, sanissima, si tradiva. Un'espressione che non aveva pretesa alcuna di spiritualismo, ma che pure sapeva accennare, lontanamente, il calore d'un fermento. La fronte era quadrata, sagace, una fronte che rammentava subito quella di Bista Bottacci.
La giovane ricamatrice vestiva modestissimamente; il taglio del suo abito di lana bigia avrebbe quasi potuto chiamarsi austero, ove non fosse stato cos bene assestato alla vita. Una sciarpettina di lana bianca, con certi ciondolini a spire di ciniglia rossa, era rigirata attorno alla gola, con grazia studiata e in modo da non impedire comechessia la vista del collo, un bellissimo collo assai pi bianco del volto.
Lo sguardo della fanciulla errava irrequieto, scintillante, sul fastoso addobbo del salotto, mentre i dentini bianchissimi si protendevano alquanto, per mordere la ricca porpora del labbro superiore. E un sospiro strano, cupido, si sprigion dalla bocca, mentre una mano forte, un po' madida, si spingeva, con un moto inconscio, sino al prossimo seggiolone dorato. E sul raso celeste dello schienale, pass, lenta, la mano, indugiandosi nella volutt di quel contatto.
Ma la mano si ritrasse subito, come se avesse toccato un carbone ardente. La giovane si ricompose, in un lampo, nell'attitudine d'un momento prima. Lavorava ora alacremente, col capo chino e con s attenta cura, che non ud aprirsi una delle porte laterali. La persona test entrata, pot muovere inavvertita due o tre passi verso la lavoratrice. E questa, sollevando a caso la testa, s'alz confusa, con un oh! prolungato di sorpresa, ravvisando la Marchesa.
Perdoni, signora Marchesa, non l'avevo udita non l'avevo vista.
Bianca, con un gesto cortese, le accenn di tornare a sedere.
Lavoravi cos attentamente! le disse con indulgenza.  un pezzo che sei qua, Zoraide?
Oh no, un momento. Mi divertivo... qui, col lavoro della signora Duchessina.
Ah! e come va?
Oh benissimo, si figuri, lo fa meglio di me, adesso.  proprio brava la signora Duchessina.
Mi rincresce che ti ha fatto aspettare. Sono andati tutti a fare una trottata.
La giovane chin il capo e non rispose. Pareva profondamente assorta nel suo lavoro.
La Marchesa guard distratta la delicata trina, attorno alla quale la giovane si occupava indefessa; poi s'allontan, e sedette accanto alla finestra, con un libro in mano. Ma non lesse neppure una riga. Guardava, aspettando la carrozza che non tornava mai. Non and guari per che s'ud scricchiolare la sabbia del viale. Allora la marchesa s'alz rapidamente:
Eccoli, disse ed esc tosto per andarli a incontrare.
La giovane, rimasta sola, gett con impeto il lavoro sul tavolino, corse alla sua volta alla finestra, ma tenendosi nascosta dietro alle cortine, e spinse all'esterno uno sguardo attentissimo. Vide accostarsi infatti l'elegante landeau, lo vide fermarsi sotto l'atrio, vide Febo balzare dallo scerpino, offrire il braccio successivamente alla Duchessa ed a Grazia, poi chinarsi rapidamente all'orecchio di questa, che obbedendo forse ad una suggestione si volt per assistere alla laboriosa discesa di don Gabrio, l'antico precettore.
I due giovani scambiarono un sorriso, e Zoraide si morse le labbra. Poi, vedendo che tutti stavano riuniti in crocchio e che, lietamente chiacchierando, si dirigevano verso l'atrio, si tolse rapida dal suo posto d'osservazione, e torn al tavolino. Poco stante i reduci dalla trottata fecero irruzione nel salotto.
Grazia corse incontro alla giovane ricamatrice, che s'era alzata e stava in atteggiamento umile e riverente.
Quanto mi spiace le disse con affettuosa cordialit d'averla fatta tanto aspettare... Ma ora vado subito a togliermi il cappello, e...
Ho paura interruppe dolcemente Bianca che sia un po' tardi per incominciare la lezione di ricamo. Non potreste far gran cosa, perch oggi si desina un po' prima del solito.
La giovane ricamatrice, che in questo frattempo non aveva mai alzati gli sguardi, cominci immediatamente a radunare gli sparsi accessori del lavoro.
Torner domani s'affrett a dire, umilmente. A che ora comanda, signora Marchesa?
Oh, disse questa vieni quando vuoi, nella giornata, e avvisa tuo padre che ti tratteniamo a pranzo. Grazia potr cos vederti a lavorare e starete assieme un pochino di pi.
Ma certo disse Grazia sar contentissima di passar qualche ora colla mia paziente maestra.
La paziente maestra si confondeva in ringraziamenti, e cominciava a porsi in assetto di partenza, senza affrettarsi, per. Ripose con diligenza le forbici nell'astuccio, riordin il canestrino del lavoro, vi pose, ripiegati a pi doppi, i due lembi di trina. Poi, mentre a capo chino, si spiccava di dosso alcuni rimasugli di filo, lanci attorno a s un celerissimo sguardo. S'assicur che qualcuno fra i sopraggiunti era gi escito alla chetichella. Allora pose prestamente fine al suo armeggio, salut con profondo ossequio ed esc alla sua volta, leggermente, senza far rumore, inavvertita nel chiacchierio della conversazione generale e colla sicura rapidit di mosse, tutta proprio di chi sa di non fare effetto di sorta, n coll'andare, n col rimanere. Scomparve, come scompare un topolino grigio dietro una fenditura.
Travers di passo lento le splendide sale, riesc in giardino, e allora soltanto cominci a camminare spedita. Ma serbava attenti lo sguardo e l'udito. Un momento, corrug la fronte, poi la spian, e un sorriso bizzarro le apparve sulle labbra. Aveva udito alle sue spalle un noto passo, che s'affrettava per raggiungerla.
Non si volt, non alz il capo neppure quando quel passo si fece vicinissimo e quando Febo la chiam forte, ridendo, parlandole quasi all'orecchio: Zoraide... eh... Zoraide!
Ella si volt, sorpresa, contegnosissima.
Signor marchese! disse, scuotendosi.
Ors soggiunse il giovane lietamente non farmi quel broncio.  questo il modo di far spolmonare un povero cristiano?
Ella ebbe un sorriso freddo e sdegnoso.
Non avevano pi bisogno di me e mi hanno rimandata. Donna Grazia non aveva voglia di lavorare. E siccome i suoi capricci sono legge cos...
Sul volto di lui, bellissimo e buono, pass una viva espressione di scontento.
Lascia stare donna Grazia, disse, alzando le spalle, - una buona figliuola.
Sicuro, ribatt l'altra con acre umilt. E si chiama la duchessa di Monte. Ed  tanto ricca non  vero?
Febo corrug la fronte, vivamente irritato.
Ouf... mormor Ci siamo!
La giovane abbass il capo e si lasci sfuggire un sospiro profondo, che un ascoltatore esperto avrebbe forse trovato un tantino artificiale.
Poi, con un rapido gesto, rec la mano agli occhi, come se volesse celarli.
Ah! mormor, se non fosse per lei... che  tanto buono, che vuol tanto bene al mio pap...
Sicuro che gli voglio bene rispose Febo, completamente disarmato da quell'accento. E a te pure voglio bene, per bacco! E un giorno o l'altro, ve ne accorgerete.
Ah! interruppe la giovane non si faccia neppur sentire dall'aria, a dire di quelle cose. Noi siamo nelle sue mani... far lei. Ma adesso, per amor del cielo, mi lasci andare. Che se mi vedessero! Sa bene,  cos presto fatto a calunniare una povera ragazza.
Si guard attorno, con un delicato movimento di pudore, in cui entrava pure uno spizzico di passione.
Egli si ritrasse subito, con un sorriso forte e benevolo.
Va pure, e d a Bottacci che domattina alle quattro sar in via per l'uccellanda. Alla colazione pensi tu, nevvero?
Zoraide ebbe un sorriso... e vi mise qualcosa del proprio. Chin poscia il capo e movendo la mano ad un cenno tra rispettoso e confidenziale di saluto, se ne and correndo.
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Febo stette immobile un momento, tenendo dietro collo sguardo alla giovane, pensando ch'essa aveva un bellissimo personale, ch'era buona, buona assai. Ma era la figlia del fattore, la maestrina di ricamo e per... Eppure era un'ingiustizia... un pregiudizio, un assurdo.
Febo s'indispettiva in cuor suo contro quell'ingiustizia, quell'assurdo, quel pregiudizio! Li trovava crudeli, ecco! Le distinzioni di casta non avrebbero dovuto esistere... specialmente per le donne. Zoraide aveva un personale da regina, n pi n meno. E ad ogni modo non valeva forse cento di queste signorine aristocratiche, tutte smorfie, attillature, frivolezze? Certo, anche fra queste c'erano delle eccezioni. Grazia, per esempio. Ma egli era sempre cos impacciato quando parlava a Grazia! mentre invece con Zoraide, era tutt'altra cosa. Mise anch'egli un sospiro, meno poetico, forse, ma certo pi sincero di quello di Zoraide. E torn indietro lentamente, tenendo chino il capo, come sotto il peso d'un pensiero difficile e complicato.
Sulla soglia del porticato stava la madre, sola, Febo ebbe per un secondo l'impulso, al tutto istintivo, di schivarne l'incontro, ma Bianca lo aveva gi veduto e lo chiamava, con quell'accento di autorit affettuosa, al quale egli non aveva mai voluto n saputo opporsi.
Febo! Da dove capiti?
Che? rispose il giovane. Ah! soggiunse subito vengo da... dal giardino. Sono andato a dare un'occhiata, cos. A proposito, ho una lettera da darti.
Una lettera? per me?
No, una lettera da farti vedere. Alberto mi scrive... To... dove l'ho cacciata? non la trovo.
Febo prese a rovistare in tutte le sue tasche, mentre la Marchesa, quasi fosse colpita da una subita stanchezza, s'appoggiava pesantemente alla colonna pi vicina.
Da Napoli? sussurr poscia, con voce spenta.
Oh no... Non  pi a Napoli. Non immagineresti mai... Si vede che l'ho lasciata su. Non importa. Ecco qua, Alberto mi scrive dal campo di Somma.
Un pallore spaventoso si sparse sul volto di Bianca ed essa ripet lentamente, come un eco fioca: dal campo di Somma?
Sicuro. In seguito alla sua recente promozione, fu rinviato nell'Alta Italia e venne a Somma pochi giorni or sono, colle truppe test giunte pel secondo periodo delle fazioni. E; guarda che bella combinazione, la sua batteria  destinata ad Arcello per la fazione che avr luogo domani nei nostri dintorni.
Ella si rizz sulla persona, con una mossa subitanea, impetuosa.
Qui? sclam esterefatta qui... Alberto, ad Arcello?
Ma certo, disse Febo ridendo. Ti fa specie? Io ne sono contentissimo.
No mormor Bianca.  impossibile... Intendi.  impossibile.
L'accento della misera donna era s angoscioso che Febo, colpito da una schietta meraviglia, le rivolse uno sguardo interrogatore.
Dicevo mormor la sventurata che abbiamo poco tempo per preparare tutto e...
Come!  questo che ti d noia? Ma si fa in un momento a preparare gli alloggi per otto o nove ufficiali. Ci penser io, non te ne dar pensiero.
La Marchesa non rispose, ma la sua fisionomia tradiva una s penosa perplessit che Febo continu:
Staranno qui un giorno o due, non di pi. Credo di conoscere gi parecchi di questi ufficiali. E poi... c' Alberto.
Bianca tentava di riaversi, di sorridere, di assentire collo sguardo alla letizia di suo figlio.
Povero Alberto... continu questi gli voglio un gran bene.  il mio pi caro amico... E non m'importa proprio niente che egli sia...
Bianca stese una mano, con un gesto inconscio... Febo mormor... Febo.
Oh, prosegui Febo, lo so che tu pure la pensi come me, su questo proposito e che la posizione di Alberto non t'impedisce di apprezzarlo in tutto e per tutto. Infin dei conti, dopo tutto, non  mica colpa sua se...
Essa apr la bocca per interromperlo, per scongiurarlo di tacere, ma non ebbe fortunatamente la forza di profferir parola. Ed egli prese per un cenno d'assenso, l'improvviso chinarsi della fronte di Bianca.
Diamine continu: non siamo mica gente dell'altro mondo, noi altri. Gi, in oggi, se si volesse andar a scavare nelle famiglie, se ne vedrebbero di belle. E tutti questi pregiudizi, queste distinzioni sociali, questi riparti di caste, sono tutte ingiustizie, corbellerie belle e buone. Tutti uguali, diamine. Si appartiene ad una sola famiglia, all'umanit. La sola cosa importante, indispensabile,  d'esser contenti, felici.
La Marchesa chin ancora, macchinalmente, la sua povera testa bianca. In qualunque altro momento, quando l'animo suo non fosse stato tutto quanto impegnato nella lotta contro la violenza crudele d'un'altra impressione, ella avrebbe potuto osservare (e forse sgomentarsene) che Febo, da parecchio tempo, non perdeva la minima occasione di esternare certe sue vedute (affatto nuove, per) sull'assurdit delle distinzioni sociali, sulla necessit assoluta d'una parificazione delle classi. Quelle teorie suonavano veramente bizzarre in bocca al rampollo d'una delle pi altere famiglie dell'aristocrazia lombarda. Febo, con quel suo bonario atteggiarsi quasi quasi a socialista, aveva anche un tantino l'aria di chi recita una lezione, scambiandola per un'improvvisazione propria.
Ma Bianca, in quel momento, non l'avvert, non avvertiva nulla. Nulla, fuorch il pensiero di quell'insidia terribile del destino che mandava Alberto ad Arcello.
Dibatteva seco stessa le ultime, le pi lontane possibilit di sottrarsi a quello strazio. Ma quelle probabilit sfumavano, una ad una, nella stretta dell'esame. Ed ella comprese ch'era condannata a vedere Alberto ad Arcello.
Dunque insist Febo, lieto di non esser stato contraddetto nell'esposizione delle sue viste, posso dar gli ordini?
Essa chin il capo una terza volta senza che il s, ribelle, riuscisse a sprigionarsi dalle sue aride labbra.
Ma Febo non chiedeva altro. Va bene, disse, Vedrai come staremo allegri. Penso io a tutto. Ed esc.
Bianca, rimasta sola, non si mosse. Pos solo il capo, con un abbandono completo, sul freddo granito della colonna e chiuse gli occhi. Alberto Stranieri, ad Arcello! Non poteva pensare ad altro. E il passato... una immensa macchia nera, pareva levarsi, come un gran nembo minaccioso che alzaasse da tutti i lati dell'orizzonte...
La prima campana del pranzo venne a scuoterla da quella angosciosa inazione. E Celati, che andava per l'appunto in cerca della marchesa, capit improvvisamente sotto al porticato.
Che c', chiese tosto, con premura, vi sentito male?
Essa scosse il capo. Ma subito, la terribile angoscia del suo cuore ebbe un esplosione irresistibile ed involontaria.
Oh, Celati... mormor l'infelice Alberto ... qui... domani!
Che rispose Celati. Alberto! qui? come?
 al campo... verr... per la fazione campale.
Allora... non siete voi che l'avete invitato!
Io? grid Bianca ergendo il capo io, avrei potuto invitare Alberto, qui, ad Arcello? Ma non sapete che piuttosto...
Si fren con un violento sforzo, sentendo che correva il pericolo di tradirsi.
Celati la guardava commosso. Nell'animo suo giganteggiava l'ammirazione per quella donna dagli indomabili affetti, e che, pur serbando vivo, perenne, appassionato in cuor suo, il risentimento d'una mortale offesa, aveva saputo vendicarsene cos.
Piuttosto soggiunse ella pacatamente avrei scelto di morire, se mi fosse stata presentata quell'alternativa. Ma non mi fu presentata, ed Alberto viene.
Celati credeva di comprenderla in quell'istante. Le si fece vicino e mettendo nello sguardo, che le rivolse, tutto l'omaggio della sua delicata compassione, della sua profonda stima:
Avete perdonato! le disse con profonda intenzione.
Bianca si volt, e lo guard fiso in volto, per un momento. Poscia rivolse altrove quello sguardo misterioso, inesprimibilmente triste, dove tutta la tenebrosa fatalit del suo destino pareva accoppiarsi alla disperata impotenza del suo dolore.
 vero, disse lentamente... Ho perdonato!
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La fazione  finita. Il reggimento sta attendato nei pressi del giardino e i cannoni della batteria di campagna mettono nel vivo verde delle macchie circostanti la nota fortemente lumeggiata dei loro bronzi. Alla rumorosa e agitata attivit del mattino, alla quiete profonda delle ore calde  successa la gaia ma posata animazione delle ore vespertine e la villa, brulicante di ospiti  teatro ad una garbata allegria d'armi e di giovent. Una diecina di ufficiali  riunita ad Arcello e tutti quanti sono felicissimi della loro destinazione attuale, superbi delle ricevute accoglienze. Sono tutti giovani per bene, alcuni fra essi appartengono alla migliore societ ed hanno gi avuto occasione d'incontrarsi colle signore riunite alla villa. Il colonnello  un lontano parente di Celati e Alberto Stranieri, il brillante ufficiale d'artiglieria a cui tutti rivolgono le pi vive congratulazioni per la sua recente promozione,  l'amico intimo, l'amico d'infanzia del padroncino di casa, del marchese Febo d'Arcello.
La Marchesa, non s'era ancora riavuta dell'impressione del giorno prima. Provava una continua stretta al cuore, le pareva di dibattersi nelle dolorose vicende d'un sogno opprimente. Ogni qualvolta il suo sguardo cadeva su Alberto, essa sentiva il bisogno imperioso di ricondurlo invece su Febo e quelle due attrazioni magnetiche si urtavano di continuo, tenendo i nervi della Marchesa in un perenne e doloroso stato di tensione. L'impressione della fatalit, pi forte di lei, pi forte di tutto, le metteva in cuore uno spavento vago, un terrore cieco di ci che l'avvenire poteva tener in serbo per loro tutti. Le pareva di costeggiare un abisso, non poteva capacitarsi delle possibilit che Alberto si trovasse ad Arcello, che Febo, che essa stessa, avessero ad accoglierlo quivi come un amico. Le pareva che quella circostanza fosse per Febo un atroce insulto... lo risentiva ella stessa arcanamente per questi e sentiva in pari tempo, con straziante amarezza, quale fosse la superiorit reale della posizione che Febo occupava di fronte all'amico. E anche di questo era ferita... Di tutto, di tutti!
Il colonnello, il maggiore e i capitani, avevan fatto crocchio attorno alle due dame, mentre le due signorine Grazia da Monte e Zoraide Bottacci, erano naturalmente il centro obbligato della brigata dei giovani. E Alberto Stranieri, bench devotissimo alla madre di Febo, entusiasta anzi della virt e dei pregi della Marchesa, non pensava guari in quel momento a rammaricarsi della circostanza che escludendolo dall'eletto drappello dei pezzi grossi lo metteva in grado di poter intrattenersi a lungo con quella ch'esso sapeva essere una delle pi belle e distinte signorine di Firenze, la duchessina Grazia di Monte.
Grazia non era per la sola fanciulla a cui potessero rivolgersi gli omaggi dei giovani ufficiali che il caso aveva condotti ad Arcello. Zoraide Bottacci, vestita molto semplicemente, e tutta compresa dell'inferiorit della sua posizione, stava a fianco della giovane duchessina. Essa aveva timidamente declinato di approfittare dell'invito ricevuto il giorno prima, allorch aveva udito che si aspettava tanta gente al palazzo ma la Marchesa, non aveva voluto mortificare quella povera giovane escludendola dalla sua societ, in un giorno come quello, mentre soleva accettare in tempi normali la compagnia della giovane ricamatrice. Febo aveva vivacemente appoggiato quella proposta. Era andato lui stesso ad assicurarsi dell'assenso di Bottacci. Zoraide aveva sobriamente dimostrata la sua gratitudine per un s segnalato favore, e dimostrava ora, colla prudenza somma e la quasi esagerata modestia del suo contegno, quanto fosse compresa dell'anormalit del caso. Rimaneva perfettamente al suo posto, umile, cos umile che Grazia e Febo dovettero pi volte ricorrere in aiuto della timida ancella. A malgrado di questi benevoli sforzi Zoraide s'avvedeva, con un acre collera segreta, che tutti quanti gli ospiti avevano indovinato esser ella in quella famiglia, un elemento avventizio, uno di quei riempitivi innocui che si tollerano benignamente in campagna. Tutti erano stati per lei garbatissimi, ma questa cortesia non andava disgiunta da una lieve sfumatura di indulgenza; era quella cortesia, della quale suole essere oggetto una persona che deve ad un'altra, il riflesso della luce che la illumina.
Zoraide Bottacci era fresca, belloccia, e la sua giovent, non priva d'un certo fascino, avrebbe certamente provocato altrove in quegli stessi giovani un'ammirazione festosa, tale da soddisfare probabilmente le facili ambizioni della maestrina. Ma l, in quelle sale, e sopratutto davanti allo squisito fascino di Grazia di Monte, le volgari attrattive della figlia del fattore parevano, pi che altro, una stonatura. Quasi tutti i giovani s'eran riuniti in crocchio attorno alla Duchessina, e questa, abituata sin dall'infanzia ad aiutare sua madre nei continui ricevimenti, non si trovava ora affatto imbarazzata, e intratteneva tutti con una sicurezza modesta e calma, con quella pudica franchezza delle quali hanno sole il segreto le anime veramente pure, e che s'impone di fronte alle giovent pi effervescenti, alle pi scaltre esperienze. Zoraide Bottacci sentiva d'essere un'intrusa presso Grazia di Monte, capiva d'essere, accanto a lei, appena qualcosa di pi d'una cameriera. E la calma forzata ch'essa ostentava era ben lungi dal regnare in cuor suo. Quella maschia e brillante giovent militare le dava delle vertigini. La sua immaginazione era fortemente colpita da quelle uniformi attillate, dal luccichio delle spalline, dal suono degli speroni. Febo stesso, il padroncino, le pareva misero, brutto davanti a quegli splendidi ospiti. Essa si mordeva acremente le labbra nel suo cantuccio... le pareva di subire un torto crudele. Una cupida mania di omaggi riverenti l'aveva invasa, uno scontento feroce della sua posizione. E il suo sogno, (un sogno audacissimo, cos audace che ella non osava, in altri tempi, dirlo apertamente a s stessa), le pareva ora una prospettiva insufficiente e meschina. Ma, in quel momento, quel sogno era un tormento di pi, diventava un mezzo che bisognava adoperare ad ogni costo... per arrivare l... l dov'era Grazia di Monte. Com'erano belli, splendidi quei giovani! Che diversit da quanti l'eran sinora caduti sott'occhio! E a farlo apposta, quello che essa aveva adocchiato subito, il pi bello fra tutti, quegli al quale aveva scoccata invano, di sbieco, una delle occhiate che soleva tenere in serbo per Febo, quell'ufficiale d'artiglieria, non l'aveva guardata, l'aveva appena salutata, e ora, seduto alla destra di Grazia, le parlava con visibile interessamento.
Zoraide Bottacci non aveva torto. In mezzo a quel brillantissimo crocchio, l'ufficiale d'artiglieria spiccava sugli altri tutti. Alberto Stranieri era bello, grande, di stupende forme, biondissimo. Aveva un tipo nordico, dei grandi occhi azzurri, frangiati di lunghissime palpebre nere. I tratti non eran regolarissimi, ma un'inesprimibile distinzione, emanava dall'assieme della fisonomia. Aveva qualcosa d'ardito, di forte, una poesia tutta sua d'aspetto, di sguardi, di parole, un non so che di cavalleresco, di nobilissimo e di buono a un tempo. Parlava benissimo, senza accento di sorta, sicuro di s stesso, con uno squisito senso della misura, di ci che doveva e poteva dire. E perci forse Grazia di Monte pareva intrattenersi un tantino pi a lungo con lui che cogli altri. E perci ancora vedendolo da lungi, la marchesa Bianca, si faceva sempre pi pallida in volto, mentre intratteneva sorridendo, perfetta sempre nei modi e nelle parole, il crocchio dignitoso dei pezzi grossi.
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Salivano lo scalone. La marchesa per dar qualche ordine, la duchessa per riposarsi un momento, prima del desinare. Tacevano entrambe, stanche forse del prolungato cicaleccio di quelle ore. Ma giunte sul primo pianerottolo, la duchessa si ferm bruscamente, obbligando l'amica a fare altrettanto.
Senti le disse, son tutti carini, non c' che dire. Ma vorrei sapere chi  quel biondo, d'artiglieria, che parlava test con Grazia.
Bianca trasal impercettibilmente e guard la duchessa con un'espressione incerta, come se non avesse intesa bene la domanda.
Chi? disse quale?
L'altra ebbe un grazioso gesto d'impazienza.
Ma s... quel biondo al quale Febo d del tu. Un tenente, alto, bello... Sembra un principe delle novelle fate.
Bianca s'era dominata. Ma le cost pure un'indicibile sforzo il pronunziare quel nome...
Capisco, alludi al tenente Stranieri.
Stranieri dici? Che nome originale. Ma anch'egli mi sembra molto originale. Ha un tipo tutto suo, da gran signore. L'ho sentito poc'anzi. Ha dello spirito e parla il francese come un parigino. Non si direbbe italiano, nevvero? Mi ricorda... aspetta... rassomiglia... oh Dio, a chi rassomiglia?
S'arrest, cercando nei ripostigli della sua memoria, mentre Bianca, livida, cogli occhi sbarrati, aspettava.
Non so continu scoraggiata la duchessa deve somigliare a qualcuno che debbo aver veduto in societ, anni fa, a Parigi, a Roma, non so dove.  lombardo?
Non... non so... non credo... E un amico di Febo.
E si chiama Stranieri? Ma cos, Stranieri, tout court senza un tantin di corona? Non ho mai veduto un tipo pi aristocratico. Mi pare d'aver udito che sia destinato a Firenze quest'inverno e che intenda frequentare la societ. Lo vedrai tu...?
Io? mormor la marchesa Ma s... credo.  sempre venuto da me...
Oh allora, lo ricever anch'io, sai. Ha dello spirito. Poi,  un bellissimo giovane, di quelli che colla sola loro presenza ammobigliano un salotto, nevvero?
Bianca chin il capo, senza rispondere.
Credi a me continu affettuosamente la duchessa vatti ad allungare sul sof, per dieci o quindici minuti. Si vede che tutto questo tramestio ti ha stancata orribilmente.
Ma bench fosse in realt orribilmente stanca, la marchesa non segu il consiglio dell'amica. Un fascino doloroso, pi potente della sua volont, la richiamava presso i suoi ospiti. Rientrando in sala le parve di provare un'oppressione e si diresse tosto verso il balcone che dava sul giardino. Sentiva il bisogno di respirare pi liberamente, di raccogliersi. Ma, dopo un minuto o due, ud alle sue spalle un passo elastico e leggero. E, prima di vederlo, indovin Alberto.
Egli aveva notato che la padrona di casa era sola e veniva a raggiungerla. Le si pose al fianco, allegro, cortese, parlandole della bellezza d'Arcello, della stupenda villa.
Ella taceva, tentando invano di frenare un violentissimo palpito. E una tenerezza folle di madre, ravvivata da tutte le terribili memorie di quel paesaggio, le mordeva il cuore. Sentiva un desiderio pazzo di abbracciare suo figlio, l, davanti a quel giardino, davanti al sentiero che guidava il villino. Egli chiacchierava, ilare, felice. Che cosa curiosa, nevvero, questa combinazione? Com'era stato contento di venire ad Arcello! Febo gli ne aveva parlato tanto!
Pass sulla fronte una mano bianchissima, rimovendo una ciocca dorata di capelli.
Bianca trattenne un grido. Quel gesto... ah! quel gesto, era famigliare a Stanis.
Non os, neppur col pensiero, rivivere il passato. Ma le sue mani stringevano le sbarre di ferro, le stringevano cos forte che gli spigoli laceravano la carne.
Lo sa continu Alberto che quest'inverno sono di guarnigione a Firenze?
S mormor la marchesa lo so. E... n' contento?
Io, ma certo, contentissimo. Se mi permetter, verr di frequente a presentarle i miei omaggi.
S diss'ella. La vedr sempre volentieri.
Nulla pi! Una cortese adesione a una cortese domanda. E pure, ella si sentiva in quell'istante, ebbra d'amore per lui, si sentiva ferocemente madre di lui. Vi fu un momento di silenzio. Poi egli esc improvvisamente a chiedere:
E cos' quel grazioso edificio lass? quella collinetta?
Essa lo guard, come se non avesse inteso bene. Poi disse freddamente: Una dipendenza della villa. E appoggi il capo stanchissimo, sulla spalla del balcone.
Mamma grid Febo, che passava in quel momento dal giardino, con un crocchietto d'ufficiali.
Ella si rizz, e s'affacci al balcone.
Febo rispose forte Febo... son qui.
Ohi! grid lietamente Febo chi vedo, accanto a te. D ad Alberto che scenda, andiamo in scuderia a vedere la mia morella.
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Il pranzo era riescito allegrissimo e quasi subito dopo, la giovent s'era messa a ballare. Le ballerine, a vero dire, non erano molte: Grazia di Monte, Zoraide Bottacci e due figliuole del sindaco, invitate per la circostanza. Ma gli ufficiali erano istancabili, si davano continuamente la muta e perci Alberto e Grazia avevano ballato assieme pi volte, ora la musica taceva, e buona parte della compagnia si sparpagliava per le sale. Alcuni erano esciti all'aperto ed erravano qua e l, in cerca di frescura.
Senz'avvedersene, i due giovani s'erano scostati alquanto dagli altri e stavano un po' in disparte sul limite del porticato, davanti al giardino. Tacevano entrambi, impressionati dal mistero idillico di quel chiuso, entro il quale la luna metteva dei biancheggiamenti che parevano eccessivi, accanto alle forti ombre proiettate dagli angoli delle verdi pareti.
La fontana sussurrava sommessamente.
Com' bello! disse Alberto con trasporto.
E si volt a guardar lei, chiedendo collo sguardo un assenso.
S rispose Grazia  tanto bello!
E lei disse a un tratto Alberto sta a Firenze, non  vero?
Per l'appunto: conosce quella citt?
Ci sono stato parecchi anni in collegio, dagli Scolopii.
Dunque  stato compagno del marchese d'Arcello?
Certamente. La nostra amicizia , come vede, d'antica data, e rammenter sempre le infinite gentilezze ricevute in casa d'Arcello.
Ah! disse Grazia con subito entusiasmo come sono contenta!
Di che? chiese Alberto ridendo.
Che lei pure conosca e apprezzi la Marchesa. Essa  la pi intima amica di mia madre. E io... l'adoro soggiunse con una dolcissima, involontaria, espansione.
E io pure disse serio l'ufficiale.
Grazia sollev sul suo ballerino uno sguardo di intesa profonda, indicibilmente lieta, senz'ombra di incredulit. Quel giovane, che le era perfettamente incognito poche ore prima, aveva pure comune con lei, uno dei pi caldi sentimenti del suo cuore.
Forse continu nella speranza di veder sempre pi accentuata quella analogia fortuita di circostanze forse la Marchesa  pure un'amica di sua madre?
Egli non rispose subito.
No disse poscia, lentamente. Io non sono fortunato come lei, signorina. Non ho madre e non ho padre. Sono solo.
Povera Grazia, come fu addolorata in cuor suo! Con quale rimorso si rimprover d'aver toccato imprudentemente un tasto cos doloroso.
Scusi mormor, guardandolo con una dolcissima piet, che non aveva dubbi, che non poteva offenderlo. Quanto mi duole, e come lo compiango d'essere orfano!
Egli rialz il capo, assaporando con una nuova, terribile dolcezza, l'ignara piet di quella espressione: orfano. E Grazia, nella sua purissima innocenza, non seppe mai, mai la carit suprema e il male infinito, ch'ella gli aveva fatto in quel momento, pronunziando quella parola.
Tornarono indietro, lentamente, e non ballarono pi. Pure, si fece tardi assai nei salotti illuminati, ove si divertivano molto tutti quanti.
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Il tocco era gi scoccato quando la Marchesa rientr nella sua camera da letto. La giornata era stata campale per la padrona di casa. Bianca era infatti cos pallida e procedeva con tale lentezza nei preparativi pel riposo notturno, che la cameriera si permise di chiederle se si sentisse male.
Bianca scosse il capo. No, un po' di stanchezza soltanto.
La cameriera sbrig in silenzio ogni sua mansione, e Bianca stava per congedarla, ma invece la trattenne, per informarsi se la distribuzione degli alloggi, fosse stata fatta secondo le disposizioni emanate sin dal mattino.
Certo! Gli ordini della signora Marchesa sono stati eseguiti. Il colonnello e i maggiori negli appartamenti migliori. Gli altri ufficiali al secondo piano.
Tutti?
No... non tutti. Uno  andato con don Febo.
Bianca si volt rapida, attenta. Uno? Chi?
Quello coll'uniforme nero e giallo, quel bel giovane biondo, l'amico di don Febo.
Ah! quello  andato con Febo. Ma dove? nella sua camera?
Che! A conti fatti, mancava una camera da letto, per un sottotenente. Febo gli aveva ceduta la sua, ed egli era andato coll'amico a dormire...
Dove? replic Bianca con impeto dove?
La cameriera rimase in forse. Le pareva... aveva udito poco prima il Marchesino chiedere al fattore Bottacci, se sapeva dove fossero le chiavi del villino laggi... lo chlet.
Lo chlet! grid Bianca, alzandosi con tale impeto, che la cameriera, sbigottita, diede un passo indietro.
Bianca si ricompose subito. Torn a sedere, e pass una mano sulla fronte. Era cos stanca, cos stanca!
Va bene, disse poscia alla cameriera. Non mi occorre altro, puoi andare.
Rimasta sola, Bianca balz in piedi, con un gesto forsennato. Febo e Alberto erano andati allo chlet assieme, dormirebbero assieme... in quelle camere. Essa non v'era pi rientrata da ventitr anni... da quella sera. Dopo la partenza degli Zamenoiwski, nessuno le aveva pi abitate! E ora i primi ospiti sarebbero loro... Una atroce combinazione, di piccole circostanze indifferenti, conduceva allo chlet i suoi due figli!
Essi andavano l, vi andavano assieme. No... questo pensiero era troppo atroce! Essa non poteva sostenerlo, non poteva rimanere l... inerte! Senza saper bene ci che voleva, ci che farebbe, spinta soltanto dal folle terrore ond'era invasa, Bianca indoss frettolosamente una vestaglia scura, pass dal gabinetto di toilette, scese al buio la scaletta di servizio, trov socchiusa la porticina, e riesc sotto il porticato. L'aria fresca della notte le fece bene; essa pot riunire alquanto le sue idee e farsi un concetto preciso del suo scopo. Voleva assicurarsi se quei due fossero realmente andati allo chlet; voleva, non vista, recarvisi ella pure! Lo voleva, a qualunque costo.
Un silenzio alto e solenne era susseguito al chiasso e all'animazione di poc'anzi. La villa s'era fatta quieta. Le imposte erano tutte chiuse, e la presenza degli ospiti non si tradiva che da qualche spiraglio di luce che filtrava dagli interstizi dei verdi schermi. La notte era stupenda, e la luna brillava senza velo; l'angolo d'ombra proiettato dall'angolo della verde parete, pareva dividere il giardino in due soli riparti, uno bianco di luce, l'altro nero d'ombra cupa. Due maschie e giovanili figure salivano assieme una delle scalinate. Il chiarore della luna consentiva il pieno risalto delle eleganti persone; il silenzio della notte consentiva l'eco dei loro motti festosi, delle risate gaie e sonore.
Donna Bianca seguiva quei due; li seguiva da lungi, strisciando nell'ombra, dissimulandosi dietro ogni riparo. Riesc anch'essa al sommo della scalinata, si trov nel giardino superiore. Il sentiero sabbioso proseguiva sempre, coi suoi meandri, sino al villino. Ma, a destra e a sinistra, i cespugli eran cresciuti assai, formavano quasi de' boschetti, e Bianca si spinse con cautela tra il fitto intralciamento dei rami, senza mai perdere di vista quei due. Essi ristettero un momento sul sentiero, nella foga della conversazione. Ella ristette pure, e dal luogo ove si trattenne, immobile, per un minuto, vedeva biancheggiare a sinistra, nello sfondo silenzioso del giardino, la facciata d'una vecchia serra in disuso.
Finalmente, giunse presso allo chlet. Rimase poco discosta, protetta dall'ombra del boschetto e dallo spesseggiare dei grossi ligustri.
I due giovani erano sull'atrio, davanti alla porta che Febo tentava aprire. Ma la chiave, irraggiata, non girava nella toppa. Il caprifoglio, cresciuto a dismisura, pareva difendere colle sue diramazioni il varco tentato, e un sottile ramo d'edera si schiant, partendo dal mezzo, s'era abbarbicato al legno del battente, attraversando lo stipite, con una linea netta e breve. A un tratto la chiave gir nella toppa, il ramo d'edera si schiant, e un vano nero, umido s'aperse.
Bianca non si mosse. Sent gli assiti interni dello chlet scricchiolare sotto i passi frettolosi e forti, indovin ch'essi penetravano nella sala ottagonale. A un tratto vide spalancarsi le imposte della terrazzine, e dall'interno della sala, illuminata, farsi avanti Alberto.
No... non Alberto... Stanis!
Il giovane stava ritto in mezzo alla terrazzina... visione terribile, rassomiglianza suprema del passato! Aveva strette al seno le braccia, e guardava quietamente all'ingiro, senza un dubbio, senza un sospetto, senza indovinar nulla... mentre nell'ombra del boschetto, a pochi passi, il cuore d'una madre aveva dei palpiti cos forti, cos violenti che parevano l l per infrangerlo.
Oh! grid Febo. Vieni un po' a vedere come ci potremo accomodare in questa bicocca.
Aspetta un momento rispose Alberto.  cos bello qui!
Vieni, vieni insist Febo. Ma vedendo che l'altro non gli dava retta, venne egli, e s'appoggi, accanto all'amico, contro la balaustra, intieramente tappezzata di arrampicanti. E Bianca li vide entrambi vicini, baciati dallo stesso raggio di luna, compresi dall'influenza di quella candida placidit notturna.
Che amore questo chlet! osserv Alberto.  un idillio, sai!
Gi! rispose Febo ridendo... Peccato che... Ma vieni ora.
E rientr. L'altro gli tenne dietro lentamente, come a malincuore.
Bianca non si moveva dal suo posto d'osservazione. S'era adagiata in un concavo, formato da due grossi tronchi d'alberi. Si sentiva diventare ogni momento pi fiacca, pi debole. Non soffriva; una specie di torpore pareva invaderla, serpeggiava, come un benessere strano, nell'esser suo. Tutta l'anima le si era concentrata nella facolt visiva. L'anima sua guardava lass. I giovani si trattenevano nella sala ottagona. Si capiva che rovistavano di qua e di l, movendosi di continuo; le ombre irrequiete passavano e ripassavano nel vano del balcone. Un momento, non passarono; e s'ud uno strepito, uno scricchiolio come d'un mobile pesante, che viene urtato o aperto da qualche lato.
Bianca alz il capo... tent invano di coprirsi colle mani le orecchie. Indovinava! Lass, avevano aperto il pianoforte.
Cos era. Alberto aveva aperto il pianoforte. E ora tentava un accordo sui tasti gialli, che l'umidit faceva molli al tatto, quasi viscosi. Un suono orribilmente scordato, disarmonico, una confusione stridula, acutissima di note, ruppe brutalmente il sacro silenzio della notte, recando all'udito di Bianca, dopo 23 anni di silenzio, l'accento del pianoforte di Stanis, ci che era rimasto, nell'istrumento, dell'appassionata armonia in cui ella aveva indovinata tutta l'estensione e l'ardore indomabile della sua passione. E quell'accento, quell'atroce ricordo era evocato da Alberto... mentre scherzava con Febo... lass... nella sala ottagona dello chlet!!
Bianca mise un piccolo grido... Cos lieve che and confuso nel sussurro subitaneo, spaventato, dei passeri, svegliati dallo stridulo echeggiare di quel solo accordo. Ma dopo un momento, la quiete torn a regnare nel boschetto. I passeri s'erano riaddormentati, colla testa ripiegata sotto l'ala, e donna Bianca, sorretta dai tronchi, giaceva svenuta, nell'ombra fredda del bosco.
Quando si risent, la luna tramontava, e lo chlet era tornato silenzioso e morto. Le finestre erano chiuse, e i giovani dormivano nelle stanze disadorne. Ella rimase col immobile finch non sent la possibilit d'allontanarsi. Allora soltanto, intirizzita, spossata, lottando colla continua impressione d'una vertigine, si mosse, e a lentissimi passi, sorreggendosi ai tronchi, tenendosi sempre nell'ombra dei rami, ritorn verso la villa. Vi giunse dopo un tragitto di tre quarti d'ora... affranta, quasi istupidita... Ma nessuno l'aveva veduta. E laggi, oltre il giardino, nell'attendamento improvvisato, le chiare note della diana s'alzavano allegre, preludiando al gaio risveglio del campo.
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Capitolo 3.
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Alberto si alz udendo annunziare una visita. La sua era stata lunghissima.
Dall'epoca del suo ritorno a Firenze, la marchesa vedeva molto il giovane ufficiale d'artiglieria. Egli frequentava la pi distinta societ e Bianca aveva spesso occasione d'incontrarlo nei salotti ove essa soleva recarsi e dove era testimone, con una continua vicenda di dolore e d'orgoglio, degli incontestabili successi del giovane. Ma pi ancora di quegl'incontri casuali, aveva appassionatamente care, le lunghe visite ch'essa non sollecitava mai da lui, ma ch'egli le faceva bene spesso... Le pareva allora che una pietosa tregua mitigasse l'acerbit del suo perenne castigo, che una divina indulgenza le permettesse di farsi per un momento l'illusione d'essergli gloriosamente, apertamente madre. S'innebbriava del suono della sua voce, s'abbandonava in segreto al trasporto che le cagionava la presenza di lui, si deliziava furiosamente del suo fascino, della sua bellezza, del suo talento. Sapeva animarlo, farlo parlare, aiutava le espansioni del suo spirito, aperto e sincerissimo. Toltone pochi momenti, in cui la coscienza della sua condanna la colpiva bruscamente, e come a tradimento, nel pieno trasporto della sua divina illusione, la marchesa Bianca era pressoch felice.
Essa era certamente felice in quel giorno. Alberto s'era trattenuto pi d'un'ora, nel suo salottino. Avevano sfiorato mille soggetti, egli era stato molto espansivo, quasi affettuoso. Le aveva a lungo parlato della vita mondana ch'egli conduceva e che gli piaceva senza abbagliarlo, lo occupava senza assorbirlo. Egli s'era mostrato meno brillante, forse ma migliore degli altri giorni. Parlava come un uomo che ha una preoccupazione, ma incerta ancora, soave, indefinita, una di quelle emozioni latenti che mettono nella vita come una delicata velatura di dolcezza e di gioia. Ella s'era subito avveduta che Alberto era in balia d'un'impressione che s'andava accentuando nell'animo di lui e si preparava con trepida e prudentissima cura a scandagliare pi profondamente in quel nobile cuore, allorch il loro colloquio venne a un tratto troncato dall'annunzio d'una visita.
La marchesa Bianca si morse vivamente le labbra e gett un aspro sguardo verso l'uscio in prossimit del quale s'udiva gi un passo tardo e greve. Ma quand'ebbe ravvisato il soppraggiunto limit ad un sospiro soffocato, l'espressione del proprio rincrescimento.
Il malcapitato visitatore era un vecchio amico di casa, qualcuno che sapeva, cio credeva di sapere la verit sul conto di Alberto Stranieri. Era l'avvocato Guaretti. Egli non soleva venire ordinariamente a quell'ora in casa d'Arcello. La marchesa gli stese la mano colla solita affabilit, poi si rivolse ad Alberto, che, ritto innanzi a lei, stava per congedarsi.
Si diverta dunque da Giulia, e badi di non strapazzarsi di soverchio, con queste continue feste. Saluti Grazia da parte mia.
Non dubiti, marchesa. Far puntualmente la sua ambasciata alla duchessina, colla quale avr l'onore di ballare il cotillon. E se lei sentir fischiare le orecchie...
Essa gli rivolse uno sguardo dolcissimo e sorrise. Alberto si chin a baciarle la mano.
E Febo? soggiunse poscia il giovane. Potremo sperare di vederlo?
Per carit, non mi parli di quell'orso. Prover a dirglielo a desinare, ma ci spero poco. Quei benedetti affari, l'hanno mutato al punto che quasi non lo riconosco pi io stessa! Mi scappa tutti i momenti ad Arcello. E tornato stamane e non l'ho ancor veduto!
Infatti, non lo si vede pi n alle Cascine, n al teatro, n da Doney. Ma bravo... Se mi riesce d'agguantarlo, voglio sgridarlo, per bene, sa? Lasci fare a me, marchesa.
L'eco della voce lieta e sonora vibrata nel tepido ambiente. Dopo aver salutati con grazia ed ossequiosa disinvoltura la marchesa e l'avvocato, Alberto usc dal salotto.
Un momento di silenzio tenne dietro a quella partenza.
Poi Guaretti mormor quasi involontariamente: Che bel giovane!
Bianca non rispose. Un lieve rossore le era salito alle guancie. Pareva bella anch'essa, in quel minuto.
Mi vien detto, prosegu l'avvocato ch'egli frequenta molto la societ, che  ben visto da tutti, e che le signore specialmente...
S rispose Bianca a bassa voce. Ha saputo farsi strada.
E non solamente nella societ. Sento che al reggimento  adorato dai compagni, dai superiori. Far, senza dubbio una bella carriera. Ella, signora Marchesa, dev'essere orgogliosa dell'opera sublime che...
Bianca si volt bruscamente, cogli occhi scintillanti, colla bocca semi aperta. Ma invece di parlare, s'abbandon, per un secondo, sullo schienale della sua poltrona. Poi rizzandosi, chiese con tuono indifferente. Cosa abbiamo di nuovo, avvocato?
Guaretti esit del pari, prima di rispondere, e la sua schietta fisonomia riassunse subito l'espressione triste e seria, che l'incontro con Alberto aveva momentaneamente dissipata.
Ah! disse Bianca vedendo ch'egli esitava a parlare. Questi beneditissimi affari! Mi diventa anche lei come Febo. Sentiamo, dunque. Qualche banca fallita, eh? qualche capitale sfumato?
No, signora Marchesa. Non si tratta di affari, propriamente detti. Io... Ella, un momento fa, parlava di suo figlio.
Una vampa di fuoco pass, assieme ad un lampo di terribile incertezza, sulla fronte di Bianca, ed ella chiese con voce strozzata. Di... di?
Di Febo rispose l'avvocato.
Ella respir fortemente. Gi... di Febo. Poi guard fisso Guaretti. Che c'... grid... gli  accaduto qualcosa?
Guaretti fece un gesto rassicurante. Oh no... nulla affatto.  solo, per un incarico... Un incarico prosegu con forza ch'io avrei voluto declinare a costo... a qualunque costo.
Un momento interruppe la Marchesa. Ella deve parlarmi di Febo, non  vero? Allora, non qui, passiamo di l.
Di l era la stanza dov'era morto il marchese Bruno d'Arcello. La sua vedova abitava tuttora quella camera, ma dormiva in un piccolo gabinetto vicino.
Nulla era stato tolto da quella stanza, due sole cose v'eran state aggiunte: un grande scrittoio antico di noce ad intagli e un busto di marmo, in grandezza naturale, che raffigurava Bruno. La maschera era stata tolta dal cadavere e Dupr aveva eseguito il busto. Sul letto era stesa una coperta di damasco giallo. Sul tavolino da notte, un crocefisso d'ebano e una pendola, le cui lancette erano ferme sull'ora e sul minuto ch'erano stati gli estremi pel marito di Bianca.
La Marchesa sedette davanti allo scrittoio, e accenn a Guaretti una poltrona vicina.
Ora disse parli pure... l'ascolto.
Il povero Guaretti era mortalmente imbarazzato.
Ella disse finalmente, smozzicando le parole fra i denti non si mai accorta che Febo si trovasse... fosse... in uno stato d'animo alquanto anormale?
S rispose Bianca, me ne sono accorta. Febo  turbatissimo da qualche tempo in qua. Avrei potuto, sollecitandolo, ottenere subito la sua confidenza... Ma ho preferito aspettare. Era certa che l'ora dell'espansione sarebbe venuta. Solo non avrei creduto che...
Che Febo avesse d'uopo d'un intermediario, non  vero?
S disse francamente Bianca. Non ne avevamo mai avuto bisogno. Febo sa quanto io l'amo.
Infatti, signora Marchesa, infatti. Ed  appunto perch sa, perch  persuaso... bramerebbe che ella non si mostrasse avversa a un suo desiderio...
Io? disse Bianca con impeto... Oh Guaretti, ma lei sa...
So tutto, so tutto signora Marchesa. Ma appunto perch so quanto lei brami accontentare suo figlio, non mi nascondo le difficolt della cosa. Creda signora Marchesa io mi trovo nel pi crudele imbarazzo. Sono addoloratissimo di doverle annunciare la determinazione di Febo. Non avrei mai potuto immaginare che quel Bottacci...
Bottacci? disse lentamente la Marchesa. Bottacci? Il fattore? Ma cosa ha fatto? qualche malversazione, forse... qualche abuso di fiducia nell'amministrazione? E che c'entra Febo?
Febo c'entra appunto... Gran Dio... come dirle? Quella sua figliuola...
Bianca s'alz, rigida.
Che? stridette che? Mio figlio...
No, s'affrett a dire Guaretti no... non quello... Della... giovane... non si pu dir nulla... ma  Febo che... E s'arrest.
Ma parli, grid Bianca parli, per piet.
Guaretti parl. Le disse che suo figlio, che Febo d'Arcello l'aveva incaricato di annunziarle, la determinazione da lui presa, di sposare Zoraide Bottacci, la figlia del fattore della tenuta d'Arcello.
Bramava per, il consenso di sua madre.
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Capitolo 4.
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Finito il desinare, la Marchesa s'alz, e Febo le tenne dietro. Si diressero entrambi verso il salottino. Il cappellano segu da lungi, intimorito dal cupo silenzio che era regnato durante il pasto. Li guardava di soppiatto. Che ciera brutta aveva quel don Febo! Lui e la Marchesa non avevano mangiato quasi niente. E duravano cos da dieci o dodici giorni.
Il fuoco scoppiettava lietamente nel caminetto, ma don Gabrio fu solo ad approfittare della bella fiammata. Madre e figlio stavano lungi dal fuoco, lungi l'una dall'altro. La Marchesa sedeva davanti al tavolino da lavoro, e Febo aveva stracciata con impeto la fascia di un giornale, test giunto. Nessuno parlava, don Gabrio pensava... pensava cos quietamente che s'appisol.
Poveretto! Spalanc gli occhi a un tratto, con un soprassalto. Febo l'aveva chiamato. Ma con che voce, Santo Dio, con che voce alta e rabbiosa!
Che? eccomi... comanda? balbett il buon prete, con una s comica espressione di sgomento che Febo represse un sorriso e raddolc la voce, Per dirgli: Mi farebbe un piacere? Ho un libro da mandare a don Teodoro. Ma subito, sa?  su in camera mia, gi incartato, sul tavolino.
Benissimo... benissimo. Vado subito.
Don Gabrio era combattuto tra il dispiacere di lasciare quel posticino accanto al fuoco e la contentezza di sottrarsi alla solita parte di terzo, mentre una burrasca era cos palesemente alle viste, fra quei due. Ma don Febo aveva espresso in modo s perentorio il suo desiderio, che non rimaneva margine alcuno per la scelta.
Allora, con permesso, don Febo, sar servito. Signora Marchesa, lascio i miei doveri.
Buona sera, don Gabrio rispose Bianca. Giacch scende, faccia un piacere anche a me: dica in portineria che stasera non ricevo.
Sissignora, saranno serviti tutti e due. Riverisco.
Don Gabrio era scomparso. Madre e figlio erano soli, ma il silenzio perdurava. Febo aveva lasciato cadere il giornale e si mordeva le labbra, guardando la poltrona vuota. Forse gli doleva d'essersi liberato di don Gabriele. La sfida era stata troppo recisa, forse... Pure, era corsa, e donna Bianca l'aveva compresa, non solo, ma accettata altres, coll'incarico dato al cappellano.
Febo si sentiva impreparato. Eppure... s... bisogna finirla quella lotta sorda... ostinata.
Febo! disse a un tratto e dolcemente la Marchesa, tu soffri...
Il figlio sent una stretta al cuore. Ecco che cominciava lei, cos, con quella voce! E bisognava ribellarsi!
Io? disse con tono beffardo. Neppur per idea. Vorrei sapere soltanto se ti sei decisa...
Bianca fren un singhiozzo e scosse il capo. Te l'ho detto, figliuolo mio!
Febo ebbe un gesto collerico, violento.
No! ancora no, sempre no, nevvero? Hai detto di no, e no dev'essere! E io, imbecille, che credevo... che speravo...
Afferr sul prossimo tavolino un tagliacarte di legno e lo mand in ischeggie.
Febo, tu non potevi sperare, non potevi credere che tua madre avrebbe dato il suo assenso a ci ch'essa non ritiene opportuno alla tua felicit.
Opportuno! Ah! quel matrimonio non  opportuno alla mia felicit! Ma se esso soltanto pu darmela!  vero, Zoraide nata in un'umile condizione,  povera. Ed  questo motivo,  un meschino pregiudizio d'aristocrazia che tu metti a confronto colla felicit di tuo figlio?
No non  questo. Ch'io abbia desiderato per te un matrimonio conveniente, degno del tuo nome, del tuo rango, questo  naturale. Avevo sognato...
Lo so, interruppe bruscamente Febo. Grazia di Monte. Ma te l'ho detto, non l'amo, non l'amer mai.
E per ho cessato di fartene parola. Febo. Il matrimonio di pura convenienza, senza amore ... dev'essere una cosa... da non augurarsi a nessuno.
E allora, grid il giovane se questo  vero, perch non vuoi ch'io sposi quella fanciulla?
Perch non credo che essa possa convenirti.
E il mio parere in proposito, non ti sembra attendibile?
Tu l'ami... pur troppo.
E l'amore acceca, non  vero? Scusa... Ma colla vita da santa che hai sempre fatta, non puoi saperlo tu, cosa sia la passione!
Essa chin il capo, grave, pallidissima.
Ai tuoi tempi continu Febo coi pregiudizi d'allora, cos'era l'amore, cosa era il matrimonio? Una combinazione, nulla pi. E non ne abbiamo forse l'esempio in famiglia? Come sei stata maritata tu? come t'ha sposata mio padre? In sostituzione allo zio Febo.
Bianca s'alz, come scattando, dalla seggiola. Taci, grid taci!
Egli tacque, colpito da quell'impeto; ma dopo un istante ripigli:
Sia! lasciamo i morti in pace. Il passato  passato, e con esso sono svaniti gli assurdi pregiudizi di casta. Ora si ama e basta. Non  pi questione di rango.
No disse la marchesa. Ma  sempre questione d'educazione.
Certo, non  una delle vostre bambole parlanti,  la figlia d'un povero agente, educata in un convento qualunque... destinata a far la maestra di ricamo... Ma l'amore parifica tutto...  giovane, l'educheremo. E tu...
Io? interruppe con supremo orgoglio la marchesa. Ah! e tu credi ch'io accetterei l'incarico di educare, come una figlia, la giovane che tu m'imporresti come nuora? la donna ch'io non credo degna di te? Ma tu sogni!
Ah! grid Febo esasperato, vuoi forse dirmi che Zoraide...
Donna Bianca tacque per un secondo.
Io non conosco disse poscia con visibile sforzo nulla che faccia torto essenziale al carattere di... quella giovane, ma il pensiero dell'insidia tesa a mio figlio...
No interruppe Febo con esaltazione sempre crescente. Nessuna insidia mi fu tesa. Sono stato io, che mi sono affezionato a loro... che ho trovata la mia felicit in quella povera famiglia. Ed  il tuo amore per me che ti rende cos facile a piegarti ai mici desideri?  vero, mi hai sempre prodigate mille cure, ma a patto ch'io vedessi coi tuoi occhi, che fossi nelle tue mani come un istrumento cieco, come uno schiavo. E ora, perch mi sento uomo, perch il mio cuore parla pi alto dei vostri miserabili pregiudizi, tu anteponi un puntiglio alla felicit di tuo figlio.
Ella s'alz, e, con un rapidissimo gesto gli chiuse la bocca. Volle parlare, ma non pot, e ricadde sulla poltroncina, recandosi una mano sul cuore.
Febo si mordeva forte le labbra. S'avvedeva ora di essere stato crudele, d'aver ecceduto, e gliene doleva. Pure, aveva promesso a s stesso d'esser coraggioso, inesorabile, di vincere a qualunque costo. E le sue ragioni gli parevan cos sacrosante, quando le escogitava solo, o col suo amico Bista Bottacci!
S'alz, si prov a passeggiare per la sala, ma subito si ferm davanti a sua madre. Questa teneva il volto fra le mani, ed egli ud un singhiozzo soffocato.
Ebbene! disse, tentando di dare alla propria voce un accento risentito e violento.
Ma non seppe dir altro, e rimase immobile anch'egli. Poi, si lasci sfuggire una parola.
Mamma... disse umilmente, quasi teneramente.
Aspett ancora un momento, e finalmente, spaventato dal non udir risposta, rimosse quasi a forza le mani della marchesa. Il volto della madre apparve, bagnato di lagrime.
Ah! mamma sclam Febo non piangere, no, perdonami... parlami... guardami.
Essa lo guard, senz'ira, con piet.
Perdonami, ripet Febo io non volevo mica... Ma santo Dio, vedi, son fuor di me.
S rispose con soave indulgenza la marchesa. Bisogna pure che tu soffra molto, che qualcosa t'abbia tratto fuor di senno, se hai potuto rivolgere a me... le parole d'un momento fa.
Febo le prese una mano e la strinse con passione. S disse non temere, so qual madre fosti per me. E, perci appunto, voglio che tu sia contenta. Io non ho mai avuto in animo di darti un dispiacere, vorrei solo che tu...
Intendo, Febo, intendo tutto ci che hai in cuore. Ma appunto perch hai fede in me, perch io sono la tua prima, la tua pi sincera amica, non posso, non debbo mentire a te... a me stessa.
Egli stava sempre dinanzi a lei. Era umile, pallido, aveva gli occhi pieni di lacrime.
Oh! Mamma, sarei pazzo di gioia. L'amo tanto...  cos bella, cos buona! Non  del nostro rango,  vero... Ma questo cosa importa, in realt? Tu, che m'hai sempre voluto tanto bene, che hai fatti tanti sacrifizi per me, fa anche questo. Lascia ch'io sia felice, a modo mio! Lo sai pure, non sono ambizioso. Ho bisogno soltanto d'esser felice. E lo sarei tanto, credilo...
Bianca soffriva crudelmente.
Oh! Febo disse posando le mani sul capo di suo figlio, inginocchiato dinnanzi a lei, non insistere, non straziarmi il cuore. Fidati di me! Io non posso, in coscienza, non posso.
Ma perch? grid Febo, alzandosi di scatto e nuovamente acciecato dall'ira perch?
Perch quella giovane non  adatta per te. Non credere, ch'io alluda soltanto alla sua posizione sociale. Non farmi il torto di supporre che un sentimento personale, che una considerazione di casta, possano, a malgrado del loro peso reale, influire sulle mie determinazioni. Pensa piuttosto quanto debbono essere gravi i riflessi che m'impongono questa condotta!
Ah! interruppe Febo gravi davvero! Qualche miserabile calunnia, qualche chiacchera di sfaccendato. E per ci tu ti ostini a negarmi il tuo assenso, senza pensare che io... dopo tutto...
Sei maggiorenne interruppe freddamente la marchesa. Puoi domani, se ti talenta, condurre in casa tua, la donna ch'io non accetto solo perch non la credo atta a formare la tua felicit. Ed  questo, Febo, ci che tu mi proponi?
Egli torn accanto a lei. Io? disse Io?
E allora che significa il tuo: dopo tutto? Bada Febo, tu mi hai gi crudelmente offeso. Hai offeso una madre che ti ha sempre amato... che non ha mai tradita la sua missione. La tradirei ora, se aderissi al tuo desiderio.
Ma la responsabilit  mia! ribatt Febo. E io l'amo, intendi... l'amo... l'amo.
Accentuava con violenta enfasi quella parola, inebbriandosi del suo suono.
La marchesa, spossata, ma irremovibile, eresse il capo.
No disse ancora, nettamente.
Febo rimase immobile per un secondo. Grazie! grid poscia. E l'insultante ironia di quella parola, si confuse collo strepito d'un brutale scoppio di risa.
Esc, sbattendo forte l'uscio dorato. Pochi secondi dopo, era nel suo salottino.
La stanza era illuminata e davanti al caminetto, ov'era acceso un buon fuoco, stava ritto Bista Bottacci, col cappello in capo e le mani incrociate dietro la schiena. L'agente di casa d'Arcello era tuttora assai vegeto e il suo occhio non aveva perduto nulla dell'acuta sagacia d'un tempo.
Allorch vide entrar Febo, non ebbe d'uopo che d'un'occhiata per farsi persuaso che il padroncino non era in quel momento un trionfatore.
Dunque... disse tranquillamente non siamo venuti a capo di nulla? Glielo avevo detto. La signora Marchesa non ha mica torto, sa? Vedo che lei  stato buono, sottomesso. Ha fatto bene, per bacco! Sono io il primo a dirglielo. Bisogna essere obbediente. Poi,  anche pi prudente, quando non si pu far di sua testa.
Un sussulto d'ira agit la snella forma di Febo.
Come sarebbe a dire? sclam con impeto.
Nulla, dicevo cos... Anzi, lo approvo di cuore, se ha fatto il suo dovere. Vuol dire che anche Zoraide, naturalmente, torner a Novara dai suoi nonni e...
No... no supplic il giovane, con profonda angoscia.
Diamine, che mi fa celia! Si figuri se vogliamo esser causa di dissensi fra lei e sua madre. E poi... scusi, signor marchese, noi siamo povera gente, gente di campagna, ma la nostra dignit l'abbiamo anche noi, sicuro, che l'abbiamo. E non vogliamo far del male a lei, che ci voleva tanto beneficare, ma che non pu, poveretto, non pu...
S'interruppe, come sopraffatto dall'emozione, ma gett in pari tempo uno sguardo iroso e sprezzante sul giovane, il quale s'era lasciato cadere su una seggiola e aveva affondato il volto fra le mani.
Per cui continu l'agente, spiccando bene le parole ce ne andremo. Ecco tutto. E questa sar la ricompensa d'aver servita la casa per tanti anni, da padre in figlio! Suvvia, don Febo, si faccia animo. La ill.ma signora Marchesa lo fa per suo bene, perch desidera che sposi una ricca, una nobile, magari quella signorina bionda che venne ad Arcello l'anno scorso.
Ah! esclam il giovane con fuoco tu credi che io...
Eh eh! non credo niente. So bene che lo farebbe di mala voglia. Ma un giorno o l'altro, per accontentar la sua mamma.
Ti dico di no... te lo giuro... mai!
Ma allora chiese l'agente con mesta semplicit, come la vuol accomodare, questa faccenda? Il coraggio di accontentarsi a modo suo, senza il permesso della mamma, non l'ha, nevvero?
Febo non osava rispondere. Si mordeva le unghie.
Dunque  naturale che finisca cos. Non ci si pensi pi e... amen.
Bista guardava il marchesino, con profonda attenzione, e parlava lento, assai lento... per lasciargli il tempo di rispondere.
Eh! buon Dio continu dopo una lunga pausa, se sono il primo io a dirle che fa bene, a chinar la testa! Un giorno o l'altro, si trover contento d'esser stato docile come un bambino. Lasci pur dire...
Che? Da chi?
Eh... si figuri... da tutti! La signora Marchesa avr caro naturalmente che si sappia ch' sempre lei la padrona. E allora, capisce, tutti vorranno dir qualcosa, per esempio, che so io? che lei  maggiorenne, che potrebbe far ci che le accomoda, che il troppo stroppia. Tutte chiacchiere, si sa, lei non ci badi.
Taci, taci! grid Febo, asciugandosi il sudore.
Ma lei, non badi, lasci dire. Non sar certamente io quello che verr a rammentargli che il padrone  lei, che...
S... interruppe violentemente Febo gliel'ho detto, anche... Ma  mia madre, capisci? e una madre come quella, prima di offenderla, di alienarmi al tutto il suo cuore...
Ma certo, certo. Siamo d'accordo, anzi. Lei non badi ad altro, faccia il suo dovere. Vuol dire che, quando lei abbia dato il buon esempio, anche mia figlia...
Febo s'alz di scatto. Ma hai capito di non dir cos? non vedi che quest'idea mi fa diventar matto?
L'agente alz le spalle. Povero signorino, disse con accento umile e pietoso. Ci vorrebbe... sicuro... Mah! lei non vuole far dispiacere alla sua mamma, nevvero? Gi... dunque, non ci pensiamo pi, eh?
Aspett ancora, ma Febo, invece di rispondere, aveva affondato il volto fra i cuscini del divano.
Non pot dunque vedere l'espressione torbida, ansiosa dapprima, poi subitamente risoluta, che aveva assunta la fisonomia dell'agente.
Signor Marchese, disse quindi Bottacci, vorrei proporle una cosa. Ma non rida, veh! Vuole che parli io alla signora Marchesa?
La maraviglia di Febo fu tale che lo scosse dal suo abbattimento.
Tu? disse. Tu?
Io! fece Bottacci con grande semplicit.
Ma sei pazzo! Credi forse che, dopo aver detto di no a me, potrebbe... Ma non sai ch' irremovibile nei suoi propositi?
Santo Dio... So tutto... Non la conosco mica da ieri, l'illustrissima signora Marchesa. Ma, tant', mi lasci provare. Capisce bene, si tratta della mia povera ragazza. E se la mi si ammala pel dispiacere, se... Dio liberi! Non voglio la responsabilit di non aver fatto presente alla signora padrona la gravit delle circostanze. Tanto, so gi quello che mi aspetta... Mi lasci provare, le ripeto...
Fa pure, rispose Febo con profondo sconforto. Ma fa presto. E poi... partir, andr a fare un lungo viaggio.
Ah! signor padrone, non dica di queste cose e non abbia fretta. Se crede, posso parlar subito alla signora Marchesa.
Febo non si mosse, e chin tristamente il capo.
Per l'appunto, la signora Marchesa mi ha mandato a chiamare insist Bottacci. Immagino il perch... Il meno che ci pu capitare  d'essere scacciati. Ma non importa, per la mia povera figliuola, sopporter tutto. Lei, signor Marchese, non si muova, mi aspetti qui.
Il giovane non rispose.
Bista lo guard un momento, in silenzio. Poi di una crollata di spalle, ed esc in punta di piedi.
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La marchesa Bianca si era ritirata nelle sue stanze. Era stanchissima, ma soddisfatta della crisi recente, le pareva ch'essa fosse la pi propizia soluzione della sorda lotta combattuta fra lei e suo figlio. Riandava col pensiero tutte le fasi di quell'avvenimento, l'impressione straziante che le aveva arrecata la comunicazione di Guaretti, lo sdegno supremo, per quell'attentato a tutti i suoi orgogli di madre, di gentildonna, per quell'atroce smentita alla fiducia di tanti anni, per quella vile insidia d'un servo impudente all'illibato splendore del casato! Essa aveva durato fatica a persuadersi di tanta enormit, aveva provata una vertigine folle di terrore; poi... s'era decisa a lottare, opponendo un rifiuto calmo, imperterrito, allo ambasciate, agli iracondi silenzi, alle smanie di Febo.
Essa era forte della persuasione che il figliuolo, per quanto aizzato contro di lei, non potrebbe mai dimenticare quanto le doveva n insultarla apertamente, con quel matrimonio. No... non doveva, non poteva essere. La scena di poc'anzi era il risultato della propria fermezza, ed ella ne era contenta, malgrado gli sforzi da lei fatti per resistere al suo figliuolo adorato, per negargli ci ch'egli credeva la sua felicit. Ed ella aveva vinto, la sua influenza su Febo non l'era venuta meno, in quel scabroso istante. Nulla d'egoistico, n di meschino, deturpava comechessia il trionfo della madre. Essa era fiera di imperare sul cuore di suo figlio, ma per lui soltanto, per il bene di quell'essere debole e adorato ch'ella aveva il diritto di proteggere da ogni insidia, di salvare da ogni pericolo.
Affranta, ma vittoriosa, la marchesa d'Arcello eresse orgogliosamente il capo!
E proprio in quel punto, s'ud picchiare leggermente all'uscio, mentre una voce sommessa chiedeva: Si pu?
Donna Bianca sent un brivido, come di febbre.
Aveva riconosciuta la voce di Bottacci. Il suo volto assunse un'ardente espressione d'alterigia. Ah! giungeva in buon punto, colui. Era dunque venuto il momento di schiacciare, con un sol colpo di tallone, tutto quel fango di miserabili.
Avanti, disse a voce alta e vibrata, mentre sedeva nel seggiolone antico, davanti allo scrittoio.
L'uscio s'apr, e Bottacci si trattenne sulla soglia, col cappello fra le mani, in atteggiamento umile ed impacciato.
Essa gli accenn d'accostarsi. Bista ubbid. Quando fu poco lungi dallo scrittoio. Signora Marchesa disse fermandosi son venuto, in obbedienza ai suoi riveriti comandi.
Immagino disse Bianca, con bastante pacatezza che supporrete i motivi pei quali vi ho fatto chiamare. Ad ogni modo, ecco ci che intendevo dirvi: Siete dispensato da ulteriori servigi presso la casa d'Arcello.
Bottacci trasal, come se avesse ricevuto un colpo inatteso.
Licenziato! disse con voce quasi spenta, scacciato!
Non mi son valsa di questa espressione, e mentirei se dicessi che questa determinazione non mi  costata. Ma  la sola, possibile, nelle attuali emergenze. E alz la mano, con un dignitoso cenno di commiato.
Bottacci, non avvert quel gesto. Rimaneva come sprofondato in un dolore umile, cupo.
Se la signora Marchesa disse a voce sommessa, volesse degnarsi di ascoltarmi...
 inutile. Vi auguro ogni fortuna.
Stese la mano verso il vicino bottone del campanello elettrico, ma Bottacci, con una mossa prontissima, la trattenne.
Un momento disse nettamente. Poi, smorzando subito la voce: Perdoni mormor la supplico, signora Marchesa, di ascoltarmi.
Si guard attorno in atto cauto, sospettoso, poi, con una subita famigliarit, ammiccando, chiese: Siamo soli?
Donna Bianca, pallida d'ira, gli accenn in silenzio la porta.
Ma egli finse di fraintendere. L'ho chiusa signora Marchesa, l'ho chiusa. E ho bisogno di parlarle.
La Marchesa pens ch'era meglio finirla, anche a costo d'udirlo. Parlate gli disse.
Egli chin profondamente il capo.
Grazie, signora Marchesa, grazie. Una parola soltanto. Non avrei mai osato insistere, se non fosse per l'affezione che nutro e nutrir sempre per lei, per la casa, pel signor Mar...
Silenzio! grid la madre, con sublime violenza non pronunciato il nome di mio figlio. Vi basti d'aver tentata la rovina del suo avvenire. E se non avete altro a dire... escite.
Bottacci mand un profondo sospiro.
Signora Marchesa? Sia fatta la sua volont. Ma creda,  stato un destino.
Non faccio rimproveri disse Bianca con glaciale pacatezza. Ho detto che non voglio n spiegazioni, n scuse. Intendo solo che tutto ci sia immediatamente troncato.
Bottacci trasse il fazzoletto e s'asciug gli occhi.
Creda insist la mia povera ragazza non ci pensava.  proprio stato lui... che si  affezionato a lei!
Ella non si degn di contraddire. Teneva alta, ben alta la sua bianca testa di gran signora, aspettando che tutto ci fosse finito.
Signora Marchesa continu l'agente sempre pi umile, sempre pi contrito abbia piet, li lasci sposare.
Essa non si mosse, sorrise.
Avete finito? chiese tranquillamente. Allora potete andare.
S, rispose Bottacci, con un profondo sospiro, ho finito e non voglio disturbarla di pi. Vuol dire che io... che lei... Insomma la colpa non sar mia se...
Se? grid donna Bianca cogli occhi scintillanti d'ira e di sfida.
Se... cosa vuol che sappia io! Insomma se lui volesse proprio sposarla...
Febo! il mio Febo! grid la madre, immemore di tutto, fuorch della sua nobile sicurezza. Ma non sapete che quel ragazzo  mio, che l'ho qui nelle mie mani, che...
S'arrest, vergognosa di quel trasporto involontario.
Basta! disse, ritrovando subitamente la calma perduta.
Egli teneva sempre china la testa, come un uomo annichilito. Ma invece di andarsene, s'accostava sempre pi allo scrittoio.
Ebbene, sospir, sia fatta la sua volont. Ce ne andremo tutti... prima ch'ella torni ad Arcello... Il signor ragioniere le far avere i libri. Ma ci sono alcune cose, alcuni piccoli affari, che sarebbe meglio... se crede... definire qui adesso... fra noi.
Una vampa di fuoco sal alle guancie della Marchesa. Stese la mano, con un gesto irritato di rifiuto.
Ma Bottacci, tenendo stretto il cappello fra le gambe, aveva tolto di tasca un lacero portafoglio di cartapecora, entro il quale rovistava, cercando.
Ecco! disse finalmente, togliendo un foglio di carta ingiallito e ripiegato in quattro Con permesso.
Depose l'unto portafoglio sullo scrittoio della Marchesa.
Ecco ripet poscia, accostandosi ancora d'un passo questo  il piccolo affare del quale la prego occuparsi. Ammenocch, non preferisca ch'io ne parli direttamente col signor padroncino.
Date disse bruscamente Bianca.
Ma egli non diede. Spieg il foglio, e, trattenendolo con due dita che parevano artigli, lo sollev davanti agli occhi della Marchesa.
Bianca vi gett uno sguardo. S'alz, con un grido di belva ferita a morte. Agit follemente le braccia. Poi rimase immobile, colle fauci spalancate, cogli occhi fissi.
Diavolo! disse Bottacci. E vedendola barcollare, protese un braccio per sostenerla.
Allora accadde una strana cosa. Ella si sentiva venir meno, e non voleva venir meno. Lottava disperatamente contro il deliquio... Contorcendosi, in una violenta reazione, guizzando come una serpe, riesc a trattenere gli spiriti, a trattenere quell'uomo lungi da s, coll'odio indomabile dello sguardo. Rimase alquanto cos, irrigidita, fatta d'acciaio, dalla violentissima tensione dei nervi.
Bista non le si accost, non ard toccarla. Poi ella si scosse; le sue membra ebbero uno stiracchiamento convulso, come d'una persona che tentasse invano di muoversi, sotto il peso di una frana. E s'abbandon sul seggiolone.
Bottacci prese una seggiola, e sedette anch'egli, dirimpetto alla Marchesa.
Ors disse Bottacci, dopo un istante non si sgomenti cos. Diavolo! non  mica la morte d'un uomo, in fin dei conti. Cose che accadono dovunque. Si starebbe freschi, se si volesse rivangare in tutte le famiglie. Debolezze... miserie... roba solita. Si consoli...
Bianca si sentiva piombare gi gi, nell'abisso, in un abisso di fango. E sentirsi vivere... esser l inchiodata davanti a quell'uomo... che sapeva, che s'adoperava a consolarla.
Ebbene? stridette con un singhiozzo.
Bista godette un momento, in silenzio, del suo trionfo. Poi disse sorridendo: Mi dispiace, creda, d'esser dovuto venire a questi estremi. Ma se mi avesse dato retta, un momento fa, quando le dicevo che don Febo...
L'orribile verit balen agli occhi di Bianca.
Ah! grid intendo... volete?
Egli chin il capo con ignobile orgoglio, guardandola bene in viso.
Gi... rispose per l'appunto.
No... url Bianca. Mai.
L'agente incroci le gambe, con un sospiro paziente.
Non dica cos, signora marchesa, rifletta un pochino. Con tutto suo comodo s... non ho mica premura. Son venuto apposta perch possiamo intenderci... noi due.
Le parve che due mani di piombo la schiaffeggiassero in volto, che un grande sputo schizzasse sulla sua fronte.
Egli continuava: -Non voglio mica imporle la mia volont. Dio me ne liberi. Lei  la mia signora,  padronissima di far ci che crede... Ma capir, che una parolina detta a don Febo...
Sulla fronte della martire, grondavano grosse goccie di sudore.
Allora, vede, le cose muterebbero aspetto. Sarebbe certamente un gran dolore per don Febo... ma! come si fa?
S'udirono scricchiolare, in una contrazione che doveva essere spasmodica, le nocche delle mani di Bianca. Ma essa era sempre presente a s stessa.
E allora, naturalmente... prosegu Bottacci.
Sia! interruppe donna Bianca. Ditegli tutto. Ma io non lo tradir... non comprer a quel prezzo la mia sicurezza. No!
Ancora una volta anche nel supremo avvilimento di quell'istante, la testa bianca si eresse, orgogliosa.
Bottacci ebbe un sorriso di compassione, un sorriso quasi bonario. E poi? disse, a che le gioverebbe? A impedire il matrimonio? Mai pi! Anzi, non servirebbe che ad affrettarlo. Il signor Febo le vuole un bene dell'anima,  vero, e glie ne ha dato test una bella prova; ma questa devozione potrebbe forse diminuire un pochino, quando egli sapesse che sua madre...
La madre di Febo s'accasci sul seggiolone. E dalle sue livide labbra esc una parola: Piet!
Sicuro continu Bista, allora il matrimonio diventerebbe pi che facile. Non si guarda mica tanto per il sottile... in certi casi. Poi le lascio pensare che dispiacere, che scandalo, anche per la memoria del fu signor marchese... Vede, dunque, che lasciandomi parlare, non guadagnerebbe niente. Ma non  questo che voglio, signora marchesa. Si tratterebbe d'un piccolo scambio, vede... nulla pi. Io le rendo questa lettera, lei d il suo consenso, e tutto  finito. Non avr pi nulla a temere da me. Questa prova  la sola: ho taciuto per tanti anni, tacer ancora... Capir bene... preme a me pure che la suocera di mia figlia sia una signora... come  lei, signora Marchesa.
La testa altiera e canuta di Bianca si curv, come quella d'un condannato a morte.
Io non pretendo gi ch'ella adori mia figlia. Mi basta solo che l'accetti per nuora, che le resti vicina per insegnarle ci che non sa, per assicurarle il rispetto, la considerazione di tutti. Ed ella lo far nevvero? per amore di Febo.
Io! grid Bianca Io?
Certo... signora marchesa. Quando lei accetti questa piccola disposizione, il vantaggio sar tutto di Febo. Essa potr rimanergli vicina, conservare tutta l'influenza che ha su di lui. Ella ama tanto Febo... nevvero? Ebbene, non si meravigli se io faccio lo stesso, per la mia ragazza... E se il destino mi ha mosso in mano un buon gioco...  naturale che non me lo lasci sfuggir di mano.
Bianca si sentiva vinta. La fatalit era pi forte di lei.
Non pianse, non implor, non ebbe pi ribellioni. Sentiva soltanto un dolore atroce, insopportabile. Le ritornavano alla mente due linee della Bibbia: "E le colpe dei padri saranno espiate dai figliuoli, sino alla terza e alla quarta generazione."
Per cui? continu, interrogando, Bottacci.
Un momento risposo Bianca.
S'alz e si diresse, barcollando, verso l'angolo dove s'innalzava il busto di Bruno.
Due volti bianchissimi ebbero per un momento la stessa immobilit marmorea, due teste si guardarono, silenziose, come due sfingi che si scambiassero, per l'arida infinit del deserto, un'interrogazione suprema.
Bista vide vacillare la marchesa, e mosse istintivamente un passo verso di lei.
Indietro grid Bianca indietro.
Gli si accost, e con uno sguardo che lo fece trasalire, tanto era pieno d'odio e di disperazione, disse una sola parola: Accetto.
E ricadde sul seggiolone colla testa all'indietro.
Passato un momento, rialz il capo. La sua fisonomia era stravolta. Pareva che in quel minuto le fossero piombati addosso dieci anni.
Man mano, ella si ricompose, si ritrov. I suoi tratti perdettero l'orribile e disordinata espressione d'un momento prima; rimase invecchiata, ma torn lei. Si raccolse per un momento, e una specie di calma solenne parve impossessarsi di tutto l'esser suo. Senza che le sue mosse tradissero l'ombra dello sforzo. Bianca trasse un foglio di carta davanti a s, afferr una penna, e scrisse:
"Carissimo Febo,
"Acconsento, di mia spontanea volont, al tuo matrimonio con Zoraide Bottacci. Ti benedico.
"Tua madre
"BIANCA D'ARCELLO."
Prese il foglio e lo porse a Bottacci.
Bottacci lo afferr in silenzio e lo ripose. Poi, con un rapido moto, porse, alla sua volta, alla marchesa la vecchia lettera ingiallita.
Bianca non ebbe la forza di afferrarla. Con un gesto quasi impercettibile, accenn una bugia d'argento posata sulla scrivania.
Bottacci strofin uno zolfanello, e accese la candela. E subito si sparse per la stanza, il lieve odore della carta che arde.
Un momento dopo Bianca era sola. Alcuni atomi di cenere volteggiavano qua e l per la camera, mentre una piccola spirale di fumo si perdeva lentamente verso il soffitto.
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Capitolo 5.
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La victoria della Duchessa da Monte scendeva pel Lung'Arno, al trotto maestoso di due magnifici cavalli del Mecklemburg. La Duchessa era sola in carrozza, e stava tutta rannicchiata nel suo cantuccio, come se volesse protestare contro l'arietta frizzante che sciupava quella bella giornata di maggio e teneva in uno stato di continua agitazione la magnifica piuma, a sfumature di tinte marrone, che ornava il suo cappellino e che si contorceva, attorno al punto che ne assicurava l'estremit, come un piccolo Prometeo incatenato al suo scoglio. Ma ad un tratto, rimase immobile. Il vento era cessato, e la carrozza si fermava di fianco all'Htel New-York, mentre un signore vecchio, grande, magro, spiccatosi dal marciapiede, veniva frettolosamente a salutare la Duchessa, colla quale scambi subito una calda ed amichevole stretta di mano.
Oh, Duchessa! che fortuna!
Fortuna davvero, caro Celati. Vi ho acchiappato al volo, mentre guardavate per aria, come un poeta. State benone. Io pure, malgrado le mie cinque malattie inguaribili. Quando siete giunto?
Non pi tardi di stanotte, Duchessa, e per non disturbar nessuno, sono sceso alla locanda. Esco ora per la prima volta.
E contate trattenervi?
Certo, un mesetto almeno. Ma, sul serio, come state?
Io, mio caro, prender infallibilmente una bronchite se continuo a rimanere in questa infernale corrente d'aria. Pure ho voglia di chiacchierare con voi. Da bravo, salite.
Celati ebbe un impercettibile moto di esitazione.
Salite, mio caro, in casa d'Arcello andrete stasera. Bianca  a Fiesole, oggi.
Egli sal senz'altro, e Giulia ordin al cocchiere di proseguire. Allora i due vecchi amici s'ingolfarono in una vivace conversazione.
E vostro fratello? Grazia?
Mio fratello  qui, ora, in licenza. Lo troveremo al Piazzone con Grazia, ch' un fiore, tra parentesi.
Ci non mi sorprende affatto. E... perdonate a un vecchio amico una domanda indiscreta... Nulla di nuovo?
Uhm! Se rispondessi "nulla," sarebbe una bugia, e se dicessi "qualcosa," sarebbe inesatto. C' e non c'... Basta, ne parleremo poi. Per conto mio, l'ho sempre amarissima con Febo d'Arcello.
Ma essa non ne ha sofferto, spero.
Temo che sia stato per lei un vero sollievo. Vi rammentate, Celati, quando non volli cantare e vi dissi che avevo la decima parte d'una idea? Ebbene, chiamatemi Cassandra, ne ho pieno diritto, perch la mia idea era quella, n pi n meno.
Mah! sospir Celati, chi avrebbe mai potuto prevedere quel terribile avvenimento. La nostra povera amica...
Per carit... Celati, non mi parlate dell'avvedutezza della brava gente e delle persone di talento. Bisognava esser lei, cio una santa donna, per non accorgersi che colui, con tutta la sua devozione alla famiglia, tirava l'acqua al suo mulino. Ma ci, di cui non sapr mai darmi pace,  come Bianca abbia potuto cedere, a quel modo. Io sono certa che, se essa resisteva pi a lungo, Febo non avrebbe fatta quella eccelsa corbelleria. Bianca non  mai stata debole con suo figlio. Aveva per lui le pi precise ambizioni. E ad un tratto, non solo accetta il progetto, ma lo sanziona, si piglia in casa la sposa... la presenta ella stessa in societ!
S'interruppe, ma a stento, e la piuma s'incaric di finire il discorso a modo suo, cio con un continuo fremito ribelle.
Ci che mi premerebbe sapere continu quasi timidamente Celati  se non le tornano troppo gravi le conseguenze del sacrificio da lei fatto, accettando il matrimonio e la vita comune cogli sposi.
Uhm! mormor la duchessa.
Ve ne prego insist il conte ditemi la verit!
Eh mio caro... che volete che vi dica? Imparentarsi col proprio fattore non  la cosa pi piacevole di questo mondo, e il dire a sua nuora: "Pregate il pap che rimanga a desinare," alludendo all'individuo al quale si scriveva, pochi mesi prima: "Fate preparare la legna per l'invernata, e vendete pure il grano della tenuta," dev'essere per lo meno bizzarro. C' questo di buono per, che il pap Bottacci si  completamente eclissato e...
Ma, cara duchessa, perdonate. Ci che mi preme sapere  se la giovane... la sposa.
Ors, decidetevi a dire "la marchesina." Non gi che mi ci possa decidere per conto mio: preferisco mordermi la lingua, ma, che volete, cosa fatta capo ha! Bianca  con sua nuora di un'indulgenza veramente angelica. Essa si ostina a dire che ha carattere e che si far! Oh! si far, certo che si far! Trovo anzi che: si sta facendo, con una meravigliosa rapidit.
Cio... sarebbe a dire?
Sarebbe a dire questo: la crisalide non ha perso tempo per diventare farfalla. Sono bastati, a quest'uopo, un mese a Parigi, un carnevale e una quaresima a Firenze. Zoraide d'Arcello, gi Bottacci,  diventata oramai una delle nostre bambole meglio riescite.
Un sobbalzo della victoria tronc la parola in bocca alla duchessa, e la piuma non perdette quell'occasione per dimenarsi, come se patisse di convulsioni.
Vedete, Celati, questi attentati alla vita dei poveri cittadini sono opera del Municipio. Non avr pace finch non ci saremo tutti fracassati il cranio, a cagione di queste strade. Vi dicevo dunque... Ah s. La marchesina si  presa sul serio: non era bella e si  improvvisata piccante, non era istruita e ha studiato l'arte di essere ignorante, come noi. Si veste da Worth, si guanta bene, e, Dio mi perdoni, non so dove l'abbia preso, ma ha un piede piccino... positivamente.
La duchessa era cos meravigliata di questo piede piccino, che Celati non pot impedirsi di sorridere.
Ridete pure, disse irata la duchessa, ma vi assicuro che Zoraide... A proposito, ricordatevi, quando le sarete presentato di chiamarla la marchesina Hayde. Gli intimi la chiamano la marchesina Zor... per amore di brevit.
Gli intimi? chiese sorpreso Celati. -Suo marito forse, sua suocera?
No. Suo marito la chiama pochissimo, perch  sempre appiccicato alle sue gonne, e Bianca prega la marchesina di passare nel suo salotto... Conoscete Geri d'Ursolta, il marchese d'Ozinto, Ubaldo Neri, Azzo Romeschi, Fabio Murani, quanto abbiamo in complesso di pi brillante, di pi scapato, di pi inutile in fatto di giovani, il fiore insomma della nostra societ? Ebbene, quelli sono gli intimi. E scommetto che, fra loro almeno, non mancano di chiamare la nuora di Bianca d'Arcello, Zor... quella cara piccina.
La duchessa rideva di cuore, malgrado l'aria sgomentata di Celati.
Non potete credere continu quanto ella sia realmente una "cara piccina." Lo deve anzitutto alla sciocca guerra, mossagli in principio da qualche vecchia malaccorta e indispettita. Le furono usati degli sgarbi, si parl con disprezzo della intrusa, della piccola fattoressa. Allora venne la reazione, naturalmente. Essa  giovane, beata, punto esigente, impone pochissima soggezione. Si cominci col proteggerla; ora  di moda, in una parola, questi giovanotti si occupano molto di lei. Ella si educa con meravigliosa prontezza. Sapete come sono spiccie le educazioni a Firenze... non  vero?
Gran Dio... duchessa, vorreste dire:
Non voglio dir nulla, mio caro. C' pur troppo chi s'incarica di far pronostici neri come la bocca del lupo. Essa impara a cavalcare, e Ubaldo Neri le d lezione. Ma alla sera balla costantemente con Azzo Romeschi, e chi l'accompagna ogni mattina alle Cascine,  il marchese d'Ozinto.  vero che Dino Nescoraldi n' innamorato e lo dice, ma dice pure, che finir col suicidarsi. Il che non toglie per ch'ella comincia di buon'ora a scherzare col fuoco.
Ahim! e cosa accadr, s'ella non sa tutte le profonde arti di quel rischioso esercizio?
La duchessa si strinse nelle spalle. Pu essere disse che non accada gran che. Pu darsi benissimo che i componenti di quello sciame di adoratori si neutralizzino l'un l'altro, che siano tutti paladini, imbecilli, che so io. Pu essere che Zoraide sia pi brava e pi fortunata di tante altre. Ha gi commesso un mondo di piccole sciocchezze, tali da impensierire qualunque altro marito, ma non mi meraviglierei punto che la cara piccina, se ha la fortuna d'aver un po' di testa e niente di cuore, se la cavasse... gratis et amore Dei.
Ma Febo, ma la Marchesa? chiese angosciosamente Celati.
Febo? Ah! Febo  al settimo cielo.  il suo ideale che sua moglie sia la regina della stagione! Poveretto! aveva tanta paura che gliela lasciassero in un cantuccio! Questi mariti, caro mio, sono tutti d'uno stampo. L'idea di possedere un essere privilegiato, non riesce mai inaccettabile alla loro sterminata vanit. D'altra parte... questi d'Arcello, quando si mettono in testa un'idea, e sopratutto un'adorazione,  finita!
E la Marchesa? insist Celati.
Ah! qui entriamo in un altro ordine di apprezzamenti. Non mi  mai riescito, malgrado tutta la nostra intimit, di chiederle positivamente come si fosse concluso quel benedetto matrimonio. Che volete? non n'ebbi mai il coraggio.  inutile, la conosco, e per lei dev'essere stato un vero strazio... E bench dalle sue labbra non abbia mai udito il pi piccolo lamento, pure son certa ch'ella soffre profondamente tuttora e della scelta di suo figlio e dei rischiosi trionfi di sua nuora.
Ma non potrebbe, per mezzo di Febo, coll'impero che ha su di lui...
Di Febo, dite? Eh caro mio... sapete ci che accade in questi casi. L'impero della madre non  pi quello d'un tempo, rimane, per lo meno diviso. Certo, la situazione non  piacevole. Eppure Bianca rimane al suo posto.  sempre la stessa, serena, immobile come una sentinella, la sentinella avanzata della felicit di suo figlio.
Ah! sclam con entusiasmo Celati. Ma quella donna...
 una santa interruppe la Duchessa e noi non siamo degni neppure di guardarla in viso. V'accerto che non saprei imitare il suo eroismo. Essa sa che la sua presenza in casa  la sola salvaguardia di quell'imprudente poppattola... Tutti sanno che con Bianca non si scherza, il suo nome e il suo passato suonano formidabili persino alla calunnia; nessuno ignora che essa non accetterebbe mai la complicit d'un disordine vero! Ci che accade nell'intimo del suo cuore, Dio solo lo sa. Ma sinch quelle due creature staranno assieme, Zoraide potr sfidare molte chiacchiere impunemente. E ora, eccoci alle Cascine. State attento, Celati, potrete da un momento all'altro vedere la cara piccina, in tutto il suo splendore di nuovo conio!
Pochi momenti dopo, la victoria della duchessa, sboccando dal gran viale interno, riesciva sulla piattaforma del piazzone. La musica suonava in quel punto, e un nugolo di equipaggi raccolti attorno al Chiosco, presentava quel meraviglioso spettacolo di ricchi attacchi, di splendide toilettes femminili, di variatissime assise, di volti sorridenti di signore, d'andirivieni continuo di damerini, di tutto insomma quel perfetto dandysmo all'aria aperta onde sono e furono sempre amantissimi i Fiorentini. I drag, four in hand, i dogcarts, e in genere tutti gli equipaggi a quattro o pi cavalli, stavano alquanto in disparte, di fianco al fabbricato al quale deve il suo nome, quel bellissimo fra i pubblici passaggi. Buon numero di cavalieri e di giovani eleganti si erano dati la posta attorno a quelle altissime carrozze, guidate dai proprietari, ai fianchi dei quali figurava bene spesso qualche sposa animosa, spinta dal desiderio di essere annoverata fra le lionnes aristocratiche.
La duchessa attir l'attenzione di Celati su uno di quegli equipaggi, un drag dei pi inappuntabili, l'automedonte del quale, lasciata la compagna sull'alto seggio, era sceso per un momento.
Ma questa non rimaneva sola: tre o quattro giovani le facevan corona sul drag e tre o quattro altri damerini s'erano accostati e si tenevan presso alle ruote anteriori.
Vedete mormor la duchessa quella signora lass, con quello splendore di toilette bronzo e rosa? Ebbene quella,  la marchesa d'Arcello, cio Zoraide Bottacci. Ve la rammentate?
Ma Celati non riconobbe, se non dopo un momento di esitazione, la brillante signora del drag. Ebbe d'uopo d'un vero sforzo di memoria per ravvisare in essa, l'umile maestra di ricamo che aveva conosciuta ad Arcello. Parigi, la moda, la vanit, la vita nuova avevano afferrata quella donna, e in pochi mesi l'avevano rimpastata, dandole una nuova mondana apparenza. Non avevan potuto fare una dama della piccola fattoressa (sarebbe stato troppo); ne avevano bens fatto un vero figurino di mode, e questo era gi molto. Pu darsi anzi che fosse l'ideale di Zoraide. Essa era pi bianca, pi magra, meno fiorente di prima. Faceva bell'effetto, lass. L'avventava, come dice il popolo fiorentino, colla suprema aggiustatezza dei vocaboli inventati da lui. Nella sua nuova eleganza conservava per una vivacit di movimenti quasi inquieta, ma che in lei tornava simpatica, arieggiando quasi una franca aderenza al passato, una protesta schietta contro la musoneria contegnosa che alcune signore serbavano ancora con lei. Era animatissima, punto impacciata, con un non so che di gentile ebriet femminile, come se quella nuova ed inesperata altezza le desse qualche lieve vertigine. Forse, cos era in realt.
Ebbene? chiese la duchessa.
Celati non rispose. La guard, con un sospiro.
No... non era quella la nuora che avrebbe dovuto avere Bianca d'Arcello.
Vogliamo andare? chiese la duchessa.
E, senza aspettar risposta, fece un cenno al domestico. La carrozza si rimise in moto, avviandosi pel viale che gira attorno al Chiosco e sbocca sulla riva d'Arno.
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Eccoli disse la Duchessa.
Venivano infatti verso il piazzone, procedendo lenti per la solitudine d'uno dei viali laterali. Il conte Santieri vestiva l'abito borghese; ma questo, una strettissima foggia di soprabito, gli s'attagliava alla vita come la sua tunica di colonnello, ed egli, coll'energica fisonomia, colla spigliata andatura, si rivelava apertamente per un militare d'antica data. Grazia gli camminava a lato, raccolta la personcina nella deliziosa semplicit d'un abitino di panno e di velluto bleu. Una leggiadra capote, pure in velluto bleu, senza ornamento alcuno, le copriva il capo, celando solo in parte la greve pompa dei capelli d'oro, e un piccolo velo di tulle bleu le scendeva a mezzo sul visino, diffondendo una lieve ombreggiatura sulla freschezza verginale delle gote. Grazia era rosea in volto, elegantissima nell'audace semplicit del suo vestire, nella purit dolce e altiera della sua bellezza. Camminava leggera, non pareva che toccasse il terreno, portata quasi dall'aria frizzante della sera, dalla gioia intima delle sensazioni del momento.
Suo zio non le parlava. Era immerso nella contemplazione della bellissima cavalla che Alberto Stranieri cavalcava in quell'istante e faceva caracollare di fianco a loro, seguendoli dietro la siepe che segna la divisione degli spazi riservati ai cavalieri. La figura del colonnello esprimeva la pi viva ammirazione, e le brevi, tecniche frasi, colle quali egli la esternava, riescivano senza dubbio, assai lusinghiere per il proprietario della cavalla. Perci forse l'aperta fisonomia del giovine ufficiale sembrava illuminata dalla contentezza, perci egli veniva sempre pi rallentando il passo della sua cavalcatura, come se volesse prolungare, quant'era in poter suo, la durata di quell'incontro. Colla mano, guantata di bianco, accapezzava dolcemente la criniera del nobile animale. Certo, era una buona bestia. Non s'adombrava punto, non temeva gli spari, sarebbero diventati in breve buonissimi amici.
E perch no? Egli avrebbe stretta amicizia col suo cavallo, come aveva stretta amicizia coll'esistenza, colla societ fiorentina, coi suoi compagni d'armi, con quanti gli si accostavano. Egli figurava splendidamente sulla morella che corvettava nervosa, dalle carrozze che passavano, e ch'egli non vedeva, si spiccavano, caldi e rapidi, gli sguardi ammirativi delle signore. Ma egli non si curava delle carrozze, in quel momento; l'approvazione di Santieri bastava al suo amor proprio di cavaliere, e il silenzio sorridente di Grazia bastava al suo delicato orgoglio d'innamorato.
La victoria della Duchessa si ferm a poca distanza da quel gruppo e Giulia stava per dare al domestico, test sceso di cassetta, l'ordine di andar ad avvisare la signorina, quando un'esclamazione di Celati le arrest la parola sulle labbra.
Oh! Alberto!
La Duchessa si volt rapidamente verso il suo vecchio amico.
Ah! conoscete Stranieri? molto? Lo vedete spesso?
Non lo vidi pi, dopo la sua visita ad Arcello. Ma lo conoscevo sin da prima, e da un pezzo.
Essa esit un momento, poi disse al domestico:
Risalite, e dite a Pietro che faccia un giro nell'ultimo viale.
Come, non scende? chiese Celati. E Grazia?
La riprenderemo poi. Ora bisogna che vi parli.
La carrozza era gi in moto, e passava senza fermarsi davanti al crocchietto di quei tre. Ci fu un vivace scambio di saluti, e Grazia agit alquanto il suo ombrellino, come se movesse un'interrogazione; ma la Duchessa, con un rapido cenno, l'avvert che farebbe ancora un giro. Celati s'era voltato, per guardare la fanciulla.
Come  bella! disse con sentito accento.
Eh! non mi lagno, il suo musino incontra.
E naturalmente?
S'intende. Gino Flaviati pel primo, dopo aver tanto proclamato che non prenderebbe mai moglie; poi Luciano d'Equis, Federico Sombrero. Eccellenti partiti, non c' che dire. Come vedete, l'eredit di Febo era assicurata. Pure Grazia non vuol saperne.
No? Spero per che non sar a cagione...
Di Febo, volete dire? neppur per idea! Fu per essa un vero sollievo! Sulle prime, la lasciai sbizzarrire,  giovane, e pu permettersi il lusso di rifiutare un certo novero di pretendenti. Ma ormai la cosa comincia a farsi un po' strana e la ragione per la quale Grazia ha rifiutato, la settimana scorsa, il conte Fisardi, non mi and punto a genio. Immaginate. Una ragazza di buon senso, come mia figlia, trova a ridire sulla forma del naso d'un pretendente, e mi giura, sul serio, che non potrebbe mai vivere con un uomo che pizzica l'erre!
Celati si mise a ridere. Infatti, disse, non  una ragione degna di Graziella Minerva.
La carrozza s'innoltrava pel vasto viale, e questo pareva ancor pi grande nella quieta solitudine che vi regnava. Qualche raro equipaggio, colle livree di lutto, pareva perdersi nel lungo sfondo verdeggiante, in capo al quale le umidit esalate dal vicinissimo fiume si sollevano come una nebbia, dorata splendidamente dagli ultimi raggi del sole. Le piante innumeri parevano quasi immerse nel verde cupo e freddo delle loro edere gigantesche.
Vi rammentate continu la Duchessa di ci che vi dissi poc'anzi? C' e non c'? Voi mi parlaste, test, di Alberto Stranieri, avete detto di conoscerlo.
E me ne vanto, Duchessa.  una delle mie grandi simpatie, lo fu sin dall'infanzia.
Dall'infanzia dite? Dio sia lodato! Trovo finalmente qualcuno che ha conosciuto... in illo tempore, quel caro, carissimo giovine e che potr dirmi qualcosa di lui.
Oh! quanto volete, Duchessa.  una perla di ragazzo, stimato, ben voluto da tutti. Un carattere senza eccezione, un vero ingegno.
Ma questo, caro Celati, lo so al par di voi. Ha fatto una bellissima carriera, balla come un angelo, canta delle deliziose romanzo napoletane, spende moltissimo, parla non so quante lingue, le nostre signore ne vanno pazze. Ma con tutto ci: chi ?
Quella brusca domanda turb non poco Celati Voi... disse esitando voi bramate sapere...
Ors, continu la duchessa avete test detto di conoscerlo da tempo. E mi rispondete in un certo modo... presso a poco come Bianca, quando mi rivolsi per...
Che! interruppe agitato Celati, avete domandato a Bianca?
Ci vi fa specie? Ma l'avevo conosciuto in casa sua, ad Arcello, e lo ritrovai qui, parimenti in casa sua. Potevo dunque supporla edotta dei precedenti di quel giovine.
Ed essa? chiese ansiosamente Celati.
Essa, a dir vero, mi rispose in un certo modo... Non sapeva, non era certa, gli era stato raccomandato dal generale, era amico di Febo. Nulla di soddisfacente, insomma... Cercai di trovare altre fonti a cui attingere. Nulla... E ci m'indispettisse, perch, trattandosi di Grazia...
Che! sclam Celati con vivo accento di rammarico. Ci sarebbe qualche simpatia?
Oh Dio... simpatia!  presto detto. Direi piuttosto, m' parso di scorgere una certa inclinazione reciproca. Lo vidi dovunque, ha frequentato le mie riunioni. Ora questi continui rifiuti di Grazia mi danno da pensare, e non vorrei...
Spero disse Celati con calore che ci non sia in realt. Il mio povero Stranieri non  un partito per Grazia.
No? disse vivamente la duchessa. Quanto mi spiace! Che volete? soggiunse quasi scusandosi un giovine cos simpatico, d'aspetto cos distinto che pare un principe o un paladino. E sapete... se non fosse realmente tanto ricco, potrei chiudere un occhio. Grazia  figlia unica. E se anche non fosse d'una nobilt antichissima... pazienza... la felicit di Grazia avanti tutto! Purch appartenga ad una buona famiglia...
Ahim disse con sforzo Celati, qui sta, pur troppo, il punto nero. Egli non ha famiglia di sorta. La sua nascita... Si arrest. La duchessa arross e si morse le labbra...
Ah! disse, intendo. Ma, senza speranza? A volte un rimorso tardivo... un riconoscimento.
Disgraziatamente, la cosa non  pi possibile, il destino ha detto la sua ultima parola. Il padre  morto, lasciando un figlio legittimo e senza neppur nominare nel suo testamento il mio povero amico. Egli non ha nulla a sperare dall'avvenire.
Ho capito, mormor la duchessa, dopo un momento di silenzio e con un profondo sospiro. So cosa mi resta a fare.
E credete che Grazia ami quel povero giovane?
Grazia me l'avrebbe detto, se si fosse avveduta d'amarlo, essa ha piena fiducia in me. Ma tutto ci deve cessare immediatamente. Capisco quanto un matrimonio sia impossibile, in queste circostanze. E a volte, caro mio, si ama senza saperlo. Questo  per l'appunto ci che rende l'amore tanto formidabile. Belle storie, davvero, belle storie. E cos dicendo, si avvolse con un fare tanto dispettoso quanto accorato, in un ricchissimo cachemir persiano. Fa freddo borbott e quell'Indiano a cento colori non val proprio la pena che si vada fin laggi a cercar di lui. Vi prego, dite a Pietro che torni sul Piazzone. Grazia ha passeggiato abbastanza.
Cinque minuti dopo, Grazia occupava nella victoria il posto di Celati, e chiacchierava vivacemente con sua madre. S'era divertita tanto, passeggiando collo zio! Com'eran belle le Cascine, quest'oggi! E la mamma, l'aveva veduto proprio bene il cavallo nuovo del tenente Stranieri? Era un puro sangue ungarese, della tenuta Esterhazy.
Nossignora, non l'ho visto ribatt la duchessa E da quando in qua le signorine si occupano di cavalli, come se fossero dei palafrenieri?
Grazia rimase mortificatissima! Com'era di cattivo umore, la mamma! che broncio aveva! Non ardiva pi parlarle, ora; eppure si sentiva essa stessa cos allegra, avrebbe chiacchierato tanto volentieri! La trottata non dur a lungo quel giorno. La carrozza della duchessa si ferm solo un momento sul Piazzone. Giulia aveva un aborrimento per l'umido, quell'umido insidioso che sale a un tratto, da quei grandi prati d'idillio fiorito. E per, mentre per l'appunto la conversazione s'avviava vivace fra la victoria, alcuni equipaggi immediati e una piccola squadriglia di cavalieri, che , che non , la duchessa ordina al domestico di risalire a cassetta, e via.
Grazia era inquieta. Cos'aveva la mamma, perch non parlava? Ah! povera Grazia... se avesse saputo!
...
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...
Erano entrambi nel salottino. Ella lo guardava sorridendo, ma egli la guardava senza sorridere, impensierito.
Dunque disse la marchesa d'Arcello.
Dunque rispose il conte Celati, non sono per nulla contento di voi; vi siete permessa di dimagrare assai in questi mesi.
Dovreste dirmi brava. Ci prova che ringiovanisco; non s'ingrassa che invecchiando. D'altra parte, sto benissimo.
E in questo caso, perch quegli occhi sbattuti?
Sappia, signor inquisitore, che stamane ebbi un po' d'emicrania.
E allora, scusate, perch non andarvene bravamente a letto?
Oh bella! perch preferisco andare alla Pergola. Spero ci verrete voi pure.
Io! Senza dubbio, poich ci andate voi. Ma non preferireste?
No, preferisco decisamente la Pergola. Danno gli Ugonotti.  la mia opera favorita. Cos dicendo, s'alz, accomod qualcosa sul tavolino, e torn indietro, mutando discorso. Quanto tempo senza vederci! Quasi cinque mesi. E, soggiunse con un sorriso forzato quante novit... nevvero? durante la vostra assenza?
Ho veduto Febo e la marchesina. Mi sembrano felicissimi.
Oh! s. Egli  innamoratissimo. Ma chi sa, Celati, cosa avrete detto quando...
Lo interrogava sorridendo, come a caso, ma una crudele ansiet si tradiva nei suoi poveri occhi stanchi.
Non ho detto nulla, rispose dolcemente Celati, non ho neppure pensato a nulla in proposito. La cosa poteva parere strana a primo aspetto, ma io, che vi conosco, non ho mai dubitato un momento che la ragione ed il cuore vi avessero spinta del pari ad accordare il vostro assenso.
Un languido sorriso illumin il volto di Bianca, la quale porse, senza parlare, la mano a Celati.
Egli trattenne fra le sue quella mano bianchissima e magra.
Voi... disse Bianca lentamente voi... siete un amico.
E lo sar sempre rispose Celati con grande semplicit.
E Alberto? soggiunse dopo un momento.
Bianca alz il capo, con visibile animazione. Oh sta bene disse  lietissimo di trovarsi qui, dove tutti...
Si ferm, accorgendosi che parlava con troppa vivacit.
Dove tutti gli vogliono bene e gli fanno festa, volete dire. Ci non mi meraviglia affatto. Possiede completamente quel raro tono di piacere, che  cos pericoloso, in certi casi...
Oh, pericoloso! Egli  cos lungi dall'essere un damerino!
Infatti... Ma ci non toglie che...
Una subita inquietudine assal la marchesa.
Che? chiese volgendosi improvvisamente verso Celati. Forse soggiunse poscia, tentando di frenarsi e di scherzare... qualche nuova storiella... qualche avventura... sapete che io non...
Lo so, disse sorridendo Celati lo so. Voi pure sapete che: il faut que jeunesse se passe. Non vi avrei dunque tenuto parola di un lieve inconveniente, occorso ultimamente, se non si trattasse di persona che so esservi cara.
Ma avete detto... si tratta di Alberto?domand la marchesa, cercando invano di nascondere la crescente angustia.
Gi, di Alberto e di un'altra persona.
D d! chiese febbrilmente Bianca.
Di Grazia di Monte.
Grazia? grid impetuosamente la marchesa. Grazia? Ah! soggiunse poscia con indicibile terrore l'avevo temuto. Ma speravo... speravo... che non fosse vero.
Mi duole disse Celati, dolente e sorpreso di vederla cos sgomentata che le mie parole vi arrechino pena.  una semplice supposizione.
Ma la marchesa era diventata pallidissima. Allora chiese con voce spenta Alberto Stranieri ama Grazia di Monte?
Cio, intendiamoci. Si tratta, al pi, d'una inclinazione reciproca, una cosa appena principiata, che non pu avere forti radici, me lo ha assicurato la duchessa.
Alberto ha forse esternato?
No interruppe frettolosamente Celati. il giovane si conduce colla pi alta delicatezza e, vi ripeto, nulla v'ha di palese.
Ma si amano... disse Bianca con voce smarrita si amano.  una sventura, dunque, dev'essere! Oh mio Dio! mio Dio!
L'accento di quest'ultima frase era cos straziante, che Celati ne rimase colpito.
Certo, sussurr  una cosa spiacente.
Spiacente? grid la marchesa. Spiacente?
Ebbe un piccolo scoppio di risa, breve quasi convulso. Poi disse semplicemente a Celati: Ditemi tutto.
Ecco qua. La duchessa ha subito, come tutti gli altri, l'attrattiva di quel caro giovane. Lo invit ella stessa in casa sua, ed egli, frequentando moltissimo la societ, si trov poscia di continuo colle due signore. La nostra amica aveva pensato subito ad assumere informazioni sui conto di Alberto, dei suoi precedenti, ma...
Un lieve spasimo pass sul volto di Bianca, e Celati si ferm un istante; ma ella, con un gesto deciso, lo indusse a proseguire.
Non ottenne che pochi e non bastanti schiarimenti. Giorni sono, anzi il giorno stesso del mio arrivo, ero alle Cascine colla duchessa. Vidi Alberto, e ne parlammo. Allora, col modo netto e pratico che le  speciale, essa mi chiese di quel giovine. Potevo, in coscienza, trattandosi di Grazia?
E voi... interruppe Bianca con violenza avete detto?
La verit, marchesa.
Bianca sollev su di lui uno strano sguardo. La verit? ripet come un'eco.
Naturalmente, non ho nominato alcuno... Ma era mio stretto dovere d'informare la duchessa della posizione del giovine.
S... disse la marchesa... Dovevate farlo. E fu, dietro la rivelazione di questa... verit che Giulia si decise a troncare?
Naturalmente... Essa  madre, e son certo, marchesa, che, se voi aveste avuta una figliuola, avreste fatto lo stesso.
Io? grid Bianca Io?
Una feroce ribellione intima parve scuoterla per un momento. Poi di subito si spense, e la marchesa, lasci sfuggire un gemito soffocato.
S... mormor s... avrei fatto... anch'io... come Giulia.
Egli non osava riprendere il discorso davanti a quell'inesplicabile turbamento di Bianca; ma ella, scuotendo forte il capo, si ricompose subito, e lo preg di proseguire.
La duchessa, continu Celati, era cos spiacente di queste notizie che per un momento insist, chiedendomi se non esistesse una speranza, anche lontana di dare a quel povero giovane una posizione legale. Dovetti accertarla che, pur troppo, la sua sventura era irrimediabile.
Irrimediabile! mormor Bianca, e applic entrambe le palme sulla fronte e sugli occhi in modo da escludere completamente la luce. Ma nell'oscurit di quella pressione, ella dovette certo veder passare qualche orribile fantasma, perch Celati vide farsi d'un pallore cereo quella parte di volto che le mani non coprivano. Stava anzi per chiederle se si sentisse male, quando un lieve colpo picchiato alla porta del salotto fece trasalire la marchesa, mentre una vocina femminile e giovane chiedeva dall'esterno:
Si pu?
Bastarono pochi secondi per rendere alla marchesa Bianca il suo solito aspetto, calmo e dignitoso. Ed ella disse quietamente:
Avanti.
L'uscio si apr, e la testa sapientemente pettinata della marchesina Zoraide d'Arcello comparve, protendendosi prima come ad interrogare l'ambiente Oh! sclam la giovane, affettando confusione e accennando a ritirarsi, domando mille scuse... non sapevo...
Vieni pure disse la marchesa.
Zoraide s'avanz, sempre scusandosi. Oh Dio! era ancora in veste da camera. Che vergogna nevvero?
Indossava infatti una elegante e ricchissima toilette di foggia princesse, guarnita di stupende trine. Ma era gi pettinata pel teatro, e un mazzo composto di tre rose d'un rosso vivo stava nicchiato da una parte, nelle ciocche ricadenti sulla nuca.
Oh! disse tagliando corto ai complimenti di Celati e col fare sciolto e ch'essa sapeva gi adoperare parlando agli uomini... sono in disordine... La mia sola circostanza attenuante  che stavo per vestirmi per lo spettacolo di stasera. Ero venuta prosegu poscia rivolgendosi alla marchesa e con accento meno disinvolto per sentire se il suo mal di capo...
Ti ringrazio, va meglio assai rispose Bianca. Vestendomi subito, spero che non giungeremo in ritardo.
Oh! che piacere! sclam Zoraide. Ma il suo accento, per quanto educato alla simulazione, trad un lieve disappunto. Essa preferiva andar sola con Febo alla Pergola, dove la briosa turba degli amici di suo marito le procurava talvolta la suprema soddisfazione di udir zittito il palco da quegli imbecilli della platea, venuti colla pretesa di udire religiosamente la musica di Meyerbeer.
Quanto sono contenta! Temevo quasi che non potesse venire! Allora corro subito a vestirmi per non farla aspettare. Chiedo scusa.
Va pure rispose Bianca.
Nulla di pi cortese, di pi corretto di quel breve scambio di frasi. Ma n la disinvoltura della giovane sposa, n la condiscendenza della suocera avean gettato calore alcuno nel colloquio. Zoraide porse la mano al conte, s'inchin davanti a sua suocera, ed esc, facendo ondulare con garbo lo strascico della sua veste. Ma l'effetto di quella manovra fu intieramente perso pel conte Celati, il quale stava ritto davanti alla marchesa ed era in procinto di congedarsi.
Essa gli diede la mano: A rivederci, dunque.
Avete le mani calde. Andiamo, via, confessatelo, non vi sentite bene. Non vi sorriderebbe l'idea d'un po' di riposo?
Essa lo guard fisso, prima di rispondere.
Riposo? disse poscia riposo? S soggiunse con un vago sorriso. Mi riposer... infatti... Ma pi tardi: non ora.
...
.
...
Trattenuto da alcuni affari, Celati non pot recarsi alla Pergola prima delle dieci e mezzo. Il sipario era test calato sulla terribile scena della benedizione dei pugnali, e gli spettatori sentivano prepotente la necessit di scuotersi dal fascino tenebroso della musica e del dramma. I corridoi si animavano della ressa momentanea dell'entr'acte, e Celati dovette aspettare un momento appi della scalinata dei palchi di prima fila a destra. A un tratto, vide passare davanti a s Alberto Stranieri.
Il giovane camminava in fretta, e a Celati parve alquanto accigliato. Teneva china la testa e pass, cos vicino al conte che questi pot mettergli lievemente una mano sulla spalla.
Allora soltanto Alberto lo riconobbe e lo salut. Ma l'animazione solita, quel raggio di balda letizia che metteva come uno splendore nell'azzurro dei suoi grandi occhi appassionati, mancava affatto quella sera.
Come disse a Celati tanto in ritardo?
S. Ors, da bravo, si trattenga un momento e mi faccia compagnia sinch sia sfollato. Poi continuer il mio giro. Ho promessa una visita alla Marchesa. Lei esce ora dal suo palco, forse?
No, vengo dalla Duchessa.
Ah! molta gente, m'immagino.
Una folla! rispose l'ufficiale con malumore. Ci sono stato una mezz'ora, senza mai poter scambiar una parola con... nessuno. Ora me ne vado. Questa musica tragica mi d ai nervi. Buona sera, Celati, i miei complimenti alla Marchesa.
Come? non viene a farle una visitina?
No. Sono d'umore tutt'altro che piacevole stasera. Fui abbastanza impossibile nel palco della Duchessa, e penso che sarebbe lo stesso nel palco dei d'Arcello, coll'aggiunta della Marchesina. Sa che non  nelle mie simpatie.
Sento per che incontra assai, generalmente.
Oh s. Ha per l'appunto ci che occorre per piacere generalmente. Io, per mia sventura, non partecipo ai gusti dell'universale. Mi par sempre una tale impertinenza, da parte sua, d'esser diventata la nuora della marchesa Bianca, che non gliela posso perdonare!
Il conte sorrise, con segreta compiacenza.
Comprendo disse poscia. Ma il destino, e Febo, hanno voluto cos, e noi dobbiamo, se non altro, in omaggio alla nostra amica...
Noi? Cio, lei soltanto, caro Celati. Una benefica disposizione della Provvidenza mi dispensa da uno sforzo superiore alla mia virt. La Marchesina mi onora di un'antipatia speciale, visibilissima ad occhio nudo.
Lei? Ma come mai? cosa le ha fatto?
Un torto immenso, imperdonabile. Non posso prendere sul serio l'illustre marchesina Hayde. Conosce la storia di quel Crocefisso miracoloso, che tutti adoravano in un santuario, ma che un certo contadino trattava colla massima confidenza, adducendo a scusa d'averlo conosciuto quando era nulla pi che un piccolo tronco di ciliegio? Ebbene,  lo stesso per me. L'ho conosciuta ciliegio e non posso adorarla. Ci siamo incontrati ad Arcello, ci non le garba...
Ubbie, disse Celati ridendo ed  forse perci ch'ella  tanto abbuiato stasera?
Io? No davvero. Mi duole per Febo, ch'essa va alienandomi con somma cura... Ma per lei! No... ho qualcosa d'altro per il capo, delle idee che non avevo mai avute. Ho torto di prendermela tanto a cuore per la marchesina Hayde. Anzi, dovrei ammirarla, ha giuocato maestrevolmente la sua partita... quella gran partita che  l'unica preoccupazione di tutte le donne, anche delle migliori, delle pi ingenue... Ma  sfollato ora, si pu andare, e non la trattengo pi. Buon divertimento.
Buona sera, Stranieri. M'immagino che potr renderle l'augurio.  sabato, e la baronessa Aurora, riceve dopo il teatro.
Non vado dalla baronessa Aurora, non vado in nessun luogo. Sono orribilmente stonato.
Si avvi per escire, ma subito torn indietro, come se rammentasse d'aver scordato qualcosa. Celati chiese al gentiluomo, in tuono netto e fors'anche un po' brusco: Sa ella che le Da Monte partono per la loro villa di Montevarchi?
Partono? domand sorpreso Celati. Quando?
La settimana ventura.
Allora anticipano la partenza quest'anno? Ordinariamente, vanno alla fine di maggio, dopo le corse.
Gi... disse Stranieri, con acerba ironia non aspettano neppure le corse. E rimase immobile, mordendosi le labbra. Scusi, disse poscia era cos... per sapere... Buona notte.
Se n'and in fretta, colle ciglia aggrottate. Si gett in una carrozzella, dicendo al fiaccheraio una sola parola: vai. E per le vie deserte il povero ronzino, estenuato, trott a lungo, senza mai potersi fermare, senza mai poter riprendere la via della stalla, incalzato dall'auriga alle cui orecchie giungeva, ad ogni velleit di fermata, il vai imperioso del suo avventore. E la trottata non era punto piacevole, in quella nottata umida, ventosa, senza raggio di luna, sotto una pioggierella minuta che investiva di sbieco con una delle intermittenze insidiose.
Finalmente sboccarono sul Lung'Arno, all'angolo di via Santa Trinit, e Stranieri, alzando a caso gli sguardi, vide illuminato all'interno il noto palazzo della baronessa Aurora. Si ramment a un tratto di ci che gli aveva detto poc'anzi Celati, la baronessa riceveva. Egli sapeva che lass avrebbe trovata una festosa accoglienza, un ambiente brillantissimo, e i grandi occhi neri d'una delle pi belle signore dell'aristocrazia fiorentina, due occhi fulgidi che sapevano tutte le arti di vincere, e che le ponevano bene spesso in opera per fissarsi nei suoi. Scosse il capo, sorrise, e grid al fiaccheraio: ferma! Scese dalla carrozzella, a pochi passi dal portone del palazzo. Ma nel fare quei pochi passi, sent nuovamente mutato l'animo suo, e pass oltre.
La carrozzella era scomparsa, ed egli prosegui svogliatamente a piedi la passeggiata per quel Lung'Arno cos buio, cos tetro, tanto dissimile dal Lung'Arno del vespro. La Pescaja rumoreggiava da lungi, col tonfo grave, assordante della chiusa; l'ombra nera, informe, delle cascine sembrava un immenso nuvolone calato, a mo' di sfondo, sul la tetraggine della sua via. Egli non pensava ai grandi occhi neri, arditi, che avrebbe potuto incontrare un momento prima.
No, egli pensava ad uno sguardo purissimo di fanciulla, uno di quegli sguardi che vogliono, anzitutto, il rispetto e da quello soltanto sanno suscitare l'amore. Egli pensava all'affettuosa letizia, alla calma fiducia di quello sguardo, nella festosit del quale s'era venuto innestando, da qualche tempo in qua, come un'inconscia, purissima tenerezza. E mentre egli si sentiva arcanamente scosso, sublimato dalla coscienza di ci che nasceva in quello sguardo, eccolo farsi inquieto, turbato... evitare il suo... rivolgersi sgomentato altrove, quando a caso si incontravano. L'antica cortesia perdurava nei modi di Grazia, ma una freddezza strana era nata fra loro.
Anche la Duchessa era mutata. Eppure Alberto sentiva di non essere indifferente a Grazia... aveva indovinato confusamente un dolore in quella freddezza, un rammarico profondo nell'incertezza, nell'esagerazione di quella nuova severit. Vi ravvisava un riflesso di quell'amore, del quale nessuno d'essi aveva fatto parola... ma che germogliava fatalmente sincero, nell'animo di lui... quel terribile amore che  veramente il primo, cio il solo, anche quando  stato preceduto dallo scoppio delle passioni, dall'effervescenza della giovent.
Alberto Stranieri diceva tutto questo a s stesso. Si diceva che fra lui e Grazia tutto era necessariamente, doverosamente troncato. Tutto? S, tutto, tutto quel poco, quel nulla, che ad un tratto era diventato, senza neppur concretarsi in un progetto, l'essenza della sua vita, la luce e la festa del suo cuore.
Dunque, questo nulla, questo tutto finiva cos. Grazia non gli avrebbe concessa certamente una occasione di spiegarsi. N il suo orgoglio gli avrebbe consentito di sollecitarla. Volenterosamente o no, Grazia la respingeva; la Duchessa pure. Il suo amore non riusciva accetto in casa Da Monte.
E perch?
La risposta a quel perch rumoreggiava sorda, minacciosa nella tenebra del suo cuore. E perci egli camminava a quell'ora, per la solitudine nera del Lung'Arno, prestando l'orecchio al frastuono sordo, minaccioso del fiume, nell'oscurit della notte.
...
.
...
Cara, disse la marchesa, avanzandosi ad incontrare Grazia che entrava timidamente nel salotto.
Sei sola? chiese Bianca, abbracciando teneramente la fanciulla. Dove hai lasciata Fraulein Schffer?
 rimasta in carrozza. Io sono salita un momento cos, per farle una visitina. Ma non la disturbo? E proprio sola?
S. Mia nuora  escita, e Febo  andato per qualche giorno ad Arcello.
Ah! tanto meglio sospir la fanciulla. Cio.... volevo dire...
Non voleva dir nulla probabilmente, poich si allontan irrequieta, senza proseguire, per andare a dar un'occhiata alla piccola uccelliera della marchesa.
Blitz non  savio, stamane soggiunse Grazia, designando uno dei canarini, ha le penne arruffate.
Come te rispose dolcemente la marchesa.
Io! disse Grazia arrossendo anzi, sono... contentissima.
Di che? domand sommessamente donna Bianca.
Di... andare in campagna prima del solito. Sar cos bello, ora, il parco di Montevarchi.
S'arrest, sentendo la povera riuscita di quel tentativo di bugia. La voce le veniva meno in un tremito.
Donna Bianca present l'effusione di quel povero cuoricino. Intu lo strazio che ne sarebbe venuto al suo. Avrebbe potuto evitare quella confidenza, ma non volle farlo. Le pareva che da qualche tempo in qua tutto diventasse l'opera muta, implacabile della giustizia non soddisfatta. Ora l'ala nera del dolore stava librata sui suoi cari a ragion sua; la sua colpa diventava la sventura degli altri. Bianca non aveva il diritto di chiuder gli occhi e di non vedere.
Grazia disse chiaramente alla fanciulla tu sei venuta per dirmi qualcosa.
Grazia ebbe ancora un'esitazione. Poi si fece in volto di fuoco, e chin il capo.
S mormor con voce appena sensibile.
Un momento, Grazia... Non ti sei consigliata con la tua prima amica... con tua madre?
S... oh s... Anzi, le ho promesso di fare di tutto... di tutto per obbedirla... per non pensarci pi. Ma vedo che mi costa tanto, e che la mamma non mi vuol dire un perch... Eppure, se lo sapessi, mi pare che avrei nel cuore una spina di meno.
Una parola: "Taci!", corse impetuosa alle labbra della marchesa. Ma Bianca disse invece: Parla, figliuola mia.
S continu Grazia incoraggiata, spinta dal bisogno irresistibile d'uno sfogo. Ora le dir... vorrei sapere...  una cosa strana, capisco anch'io che non dovrei chiederlo... Pure, vorrei sapere qual' la cattiva azione che ha commessa Alberto Stranieri.
La marchesa rimase un momento come fulminata.
Alberto! grid poscia una mala azione? Ma  impossibile!
Ah!  impossibile! ripet Grazia.
E in quel doppio grido, in quel doppio diniego, ebbero entrambe un solo accento, quello d'un orgoglio appassionato.
Ma subito s'arrestarono, guardando incerte, col timore d'essersi troppo vivamente espresse.
La marchesa fu la prima a padroneggiarsi. Dicevi, dunque?
Ecco qua. Si rammenta come abbiamo fatto relazione, ad Arcello? Ci siamo messi a parlare di lei, e abbiamo scoperto che potevamo dirci tante cose su quel proposito. Anche lui, sa, le vuol bene... diceva aver avuto da lei tante gentilezze, tante prove di bont. E quello  stato il principio. Pi tardi, poi, a furia di vederci sempre, si sente una certa amicizia, nevvero? Poi, viene un'altra cosa, che non si sa bene cosa sia... A me pareva tanto naturale... mi pareva anzi che non potesse essere altrimenti; non sapevo affatto che avrebbe potuto diventare un cruccio, com'era, una pena cos grande, cos acuta... Allora non m'accorgevo, non pensavo a nulla, pensavo solo alla contentezza di vederlo sempre, di ballare con lui, di sentirne a dir bene e di sapere ch'egli era contento della mia amicizia, della stima ch'io avevo di lui...
Si ferm. Un singhiozzo aveva troncata la frase.
Bianca l'aveva ascoltata immobile; ognuna di quelle parole era per lei una acuta lama di coltello.
E un pensiero le traversava a scatti il cervello: Per colpa mia... per colpa mia! Prima Febo, poi Grazia... Continua, disse forte, dopo una pausa.
Un giorno la mamma m'avvert. Mi disse che dovevo trattarlo altrimenti, con dei modi pi freddi. Anch'essa si mise a trattarlo pi freddamente, e cos lo zio. Non parlavano mai di lui, oppure lo facevano con certe frasi oscure... che m'inquietavano, e mi facevano supporre confusamente ch'egli avesse fatto qualche cosa di male. Mi sforzavo di ubbidire alla mamma, ma non ci riescivo sempre. Egli se ne accorgeva, e m'avvidi che ne soffriva. Oh che pena fu quella per me... e anche una specie di gioia... Intende, marchesa, intende?
Intendo disse Bianca non temere, intendo. Ma continua...
Io, allora, dissi tutto alla mamma; dissi che non potevo, ch'era troppo forte per me il dispiacere d'incontrarlo sempre e di dover dargli pena. La mamma mi compat, e mi promise che per abbreviarmi questo periodo di battaglia, saremmo partite subito, prima delle corse, poich il signor Stranieri non poteva in nessun modo aspirare alla mia mano. E cos, sar tutto finito... per sempre!
Le labbra pallide della fanciulla presero a tremare e due lagrime comparvero, nitide, sulle palpebre chine.
E tu prosegu Bianca hai pensato di rivolgerti a me?
S, l'ho pensato, perch lei mi vuol tanto bene e anche perch lei potr forse sapere la verit. Non creda gi ch'io voglia comecchessia disobbedire alla mamma; la sua povera Grazietta non far mai nulla di simile. So benissimo che  tutto finito. Ma prima di partire, vorrei che qualcuno... che lei mi facesse la carit di levarmi questo spino dal cuore, di dirmi ch'egli non ha mai commesso un'azione disonorevole Mi pare che, se ci fosse in realt dovrei sempre vivere con un veleno nell'anima e non potrei mai, mai pi esser felice, perch ora capisco che gli volevo tanto... oh tanto bene!
Grazia si abbandon quasi inconsciamente sul petto della marchesa, posandolo il capo sul seno. Il puro e fresco pianto sgorgava libero dagli occhi della fanciulla, mentre, al disopra di quella testina bionda, la faccia livida della marchesa s'ergeva rigida, immobile, e gli occhi, si sbarravano fissi, coll'orrore della propria aridit.
Ascoltami, disse poscia la marchesa. Hai fatto bene a venir da me... Io so la verit, e te la dir...
Ah! grid Grazia con sbita gioia e alzando impetuosamente il volto. Dunque... Alberto...  innocente, nevvero?
Alberto  innocente rispose Bianca. Ma sull'esistenza sua pesa un'onta incancellabile.
Grazia rimase in forse.
Non so... non comprendo... mormor angosciosamente.
No continu la marchesa non puoi, non devi comprendere. Ma credi, credi implicitamente. Nella sua vita c' una colpa, e questa colpa non  sua. Egli non l'ha commessa, eppure la sconta; egli  puro, onesto, leale, ma l'ipocrisia di una eterna menzogna, macchia del pari il suo passato ed il suo avvenire. L'animo suo  luce, ma quella colpa  un'ombra eterna che lo avvolge, lo penetra, lo annienta. Ed  questa colpa che nessuno osa nominarti, ch'io stessa non ti nominer mai, quella che s'intromette tra voi, che vi divide, e per sempre. Questa  la verit, Grazia, la verit che tu sei venuta a cercare... da me!
Ebbene grid Grazia, con una subitanea ed appassionata ribellione  un'ingiustizia...  una crudele ingiustizia!
S disse Bianca con impeto s...  una crudele ingiustizia. E tacque per un momento, ansimando.
Grazia tornava a piangere, silenziosa. Ma, a un tratto, un viver lampo di gioia, pass sul volto Ah! sclam sotto l'impressione subitanea d'un nuovo pensiero.  innocente, ha detto che  innocente... Ma allora, in qualunque modo, posso amarlo!
No, disse donna Bianca, non puoi amarlo... Sarebbe vano ed inutile, poich non potrai mai appartenergli. La vita non  fatta di sogni, Grazia,  la realt... la severa realt che noi dobbiamo vivere. Lotta coraggiosamente contro te stessa, togliti dal cuore quel divino, quel purissimo amore. Noi dobbiamo esser forti... non dobbiamo gravare l'anima nostra del peso d'un affetto che non giova... Sei giovine, amerai ancora, anche se non amerai cos. Lotta, lotta sempre, senza stancarti, l'orgoglio supremo della donna  questo: la custodia di s stessa. Ti coster molto, soffrirai crudelmente, ma non importa, non importa. La vittoria val la pena d'una lotta, di tutte le lotte, di tutti gli strazi. E quando ti parr d'esser troppo infelice, pensa... oh pensa al privilegio supremo che possiedi, quello di non arrossire del tuo passato.
Bianca non era pi pallida in questo momento, un rossore di fuoco s'era sparso sul suo volto.
Intendi? chiese poscia intendi?
Grazia, chin il capo, piangeva sempre.
Piangi, le disse Bianca, con una intonazione strana, quasi violenta. E quando le lagrime ti sembreranno troppo amare, quando nella gloria e nell'innocenza del tuo dolore, ti parr d'esser troppo provata... allora... pensa a quelle che deve versare un'altra... la persona che  causa della sventura di Alberto...
Vive? sa tutto? interruppe Grazia. Ed  a cagione sua... Ah! ... Dio la castigher.
Ogni traccia di colore era scomparso dal volto di Bianca, ed essa teneva curva la testa.
Grazia disse dopo un momento non essere inesorabile... E sappi che Dio ha gi punita quella persona, e ben pi di quanto tu, nella tua innocenza, la giustizia umana... nella sua severit, possiate desiderare.
Grazia, colpita dall'arcana maest di quest'ammonimento, tacque, sopraffatta da una inesprimibile emozione.
E non potrebbe disse poscia timidamente Grazia rimediare in qualche cosa... fare... per Alberto...
Non lo pu. Grazia. Essa deve bere il calice sino alla feccia, deve assistere alla sventura che  opera sua. Tu, oh te beata! puoi dire soffrendo: Non  colpa mia. Ma essa non lo pu, essa deve tacere, vede la sventura protendersi sopra i suoi cari, e non pu dire: ferma, non pu sostituire il proprio al capo minacciato. Deve vivere cos, in silenzio, senza poter stornare le conseguenze dei mali ch'ella ha cagionato, e non ha, non avr mai il diritto di...
Si interruppe, spaventata di ci che diceva. E mentre cercava angosciosamente il modo di ricondurre il colloquio su un terreno meno scabroso, sollev il capo ad un tratto prestando orecchio ad uno strepito di passi che s'udiva nelle sale vicine.
Grazia, disse Grazia, vien gente!
La fanciulla, smarrita, s'asciug gli occhi, tent subito di ricomporsi, cercando istintivamente, nel pudore della sua recente effusione, un rifugio ove potesse involarsi agli sguardi degli indifferenti.
L disse Bianca, accennando l... nel mio gabinetto.
Ma la fanciulla non ebbe tempo di fuggire. Era tuttora in sala, mentre un domestico annunziava alla marchesa una visita.
Alberto Stranieri.
Il giovane, passando a caso por la via, aveva ravvisato, davanti il portone di casa d'Arcello, il landau della duchessa di Monte. Un rapido sguardo, gettato nell'interno della carrozza, gli aveva permesso i scorgere la governante tedesca che accompagnava solitamente al passeggio la duchessina. Dunque Grazia poteva esser di sopra! Egli sapeva che la fanciulla partirebbe a giorni; una dolorosa smania di rivederla, lo assalse e lo vinse. Sal, e si fece annunziare.
Le sue previsioni non erano errate. Grazia era presso la marchesa. E una folle gioia penetr nel suo cuore, quando egli s'avvide che Grazia aveva pianto. Salut in fretta la marchesa, poi, spinto da un irresistibile impulso, si diresse verso la fanciulla.
Duchessina... le disse, avvolgendola d'un ardente sguardo... finalmente... c'incontriamo! posso dirle...
Grazia tentava invano di celare il viso, tuttora bagnato di lagrime, e tremava visibilmente, combattuta dal fascino della presenza di lui, dall'impressione dei terribili consigli test ricevuti, e dal senso delicato col quale essa intuiva le difficolt del colloquio ch'egli le chiedeva s risolutamente... Gir attorno uno sguardo smarrito, come se implorasse aiuto.
E l'aiuto non le manc. La marchesa venne a frapporsi fra loro. Afferr una mano di Grazia, poi si volt verso Alberto, guardandolo con una subita e severa dignit, che sola, senza parole, imponeva il silenzio.
Perdoni, Stranieri, disse quindi, con calma austera sono subito da lei. Accompagno sino all'anticamera la duchessina di Monte.
E stringendo sempre la mano di Grazia, sostenendola coll'energia della propria volont, si diresse verso l'uscio. Nel passare, furono per un secondo vicinissime ad Alberto, ma lo sguardo inesorabilmente freddo di donna Bianca serbava tutto in freno. Il giovane s'inchin profondamente. Grazia abbass un pochino di pi il capo, e pass. Pass... colle sue lagrime prepotenti, col suo sacro dolore di fanciulla forte ed onesta. E cos, in silenzio, senza spiegazione alcuna, coll'altiera cortesia d'un estremo e sovrano riserbo, si separarono, per sempre, Grazia di Monte ed Alberto Stranieri.
...
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...
Pioveva e senza speranza alcuna che il tempo si rasserenasse. Della passeggiata alle Cascine, non si parlava neppure, e una continua malinconia di fanghiglia, d'erranti ombrelle, d'ignobili calzature inzaccherate, uno strepito monotono di canali stillanti, avevano invase tutte le vie della citt. Pure, questo benedetto tempo, bello o brutto che fosse, bisognava ammazzarlo in qualche modo, e lo sciame leggero dei giovanotti della societ, aumentato, se non corretto, dal fraterno elemento d'altre citt, chiamato a Firenze dall'attrattiva delle corse imminenti invadeva a frotte i noti ritrovi. A Donney non c'era pi un tavolino in libert, di fronte alla tetra mole del palazzo Strozzi, i grandi e tersi cristalli del negozio Giacosa permettevano liberamente al passeggiero, la visuale dei tre lunghi ambienti interni, affollati, in quell'ora, della pi scelta societ mascolina. E se il passeggiero, allettato da quella prospettiva, si fosse deciso a por piede nell'interno del negozio, sarebbe rimasto, a bella prima, intontito dal frastuono incessante di tante voci. Il geniale affratellamento di tutti quei profondi dilettanti d'ozio e di sport si manifestava con un incessante scambio di vermuth e di frasi ippiche. Le chiacchiere continuavano senza posa, alimentate dai tre grandi avvenimenti del giorno: la piova che rovinava la pista, la partenza della duchessa di Monte e di sua figlia, e i pomposi preparativi per la festa da ballo che avrebbe luogo il posdomani al palazzo d'Arcello.
Della partenza della duchessa si parlava con rammarico, e criticandola. Proprio alla vigilia delle corse e mentre in casa della sua pi intima amica si dava una festa portentosa!
Sar bella davvero? chiese un giovane romano, che veniva per la prima volta a Firenze.
Un coro di rassicuranti asserzioni si lev attorno a quegli che aveva fatte tale domanda. Non v'era ombra di dubbio. I d'Arcello davano poche feste, ma splendide. Souper, buffet perenne, colazione alle sette del mattino. I regali pel cotillon venivano da Parigi, la societ era sceltissima, gli inviti erano stati fatti colla pi scrupolosa oculatezza. Non c'era pericolo di trovare, in quelle sale, un solo esemplare di quell'elemento eterogeneo, che il cosmopolitismo fiorentino accetta bene spesso, troppo spesso. Colla marchesa Bianca non si scherzava, e in quell'occasione sopratutto.
Qualche risolino discreto e malizioso, spunt qua e l sotto i baffi, mentre il giovane romano, insisteva nel suo interrogatorio.
Perch: in quell'occasione? quale era l'intento speciale della festa?
Un momento d'esitazione regn nel crocchio; poi un giovine alto, vestito con attillata eleganza e dotato d'una fisonomia fine e sarcastica, prese la parola, dopo aver dato all'ingiro una frettolosa occhiata. Ah! ah, lei vorrebbe sapere il significato preciso del ballo in casa d'Arcello?
Il romano accenn di s, e gli altri tacquero, curiosi di ci che sarebbe per narrare quel capo ameno, quel motteggiatore eterno, Luciano de Rigo.
Ors continu il giovane ella sar illuminata su questo proposito. La marchesa Bianca d'Arcello , come tutti sappiamo, una donna eccezionale. Ora,  sulla quarantina, fra parentesi, ma la porta valentemente. Virt, o forza di circostanze, sia come vuolsi, sul conto suo non vi fu mai nulla a dire. Una donna fredda, tutta etichetta, formole, principii e compagnia bella. Aveva un figliuolo (dovrei dire ha, perch Febo d'Arcello esiste tuttora ed ha ventidue anni), ma  uno di quei giovani che il matrimonio annienta, riduce a zero! Sinch sono scapoli, possiedono le calde simpatie delle mamme delle nostre belle signorine; ammogliandosi, diventano assolutamente inutili al mondo intiero, e specialmente odiosi, se hanno una moglie carina, ai loro ex-amici celibatari.
Un'allegra risata accolse la prima parte della perorazione e tutti si strinsero attorno al narratore, per sentire il seguito.
Sappia dunque, amico carissimo, che la moglie di Febo d'Arcello , per l'appunto, assai carina, bench egli l'abbia scelta in una classe dove ordinariamente non si cerca la compagna... definitiva, della propria vita. La marchesina, quell'adorabile Zor,  la figlia di un agente della casa d'Arcello, un fattore, un bifolco, qualcosa di simile. Ma un bijou, veh! un vero bijou... Buona, alla mano... niente arie, niente fumi...
Per bacco, lo credo, con quel po' po' d'arrosto? interruppe uno degli astanti.
La celia non era delle pi raffinate, ma piacque cionullameno e un coro di approvazioni e di risate si lev cos alto che nessuno pens ad avvertire l'entrata d'un nuovo avventore, un ufficiale d'artiglieria, il quale venne lentamente a sedersi ad un tavolino poco distante, e subito atterr un giornale.
Avanti, de Rigo, avanti disse Carluccio Ardinghi sei proprio in vena stasera.
Capirete continu de Rigo, sempre pi infervorato che una donnina che ama divertirsi non pu trovarsi troppo bene in casa d'Arcello. Zor.., voglio dire la marchesina,  una di quelle creaturine che vi dicevo poc'anzi, e suo marito  odioso al sommo. Essa lo intende, e, poveretta, sente il dovere di ristabilire l'equilibrio, facendosi adorare da noi.
Ho capito disse il giovane con un sorriso.
Nossignore ribatt de Rigo questo  il bello: che lei non ha capito niente affatto.  una benevolenza universale, sparpagliata ai quattro venti, che svolazza ostinatamente e non accenna a raccogliere il volo su un dato punto dell'orizzonte. Almeno, sinora.
Ma  curiosa, sa! rispose il romano Lei ci crede davvero a questo volteggio d'alta scuola?
Uhm! disse qualcuno, sogghignando.
Io? S, per ora ribatt coraggiosamente de Rigo. Debbo per farle osservare, per iscarico di coscienza, che la brillante signora alla quale alludo  sposa da solo sei mesi, e che l'eloquentissimo ehm... qui del conte Trendani, non  che l'eco fedele di parecchi altri, ehm di molte persone, le quali, specialmente dopo una recente gita a Pisa della nostra eroina...
Hanno torto grid a destra un biondino magrissimo.
Hanno ragione vocifer a sinistra un grasso sportman.
Udite! udite continu de Rigo ridendo Ecco i due partiti di fronte... Io, non c' che dire sono l'avvocato dell'angelo custode! E voi signor avvocato del diavolo, venite qua, ascoltatemi. Non  vero niente. Sono tutte calunnie. La marchesa Bianca ce lo prova luminosamente, dando la sua solita festa da ballo e ricevendo a fianco di sua nuora.
E se fosse una manovra per gettare della polvere negli occhi? ribatt ostinato l'avvocato del diavolo.
No... disse con forza de Rigo Con donna Bianca non si fanno questi giuochetti. Non  una donna che transiga.
Per cui continu, il romano questo ballo  per la marchesa nuora un brevetto di... come dire... di incolumit?
Precisamente, bravo! concluse de Rigo, mentre alcuni applaudivano ridendo, ed altri, ridendo
del pari, scuotevano il capo.
Mi permetta ancora una domanda insist l'indiscreto romano. E il marito?
Il marito? disse Rigo in tono maestoso,  il pi fortunato dei mortali, provvisoriamente.
Le risate degli astanti suonarono come un plauso all'orecchio del giovane de Rigo. Ma l'ufficiale di artiglieria, che nessuno avvertiva gir attorno a s uno sguardo torvo, pieno d'una collera mal repressa. Quella frase insultante, che attaccava coi presagi dell'avvenire, l'onore dell'amico, giunse stranamente irritante. Sent ribollirgli il sangue, come ad un'offesa propria, prov una indignazione arcana, dolorosa. E quei motteggiatori implacabili, erano gli amici di Febo, sarebbero all'indomani ospiti in casa sua! Nell'animo del giovane, gi saturo d'una grande amarezza, nacque pure ad un tratto un profondo ed iroso disprezzo per coloro. Ed egli... era cos stanco, cos scorato, cos avvilito!
Per un momento, la conversazione s'aggir sovra alcuni soggetti indifferenti, ed egli chin la testa sul giornale, cercando di por mente a ci che leggeva. A un tratto si fece in volto di fuoco, tese cupidamente l'orecchio... e la mano che teneva i margini del foglio ebbe una crispazione.
Per cui diceva Carluccio Ardinghi avremo solo a deplorare l'assenza della duchessina di Monte.
Ma insomma, interruppe Rigo si pu sapere perch sono partite cos in fretta e furia, madre e figlia?
Uno dei giovani, che aveva sino allora serbato il silenzio, emise un piccolo colpo di tosse sforzata.
Mah! rispose Ardinghi che so io? Si tratta, pare, d'una vecchia zia malata, che ha peggiorato ad un tratto.
Il giovane che aveva test tossito di una spallata ed ebbe un sogghigno sardonico.
No? gli disse Rigo impazientito. Oh dunque, cos'? parla in buon'ora.
L'altro, il marchese Fisardi, parl, pizzicando l'erre. Non vi siete dunque mai accorti che la signorina aveva una: preoccupazione, da qualche tempo in qua?
Per te? chiese in tono ironico Rigo.
No rispose pacatamente Fisardi, mentre un rossore fuggitivo passava sul pallore del suo volto maligno, non per me. Per qualcuno che ci siamo lasciati un tantino imporre, se vogliamo, mentre non so guari qual diritto avesse d'imbrattarsi fra noi. Un bellissimo giovane, lo concedo, e che aveva probabilmente calcolato su questo suo vantaggio, per far dimenticare alla duchessina di Monte, la mancanza del pi semplice ed ordinario fra i requisiti d'un pretendente.
Quale? chiese storditamente Ardinghi.
Un nome rispose con calma velenosa il marchese Fisardi. Ed  naturalissimo che la duchessa di Monte abbia voluto salvare quella testina esaltata di sua figlia, dal pericolo di incapricciarsi seriamente di un avventuriero quale  quello Stran...
Si ferm, ad un tratto. Qualcuno, un amico lo aveva urtato improvvisamente nel gomito.
Ebbene chiese Fisardi che c'?
L'amico tacque, mordendosi le labbra e gettando uno sguardo, seguito da quelli di tutti i componenti della brigata, verso il tavolino davanti al quale sedeva tuttora Stranieri, sempre immerso nella lettura del suo giornale.
Un momento di penosa incertezza regn nel crocchio. Era Stranieri... lui... in persona. Aveva o non aveva udito?
Le apparenze militavano in favore di quest'ultima supposizione.
Il giovane continuava a leggere, non aveva neppur rimosso lo sguardo dal giornale. E tutti sapevano quanto egli era coraggioso, quale altiero amor proprio albergasse nell'animo suo. Decisamente, non aveva udito.
Rinfrancati da quella certezza, gli altri giovani ripresero con voluta vivacit le chiacchiere interrotte, mutando, ben inteso, discorso, ingolfandosi in una discussione animata sui meriti dei cavalli che farebbero le loro prove, all'indomani, sul prato delle Cascine. L'argomento era cos importante, che valse a far loro dimenticare le apprensioni di un momento prima. Ognuno d'essi esprimeva il proprio parere, avvalorava i pronostici propri, ricordando esempi e prove passate.
Chi stava per Andreina, la cavalla allora ancor celebre, chi per un non meno celebre competitore di questa: Algool. Stranieri, il quale aveva finito di leggere il giornale, s'alz lentamente e venne a prendere parte alla discussione.
Non and guari che questa s'inaspr stranamente.
Il padrone del negozio cominciava ad inquietarsi. S'udivano le voci farsi sempre pi concitate. La voce di Stranieri suonava alta, insolente, nella sua sonorit beffarda, mentre quella irosa e secca di Fisardi sembrava affiochirsi, in un tremore rabbioso dell'accento. Si parlava esclusivamente di cavalli ma la discussione diventava ardente, minacciosa. A un tratto, s'ud, in mezzo ad un subitaneo parapiglia, uno strepito strano, cui tenne dietro un urlo di rabbia e un momento di pauroso silenzio.
Alberto Stranieri aveva schiaffeggiato il marchese Fisardi... per Andreina, la cavalla che doveva correre, all'indomani, sul prato delle Cascine.
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Capitolo 6.
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Il mezzogiorno non era peranco scoccato, quando Celati giunse in casa d'Arcello. Il palazzo era un po' sossopra; nelle scuderie si preparava l'attacco del nuovo drag, coi cavalli nuovi che dovevano escire in pubblico per la prima volta. I preparativi pel ballo del giorno susseguente cominciavano sul serio. I domestici erano tutti in moto; un drappello di facchini si agitava per le sale, mentre un grave maggiordomo presiedeva alla disposizione del mobiglio. Un cameriere, emergendo ad un tratto da una piramide di seggiole accatastate, inform il signor conte che la marchesa Bianca e il marchese Febo si trovavano in quel momento nella serra.
Traversando frettoloso i locali, invasi dal disordine dei preparativi. Celati penetr nella serra, attigua alla vastissima sala da ballo, e vi trov infatti donna Bianca e suo figlio. La marchesa, seduta, approvava ogni tanto, con un cenno macchinale del capo, le disposizioni e gli ordini che Febo, animatissimo, compartiva a destra e a sinistra ad alcuni operai e decoratori.
S'interruppe vedendo Celati, il quale, entrato senza strepito, aveva gi scambiato colla signora un rapido sguardo d'intesa. Ella si morse violentemente le labbra per non interrogare, mentre Febo, sopprimendo i saluti, chiedeva ansiosamente: Ebbene?
Finora rispose con cautela il vecchio gentiluomo i padrini non hanno potuto combinare nulla.
Un sospiro irrefrenabile sfugg dalle livide labbra di Bianca.
Come mai disse Febo perch?
Non sono d'accordo, pare, sulla scelta delle armi.
Per carit, mamma soggiunse Febo, distraendosi ad un tratto, guarda cosa fanno laggi quei barbari, nel boschetto degli aranci.
Va a vedere disse Bianca. E mentre Febo s'allontanava, ella s'alz e piantando in volto a Celati due occhi di fuoco.
Ebbene? chiese alla sua volta, con voce strozzata.
Verr oggi, alle due, come avete desiderato.
E non c' speranza d'un accomodamento?
Non saprei... per ora non sembra.
Bianca s'asciug il sudore sulla fronte, mentre una lieve schiuma compariva ai lati della bocca aridissima.
Avete parlato voi stesso coi padrini?
Mamma chiese Febo da lungi cosa ti pare di questo candelabro? Sta bene qui?
S diss'ella sta bene.
E l'altro, ti pare che starebbe bene laggi?
Bianca ebbe una contrazione convulsa alla gola, e non trov subito la forza di rispondere.
D, mamma, d insist Febo.
Ma... non so mormor Bianca scusami, ho un po' d'emicrania.
Davvero? disse Febo, lasciando in asso gli operai e tornando indietro. Ed io che ti tormento! Infatti... poveretta, hai la faccia stravolta... Veda, continu, rivolgendosi a Celati, siamo un po' sossopra, e la mamma si stanca, con questi preparativi. E questa triste questione d'Alberto ci tiene tanto agitati. Io, a dir vero, non temo dell'esito del duello. So come egli si batte, e son certissimo che non durer fatica a disarmare in un momento quel moscherino di Fisardi.
Ah! s, nevvero? sclam la marchesa, alzandosi con impeto.
Diamine, assicur Febo, tutti lo dicono. E a proposito, dicono un'altra cosa. Forse Celati sapr se  vera. Parrebbe che tra Fisardi e Alberto ci fosse un po' di ruggine preventiva.
Davvero? chiese CelatiNon sapevo affatto.
Gi! Almeno cos mi fu narrato stamane, perch io, come sa, giunsi ieri sera, non vidi nessuno, e neppure Alberto. Pare che la storia di Andreina sia un pretesto.
Celati non disse nulla, e abbass gli sguardi, che Bianca cercava invano, coll'intensit disperata dei propri.
Un pretesto? chiese poscia Bianca, rivolgendosi a suo figlio.
Sicuro. Un pretesto scelto da Alberto, per battersi con Fisardi, il quale senza sapere che Stranieri potesse ascoltarlo, si espresse liberamente sul conto suo e sulla...
Che! grid Bianca sulla?
Sulla sua origine, poveretto...
Donna Bianca s'era abbandonata sulla seggiola, come un corpo inerte. Febo continuava:
E siccome Fisardi aveva imprudentemente unito a quello di Stranieri il nome della duchessina di Monte, egli si fren in quel momento, per evitare che il nome di Grazia si trovasse immischiato nella cosa. Ma pi tardi, appena ne ebbe il destro, provoc Fisardi, e quell'odioso scioperato sar obbligato a battersi. Eh! voi altri, laggi... adagio con quelle azalee...
Celati guardava donna Bianca. Essa gli rivolse la parola.
Lo sapevate? chiese recisamente, guardandolo, con una fissit imperiosa.
Avevo udito io pure qualche cosa...
E continu Bianca la vostra opinione in proposito?
Alberto disse lentamente e come a malincuore Celati, non poteva agire con maggiore delicatezza.
Sicuro, continu Febo vivacemente, non avrebbe potuto agire altrimenti, nella sua posizione. Perch, siamo schietti, la verit  una, e quel poveretto... insomma, la sua origine... Una disgrazia senza dubbio... non  colpa sua, ma, non c' santi...
Febo interruppe prestamente Celati non le pare che qui faccia un po' caldo per la marchesa? Guardi.
Diamine sclam Febo com' pallida. Povera mamma!.. Ti senti poco bene forse?
Sono un po' stanca rispose Bianca. Mi ritirer un momento... per poter, pi tardi, assistere alla vostra partenza.
Oh! spero che ander tutto bene. La toilette di Zoraide  splendida... Povero Alberto... quanto mi spiace. Purch non accadano disgrazie!
La marchesa fu in piedi, come di scatto. Lanci a Febo, violentemente, uno sguardo indescrivibile. Poi, con un lieve brivido, s'avvi lentamente, tra il disordine opulento della serra. Ma, giunta sulla soglia, dovette fermarsi per un momento. Due facchini s'avanzavano, reggendo a fatica un grande vaso, dal quale s'alzava, snello ed altissimo, il fusto d'una superba palma. I facchini procedevano tentoni, con precauzione, e, fra le loro braccia aggravate, il vaso aveva delle oscillazioni, delle scosse, che imprimevano alla pianta un moto perenne e violento. Le grandi foglie si agitavano pazzamente, si torcevano, convulse, come sotto il soffio brutale d'un vento di uragano.
Donna Bianca mise un lieve grido, si copr gli occhi con un gesto folle, e fugg.
...
.
...
La mano guantata di Alberto Stranieri sollev la portiera di velluto, nel salottino della marchesa.
Egli era pallido e i suoi begli occhi azzurri parvero un po' stanchi a Bianca. Le parve altres che egli fosse alquanto freddo nei suoi modi, che una certa diffidenza, nuova all'atto in lui, si tradisse nelle sue parole. Dopo avere sfiorato per qualche minuto, con una forzata frivolit, qualcuno dei soggetti del giorno, Alberto chiese in che potrebbe aver l'onore di servire la signora Marchesa!
Sono molto indiscreta, rispose Bianca tentando di sorridere Ma ho calcolato su di lei per la nostra fiera di beneficenza.
Alberto non ader subito al desiderio di donna Bianca. Ah!.. Infatti, la fiera di beneficenza. Perdoni, quando comincia?
Si apre posdomani.
Egli ebbe un sorriso bizzarro, che fece gelare il sangue alla misera donna. Posdomani? disse il giovane, per l'appunto, sono dolentissimo, ho un impegno, al quale non posso assolutamente mancare.
E non si potrebbe rimetterlo ad un altro giorno?
Temo, anzi son certo di no. Ella sa, marchesa, che il servizio  inesorabile.
Oh, una parolina al generale, e tutto si accomoda. Ors, sia buono, e non venga meno alla sua riputazione di paladino delle vecchie.
Tent di ridere, cos dicendo, e gli porse una mano, ch'egli si chin a baciare, ma con una svogliatezza segreta che l'infelice colse a volo. Egli non le aveva perdonato la sua intromissione con Grazia; in quel momento stesso, egli diffidava di lei!
Alberto si mantenne, con squisite forme, sulla negativa. Non era solamente il servizio, c'era di mezzo un altro impegno.
Grave? chiese subitamente Bianca.
Alberto rimase per un momento alquanto sconcertato dal tuono di quella domanda, poi si mise a ridere. Che! una gita con gli ufficiali, test promossi.
L'accento di quella frase era cortesissimo, ma donna Bianca non pens pi ad insistere. Rimase senza parola traendo a pena il respiro.
Egli prese a parlare della festa imminente. Aveva visto, entrando, dei preparativi imponenti. Sarebbe una festa splendida. Se ne parlava dappertutto. Continu a chiacchierare per un quarto d'ora, poi fece atto d'alzarsi.
Ma Bianca, con un cenno, lo trattenne. Abbia pazienza ancora un momento sussurr. Avrei qualcosa da dirle.
Alberto torn immediatamente a sedere, ma il suo occhio ebbe un lampo d'irritazione, che non sfugg a Bianca. Pens che doveva affrettarsi.
Non se n'abbia a male, se le parlo di cosa che la riguarda personalmente. Ma, creda, non  per una vana curiosit,  solo perch mi pare, mi son messa in capo che, in questo momento, non le debba giunger discara una parola amica.
Il suo accento era cos fievole, cos umile... che Alberto, colpito da una bizzarra meraviglia, la guard, perplesso. Il dubbio era cos visibile negli occhi di lui, ch'ella ne prov uno strazio, pi forte della impostasi cautela.
Alberto... grid con una subita esplosione d'angoscia. Lei... ha un duello... domani!
Ma brava marchesa, disse Alberto celando a stento la sua contrariet, per quell'interrogatorio alle viste, ella  egregiamente informata dei fatti miei. Le faccio i pi sinceri complimenti sulla diligenza della sua polizia segreta.
L'ironia, appena velata, di quella risposta non valse a fermare la marchesa. Era determinata ora. Ella si batte domani col marchese Fisardi, continu posatamente, come una persona certa del fatto suo.
Non c' che dire rispose Alberto ridendo, queste signore sanno tutto. E giacch ella  al fatto della cosa, comprender pure, col suo squisito intendimento, l'impossibilit in cui sono di accettare il suo amabile invito. Posso dunque, marchesa, contare sulla sua indulgenza?
No... sussurr Bianca, con crescente angoscia, non mi parli cos. Io ho assolutamente bisogno, di parlare sul serio.
Parliamo sul serio, disse Alberto, con una specie di languida rassegnazione. Eccomi ai suoi ordini. Dicevamo dunque...
Ma Bianca non rispose subito. Cercava... cercava... con febbrile ansiet... Pure non seppe dir altro, quasi balbettando, che: No... no... non  possibile!
Alberto inarc le ciglia sorpreso. Perch quell'agitazione? che voleva dire il terrore appassionato degli sguardi di Bianca? Si sent, suo malgrado, commosso ed impietosito.
 inevitabile, disse dopo un momento ma dolcemente, senza traccia alcuna dell'accento leggero e svogliato ch'egli aveva usato dapprima.
Bianca non insist. Curv il capo col macchinale abbandono d'una vinta. Un tremito agit la sua persona, una contrazione convulsa pass sulla sua fisonomia.
Alberto la guardava attentamente. Davanti a quel turbamento silenzioso, senza lotta, una inesplicabile e insidiosa emozione, si lev parimenti nel cuore del giovane.
E per un momento, tacquero entrambi.
Poi egli sorrise.
Marchesa disse, con un subitaneo ritorno al fare sciolto e gaio d'un tempo, non mi dia il dispiacere di vederla afflitta per cagion mia. Creda, non ne vale la pena.
Chi non ha avuto duelli? Non sono forse il complemento indispensabile delle avventure di un giovane alla moda? Le accerto che questo mio duello non poteva capitare pi a tempo. Sono tanto disoccupato ora, tanto ozioso...
Bianca si eresse sulla persona e fiss Alberto con uno sguardo di fuoco, che tronc quelle vane parole sul labbro del giovane.
Un subito mutamento avvenne in lui. Prov un bisogno irresistibile d'effusione.
Sono stanco... disse sommessamente.
Donna Bianca si pass la mano sulla fronte cercando di riunire tutte le facolt della mente, per quella lotta nuova, inaspettata. Ecco disse poscia con una dolcezza tremante della voce ecco una parola che non mi sarei mai aspettata da lei. La credevo pi coraggioso.
Lo credevo anch'io rispose Alberto, stringendosi nelle spalle e ridendo. Ma pare che non sia cos.
Ella ha torto continu Bianca colla voce mite e cauta colla quale si parla ad un ammalato grave.  giovane, ha dinanzi a s una bella carriera. Pu giovare al suo paese, acquistarsi la stima, l'amicizia di tutti.
E poi? chiese il giovane, giocherellando con un ninnolo del tavolino.
E poi, balbett la Marchesa, presaga di un tremendo incaglio, poi... l'avvenire...
Egli inarc lievemente le ciglia e sorrise.
Marchesa, disse, rimettendo a posto, con un gesto elegante, il ninnolo che aveva tra le mani, badi, c'imbarchiamo in una discussione. Se fossi una signora, direi che ho i nervi, e con questa scusa... direi pure tutto ci che mi passa pel capo... anche delle cose molto poco interessanti e punto divertenti.
Si sentiva in lui la resistenza discreta, garbata, all'improvvisa tentazione di uno sfogo. Ed ella, la madre, doveva, con pari cortesia, con pari discrezione, sollecitar quello sfogo!
Comprendo disse Bianca tentando ancora di sorridere. Ma perch tacerle? Non tema gi che ci ch'ella potr dirmi debba riuscire poco interessante per me. Parli liberamente, anzi... e come lo comporta la nostra vecchia amicizia.
La voce dell'infelice era cos tremante, tradiva, una cos intensa emozione, che Alberto prov come un vago pentimento.
S disse con accento assai pi dolce  vero. La sua amicizia non mi  mai mancata. E se un momento ho potuto credere... capisco ora di essermi ingannato. Ella ha agito pel bene stesso di... di quella persona.
Bianca alz il capo, e lev su Alberto uno sguardo pieno d'una mesta ed ineffabile gioia. Poi, senza parlare, gli stese la mano.
Una pausa silenziosa tenne dietro a quel muto ravvicinamento.
Si rammenti Stranieri ricominci Bianca quando era piccino, e veniva a passar qui i giorni di vacanza dal collegio, mi diceva, qualche volta, i suoi piccoli crucci, ed io ho forse potuto darle, in quelle circostanze, qualche buon consiglio. Faccia come allora; mi dica ci che l'agita, e pu essere che anche oggi, cercando bene, con un po' di buon volere, troviamo il rimedio.
Questo  appunto il male disse Alberto, come se parlasse a s stesso che, nel caso mio, questo rimedio non esiste.
Ma chi glielo assicura? Ella  giovane, l'esperienza...
L'esperienza  bella, e buona, Marchesa, ma qui, non c'entra. Il convincimento che ha prodotto in tutto l'esser mio questa subita rivoluzione... questa incredibile stanchezza, non ha nulla a che fare coll'esperienza. Ella ha parlato del poi, ha alluso all'avvenire. Ma ci che si  alzato ora cos improvvisamente, come una barriera insuperabile fra me e... la felicit, non  l'avvenire. Marchesa,  il passato.
Un grido esc a mezzo dalle labbra di donna Bianca; essa si fece pallidissima, d'un pallore di morte.
Quel passato continu questi ella non lo ignora... nevvero?
Essa ebbe un cenno del capo... quasi impercettibile.
No, non lo ignorava.
Quel passato ripet Alberto, spinto da un acre bisogno d'effusione mi fu, sin da quand'ero fanciullo, cagione di dolore, ma d'un dolore fantastico, che m'ispir il desiderio pertinace di farmi strada, di diventare qualcosa per conto mio. Pi tardi, raggiunto lo scopo, entrato nel periodo dell'azione, perdetti alquanto di vista il mio passato. L'esuberanza della vita, un'ambiziosa energia del carattere, un po' di spensieratezza, forse, assorbirono tutte le mie facolt. Ero forte, bastavo a me stesso, la vita presente mi bastava. Il mondo aveva per me delle indulgenze affettuose, carezzevoli. Mi pareva di viver bene in mezzo a quel non so che di agitato, di transitorio, che s'addiceva all'effervescenza della giovent, al tumulto disordinato delle passioni. Quella specie di protezione ignota, previdente, alla quale dovevo di continuo un appoggio tanto misterioso nelle sue cause, quanto palese nei suoi effetti, non mi urtava, perch sentivo di coadiuvarla dal canto mio colla costanza della mia operosit, coll'energia del volere, collo sforzo della mia capacit personale.
S disse Bianca sordamente s... ella aveva ragione.
No rispose Alberto con un piccolo riso sardonico no, Marchesa, avevo torto.
Perch chiese Bianca, con un lieve singhiozzo.
Perch? rispose Alberto perch il mondo non fu, non poteva essere di questo parere. Perch ebbi, disgraziatamente, un'ubbia imperdonabile. Perch, continu, esaltandosi nel pensiero che lo tormentava, oltre all'ambizione d'una carriera, oltre al sogno d'essere, in avvenire, merc i miei sforzi, qualcosa di pi degli altri, mi permisi un giorno di aspirare ad essere un uomo come tutti gli altri.
Alberto! sussurr la misera donna.
Io non so continu il giovane senza rispondere a quell'appello a chi debbo l'esistenza, non so donde vengo. Questo so, che le mie passioni sono forti, che l'energia del mio volere  smisurata, che non so n amare, n odiare a mezzo. So che, mentre credevo d'esser forte, fui vinto. Io non avevo mai amato, non avevo mai provato cosa fosse l'amore vero, l'amore che adora. E quando venne questo amore, mi parve pi d'ogni altra cosa... divenne tutto per me.
Ora la figura di Alberto non era pi sbattuta, l'occhio suo non era pi stanco. Sfolgorava, ardentissimo.
Quando m'accorsi di amarla, m'accorsi pure di volerla... Lei, la sua bellezza immacolata, l'animo suo, pi bello della sua bellezza. E, con quella di possederla, irruppe nell'anima mia la subita, la sfrenata ambizione di tutti gli affetti umani; essi si destarono in me, ma violenti, imperiosi... come degli affamati che avessero a lungo ingannato, col sonno, la bramosia del cibo. Allora, Marchesa, io compresi tutta la divina gerarchia degli affetti umani col desiderio divorante di quell'avvenire, nacque il desiderio, il rammarico del passato, il senso profondo, invincibile di ci che il destino mi aveva negato... Allora soltanto... pensando a Grazia, sognandola madre dei figli miei, ebbi una nuova intuizione, pensai a mia madre.
La mano di Bianca si sollev, batt l'aria per un secondo, con un piccolo gesto insensato; poi ricadde inerte, come cosa morta.
E col pensiero di mia madre, venne il pensiero completo della famiglia, di tutto ci che  stabile, sacro nell'ordine degli affetti, di ci che, anche frainteso, anche profanato,  pure quanto v'ha di meglio nell'umanit. E mi pareva che tutto questo sarebbe venuto con lei, col suo amore, coll'unione dei nostri due amori, diventati un amore solo, unico. Eppure, ci non poteva essere. Me ne avvidi subito... quando la maledizione del mio passato si lev, come una barriera, fra me e lei, fra il nostro amore e lo scopo a cui tendeva. Urtai contro quella barriera, violentemente, con tutto il cumulo delle mie furiose aspirazioni. Mi sentii frangere, le vidi frangersi come vetro attorno a me. Compresi il vero; in un attimo compresi ci che io sono realmente, compresi il limite a cui dovevo ridurre le speranze, lo scopo della mia esistenza.
E allora? stridette donna Bianca.
Egli non rispose a quella strana domanda. Sorrise.
Allora? ripet donna Bianca, afferrandogli un braccio.
Alberto la guard, fortemente colpito dall'espressione di quel volto.
Rimase incerto per un momento... Una sequela di folli, ardenti dubbi si incalzavano nella sua mente. Perch quella donna lo guardava cos?
Allora? stridette Bianca per la terza volta, facendoglisi pi vicina, stringendogli vieppi il braccio, con una energia cos cieca, cos appassionata, ch'egli trasal.
Nel buio dell'animo suo scatt, come lampo, un sospetto. Quella donna che lo interrogava con tanta passione, che gli aveva sempre dimostrata una cos strana e calda amicizia, chi era per lui?
Ma parli grid la marchesa parli, in nome di Dio!
Alberto non parl. La guardava, aspettando anch'egli la risposta di ci che chiedeva a s stesso, una risposta che tardava, trattenuta dal cozzo di due impressioni totalmente opposte. Una tremenda intuizione si faceva strada in lui. Nell'ambascia mortale di quel dubbio, egli gir attorno a s uno sguardo di suprema interrogazione. Passando, quello sguardo strisci sullo specchio, atterr sovr'esso l'immagine di due volti, a cui la stessa intensit di dubbio e d'angoscia, prestava in quel momento, una vaga, una lontana rassomiglianza... Alberto trattenne un grido, e vacill sotto l'urto violentissimo della certezza che investiva furiosamente l'animo suo. Tutto ci in un secondo.
Allora... disse poscia, alzando il capo e trasfigurato allora, pensai che avevo due vie innanzi a me.
Il mutamento istantaneo d'Alberto spavent la marchesa... Un terrore confuso le si lev in cuore, essa ritir precipitosamente la mano dal braccio di lui. Ed egli, con un impulso d'orgoglio, come se si sentisse respinto, s'arretr d'un passo.
Ma subito scosse il capo, sorridendo... e le si accost.
Queste vie... ora le dir. S... tutto, oh! tutto pu ricominciare per me.
Fece anch'egli un gesto vago, senza scopo, uno di quei gesti che ci sfuggono inconsci, negli orgasmi delle ore fatali. Il gesto, di chi, presso ad annegarci, vede galleggiare una tavola sull'onde vicine.
Tutto disse ancora Alberto Tutto... Oh! mi lasci dire, la scongiuro. Siamo soli... nessuno ci ode... nessuno ci udr mai, intende... mai?
Mai? ripet Bianca, sempre, pi atterrita.
Ah! continu Alberto Le ho detto che avevo due vie innanzi a me. E sa ella quale era una di queste vie, la prima che mi corse al pensiero?
Bianca indovin. Gett un altro grido, in cui vibrava tutto quanto il cuore della madre. No Alberto, no, per piet!
Ogni dubbio scomparve dall'animo di Alberto.
No grid alla sua volta, non posso, non voglio pi scegliere quella via. Ora, ho fatto un sogno strano, divino. Ho sognato che mia madre non era morta... ho sognato che lei... la conosceva.
Io? chiese Bianca con accento forsennato io... la conosco?
S. Non so come sia nato in me, adesso, questo convincimento. Mi perdoni se lo penso, se glielo dico. Oh! ma se sapesse cos' per me l'avere, il sognare un filo, un nesso... Mi sembra d'impazzire. No, no, abbia piet di me... mi lasci supporre per un momento che la mia ipotesi sia vera...
Bianca cap l'orribile intento della fatalit. Suo figlio intuiva, sapeva... Ed essa lei aveva giurato di tacere, eternamente, a qualunque costo!
S prosegu Alberto, con rotte, ardenti parole ora, mentre la verit dell'esser mio mi schiaccia, mi preclude la via a tutto il resto, io penso a lei... come un supremo rifugio, penso a mia madre. Ed ella, che sa... oh, glielo dica, dica a quella povera donna che l'amo, che l'ho sempre amata, che sono assetato d'amore materno... Ho sofferto tanto... sempre, in silenzio. Ma ora, non posso pi, non posso pi.
L'effusione irrompeva calda, straziante dal cuore del diseredato. Ma assieme alla sua, un'altra voce, la voce d'un cadavere, sembrava alzarsi pi alta a quella del figliuolo: Per questo momento, per la mia agonia, serbate il silenzio che v'impongo...
Alberto insisteva, seguendo collo sguardo acceso le alterazioni che succedevano continue sul volto di Bianca. Quelle eran per lui le tracce delle ultime lotte, delle lotte dell'orgoglio Ma vinto questo, l'amore della madre irromperebbe violento, travolgendo lui nel torrente d'una gioia, d'un trionfo senza pari.
Lentamente, come se scivolasse, si lasci cadere ginocchioni accanto a lei... La guardava, colle mani giunte, pieno d'una piet suprema, che implorava, che esprimeva il bisogno impetuoso del suo amore. Le dica continu con una tenerezza indicibile che io... aspetto, io non turber nulla, non chieder nulla; la mia bocca non avr un perch? avr solamente delle parole d'affetto. Sapr rispettare le circostanze sue, il decoro del suo nome, l'aureola del suo passato. Conosco anch'io il mondo e la vita... Non vengo gi per giudicare, vengo solo per amarla. Nessuno sapr mai nulla, io non sar suo figlio che per lei, quando, come lo vorr. Ma una volta, una volta soltanto sentirmi chiamar figliuolo..., sentirmi riabilitato davanti a me stesso, sentire sul mio povero capo, posarsi la mano di mia madre... dolcemente... cos...
E stese la mano verso quella di donna Bianca. Essa ebbe un trasporto fulmineo, irresistibile. Si protese tutta verso di lui, le sue braccia si apersero, s'allargarono, disperate e materne.
Egli balz in piedi, raggiante, e si precipit verso quelle braccia.
Ma esse non si avvinghiarono attorno al suo collo. Prima ch'egli le raggiungesse, s'eran chiuse come due battenti sul cuore martirizzato. E stavan serrate, forti dinanzi a lui... contro lui!
Alberto si arrest. Gran Dio! ma era dunque s forte l'orgoglio di quella donna... Il volto di lei era pure una confessione! Ed essa lo respingeva... non voleva, esser sua madre!
No, essa non lo respingeva; sentiva la brama ardente di chiamarlo suo, di stringerlo al cuore, nel trasporto d'un furioso delirio d'amor materno. Ma si rammentava: "Non vi lasciate tentare ... serbate il silenzio a qualunque costo."
Alberto aspett ancora un momento. Poi si allontan con una mossa secca, decisa. Non era pi certo di vincere. Una fredda risoluzione irrigid il suo volto...
Ebbene! chiese con voce ferma, arida. Mia madre?
Bianca comprese esser venuto il momento pi terribile della sua vita; comprese che doveva scegliere. E ci che accadeva in quel momento all'intimo dell'animo suo doveva esser veramente orrendo, poich Alberto stesso, guardandola, indietreggi istintivamente d'un passo. Questo accadeva: la voce continuava, chiara, palese: L dove andr, sapr se foste fedele al nostro patto. E se noi foste, io mi vendicherei ancora, non gi su di voi, ma su di lui, sul figlio delle vostre viscere, sul figlio dell'onta nostra!
Essa ebbe un rantolo. Poi scelse.
Sua madre, grid disperatamente ad Alberto sua madre...  morta nel darla alla luce!
E tacque, veramente morta per lui, nel completo suicidio di quelle poche parole.
Alberto rimase in piedi immobile, muto di fronte a lei. Davanti al suo atono sguardo, la fede, la speranza, la famiglia, la salvazione, tutto croll in un attimo.
S'inchin con gelida cortesia, davanti a quella donna, che per serbare incolume l'orgoglio della sua scroccata riputazione, per risparmiarsi un momento di rossore, lo aveva empiamente rinnegato. E quando Alberto sollev il capo, lo sollev cos alto, che il sovrano disprezzo del suo sguardo parve piombare su Bianca, come un macigno che rotolasse dal vertice d'una montagna...
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Capitolo 7.
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Era la mezzanotte e si ballava in casa d'Arcello.
Le sorti della festa non erano dubbie, essa riusciva mirabilmente, d'un'animazione senza pari. L'addobbo splendido, l'illuminazione sfolgorante, il servizio principesco. Una profusione di piante rare metteva dovunque, l'impressione del verde e dell'Oriente; i fiori parevan sbucare per incanto, innumeri, in ogni cantuccio, in ogni vano. La serra pareva una succursale del giardino delle fate. C'era moltissima gente, ma quella numerosa accolta non era una folla, non aveva n vuoti, n urti, n disordine alcuno. L'allegria regnava sovrana, ma piena di riserbo, le chiacchiere erano continuo e sommesse, le risate schiette e discrete. E nell'assieme di quella festa, emergeva mirabilmente la nota direzione, il carattere di grandiosit calma e severa, quel non so che di sottilmente squisito e aristocratico che molte dame cercavano invano d'imitare e invidiavano stizzosamente a Bianca marchesa d'Arcello. La pi lieve critica era impossibile. Impossibile del pari il prestar fede alle maligne voci che si ostinavano ad affermare l'esistenza di un dissenso fra suocera e nuora. Le due marchese d'Arcello avevano ricevuto assieme, sin dal primo lor giungere, gli invitati; e donna Bianca doveva aver mirabilmente aiutata l'inesperienza di sua nuora, poich, la piccola fattoressa, si dimostrava abbastanza ammaestrata; ed era veramente consolante il constatare la perfetta armonia di quella coppia, il tatto delicato e costante col quale la madre sapeva a tempo occuparsi, personalmente, di ci che accadeva, o incaricare Zoraide di surrogarla. Febo era raggiante, e i suoi sguardi recavano continuamente a sua madre l'ambasciata della sua soddisfazione. Ed ella restava al suo posto, trovando in un pensiero di indomabile affetto materno, la forza di continuare, d'immolarsi ancora, per l'ultima volta, sull'altare della famiglia e del decoro. Ella sapeva quali voci correvano sul conto di sua nuora, quale significato aveva in quella sera il suo contegno verso Zoraide. E perci sorrideva ai suoi ospiti, tenendosi vicina, come una figliuola, la moglie di Febo, mentre nel suo animo s'urtavano le pi strazianti inquietudini, mentre nel suo spirito cozzavano le pi folli e spaventose idee, mentre l'atroce impressione del suo colloquio con Alberto sembrava lacerarle tuttora, con uno schianto perenne, le pi intime fibre del cuore. E bisognava ricevere, bisognava sorridere, perch il nome di Febo non fosse pasto della pubblica malignit. Per amore di Febo...
Un orgasmo terribile la sosteneva, una energia di febbre mortale le rendeva tutto possibile. Agiva, come in sogno, con un inesplicabile dualismo di istinti, quello della signora e quello della madre. Meno certi rapidissimi istanti, in cui sentiva il sorriso amabile agghiacciarsele sulle labbra e una vertigine traversarle come un razzo il cervello, essa resisteva, continuava, e non si tradiva.
Il tempo passava, e nella folla degl'invitati, essa non aveva ravvisato n Fisardi, n i giovani che sapeva essere stati scelti quali padrini dei due avversari... Tutto pareva confondersi davanti ai suoi occhi. Si tolse un momento dal crocchio che l'attorniava, e fece un cenno a Celati.
Questi accorse subito.
Ebbene diss'ella Alberto?
Ma prima ch'egli potesse rispondere, una vecchia signora, che passava, si accost sorridendo:
O che splendido ballo, mia cara Bianca... Si  aperto il buffet, n' vero... or ora?
Certo disse Bianca certo.
La signora aspettava, guardando amorosamente Celati.
Andrei tanto volentieri... ma sono sola.
Celati le offr il braccio, naturalmente, e s'avvi con lei, mentre Bianca, dando loro il passo, sorrideva. Un vecchio diplomatico, che sonnecchiava nel vano d'una porta vicina, si scosse: Diamine... la padrona di casa! Corse, giunse accanto a lei, s'inchin presentandole il braccio arrotondato, ed ebbe l'alto onore di accompagnare Bianca al buffet.
Un'altra ora pass cos. Finita la cena, la danza ricominci. L'orchestrina, invisibile, nicchiata in una galleria velata d'edere ricadenti, prese a suonare uno dei pi caldi e molli walzer di Strauss. Gli strascichi volteggiavano sul tappeto, nella loro infinita variet di colori e di foggie. I volti rosei, le capigliature bionde o brune, le spalle bianche, il lampo guizzante dei gioielli, i neri fracs mascolini, si confondevano passando, amalgamati nell'agitazione vertiginosa e circolare della danza. Ma l'allineamento perenne della queue, sempre rifornita, sempre emergente dallo sfondo luminoso dell'uscio della sala vicina, ristabiliva l'ordine estetico dello spettacolo, permetteva l'esame d'ogni dettaglio, concedeva il ravvivarsi dei colloqui, lo scambio dei frizzi, delle frasi sussurrate... che suonano cos bene, che hanno un s grave significato... sinch dura il walzer!
Donna Bianca cominciava a sentirsi vinta. Un colloquio con Celati non le era pi riescito possibile; i continui complimenti che l'assediavano, i "mi rallegro" per la splendida riescita della festa le tornavano ormai cos strazianti, ch'essa non vedeva senza terrore, avvicinarsele un invitato.
Un momento pot arrestar Febo, mentre passava frettoloso e gli chiese se non sapesse nulla. Ma Febo non sapeva nulla e aveva fretta. Bisognava mandar dello champagne nella sala da giuoco.
Bianca non trattenne suo figlio. Torn ad errare, come un'anima tormentata, per le sale sfolgoranti di luce, brulicanti d'invitati. Gli inchini e congratulazioni spesseggiavano attorno a quella sventurata trionfatrice, gli ospiti gareggiavano nel dimostrarle l'alto concetto in cui tutti la tenevano, l'ammirazione, in tutti destata, dalla sua condotta verso Febo, verso la nuora. Pi d'un'invitata invidi quella sera la marchesa d'Arcello; quella dama intemerata, che, forte della splendida purezza del suo passato, esercitava cos nobilmente il diritto di salvare, con un semplice atto di presenza, la riputazione e il decoro della famiglia!
L'invidiata errava pei crocchi, rispondeva agli inchini, si ostinava a sorridere. Passava in quella luce, pi orribile d'ogni tenebra, udiva quelle ossequiose frasi, in cui sentiva realizzarsi come un'eco della terribile condanna venuta dal luogo ove si udranno pianto e stridore di denti; misurava, nella pienezza del suo trionfo, tutta la profondit di quell'implacabile ironia della giustizia che, in quell'ora stessa, rovesciava sul capo della moglie colpevole, della sciagurata madre, tutta quanta l'amarezza di una suprema punizione...
Verso le tre del mattino, pot parlare da solo a sola con Celati. S, egli aveva avuto un'informazione, Alberto era partito con un amico, verso sera, in carrozza. Erano stati veduti sulla strada di Montughi.
La fisonomia di donna Bianca parve a Celati talmente stravolta, ch'egli ebbe un solo pensiero. Togliere di pena quella donna sublime, che dimostrava un cos vivo, un cos generoso interesse per l'infelice giovane.
Volete che passi a casa sua? le chiese premurosamente. Forse i domestici, l'ordinanza sapranno qualcosa.
Ella col capo accenn di s.
Si separarono subito. Ma egli, pure avviandosi, spinto da un segreto ed irresistibile istinto, si volt per guardarla ancora una volta.
Nessuno le parlava in quel momento, ma essa aveva tuttora atteggiate le labbra al sorriso. Senonch questo era talmente sforzato, che diventava tragico. Lo sguardo era fisso, improntato d'un terrore inesprimibile. Sul nobilissimo capo, i celebri brillanti del casato, sfolgoreggiavano. Attorno alla persona rigida, stecchita quasi, nella quiete di quella completa immobilit, le profonde pieghe dello strascico di velluto rosso, si raccoglievano cadendo poscia ammonticchiate ai suoi piedi, ampie, fastose allo sguardo, come il lembo d'un mantello d'imperatrice!
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Le quattro del mattino Celati non era pur anco tornato, i ballerini prendevano posto per l'imminente cotillon e tutta la ressa degli ospiti rimasti s'era riunita nella sala da ballo. Il buffet era momentaneamente chiuso, pei preparativi del gran djeuner che doveva essere imbandito tra non molto e le altre sale erano pressoch vuote. Bianca ne travers lentamente parecchie, incontr un drappello di domestici che passavano por andare a rifornire il buffet. Li lasci passare, guardandoli come smarrita, sorridendo ad essi come aveva, per tutta quanta la notte, sorriso agli invitati. Il maggiordomo, un vecchio e fidato servo della casa, le si accost chiedendole se avesse qualche ordine da impartirgli. Essa lo fiss per un istante, come se non avesse inteso, poi disse macchinalmente: No. Ma nel momento in cui il maggiordomo, inchinandosi, si disponeva a lasciarla, ella lo trattenne.
Appena giunge il conte Celati gli direte che venga in camera mia.
Essa si ritirava. Sentiva di non poter reggere pi a lungo lo strazio di quell'atroce rappresentazione, che nessuno al mondo, poteva ormai chiederle pi di quanto aveva fatto. Non pensava pi a Febo, pensava solo che Celati non poteva tardare, che ella, fra un momento, saprebbe!
Il primo piano era deserto. I domestici eran tutti a terreno e persino la cameriera di donna Bianca, era discesa nel gabinetto di toilette, dove s'erano riunite tutte le donne di servizio. Una grande quiete regnava negli appartamenti abbandonati. Le imposte non erano state chiuse e quando la marchesa entr nella sua camera, in quella cio dov'era morto Bruno, non ebbe d'uopo di accendere il lume. Il sereno freddo e scintillante del cielo era visibile attraverso i tersi cristalli; la luce pallida della luna presso al tramonto, entrava libera e mite. Il crocefisso nero spiccava forte sul tavolino da notte e la sua ombra esagerata stampava sulla parete una grandissima forma di croce. Accanto alla finestra biancheggiava un busto di marmo, il busto di Bruno d'Arcello Donna Bianca ristette presso alla scrivania. Essa ed il busto di marmo erano parimenti immobili. Aspettavano entrambi. Solo, per un momento la forma vivente ebbe un sussulto convulso. Nelle sale a terreno cominciava il cotillon e l'orchestra dava le prime battute d'una mazurka semplice dolce, strisciata... Poi anche quel suono, pur continuando, cess di giungere alle orecchie di donna Bianca. Essa apparteneva completamente alla sua attesa.
Finalmente ebbe fine quella quiete agonia. Ella ud uno strepito nel prossimo corridoio, e riconobbe il passo di Celati. Si mosse per andarlo ad incontrare, per saper prima... Ma mentre stava per alzare la portiera dell'uscio che metteva al corritoio, ristette immobile, pietrificata. Un altro passo vivace e frettoloso teneva dietro a quello di Celati. Febo era stato avvertito dell'arrivo del conte e gli era corso dietro. Anch'egli voleva sapere... Lo raggiunse a pochi passi dell'uscio della camera ove stava Bianca.
I due si trattennero un momento... scambiarono qualche frase concitata.
Oh povero Alberto! Ma come? quando?
Ier alle quattro al primo assalto... passato il cuore. Convien dire che volesse proprio morire, ad ogni costo... non si  neppur difeso.
Venite qua un momento, disse Febo, profondamente afflitto, voglio sapere...
Passarono davanti alla portiera calata, avviandosi verso un altro uscio del corritoio.
Ella aveva udito.
Per un momento rimase ancora immobile reggendosi al grave lembo della portiera che la sua mano aveva afferrata, colla forza incosciente d'un moto convulso. E l'altra mano si protese, con un gesto pazzo, verso il busto di Bruno marchese d'Arcello.
A un tratto, un grido, un grido di trionfo e di sfida risuon nell'alto silenzio della stanza:
Bruno! ora... siamo pari!
Poi ella cadde... pesantemente, come una quercia, recisa alla base...
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Verdello, 1886.
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FINE.